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domenica , 29 Novembre 2020

Nuovi spazi [pubblici] di democrazia industriale

Di Gianni Giombolini

Le enormi trasformazioni economiche degli ultimi quaranta anni e la lunga crisi che stiamo vivendo hanno comportato una ristrutturazione delle organizzazioni del lavoro e delle modalità produttive, mutando profondamente i principi di democrazia industriale e quelli delle relazioni tra i lavoratori e l’impresa. Nuovi criteri e principi sono comparsi come il ruolo di co-responsabilità orizzontale dei lavoratori nei confronti dell’azienda, l’auto imprenditorialità, il lavoro per gruppi e per progetti, la polifunzionalità e la flessibilità lavorativa. Con l’adattabilità della learning production e il conseguente ingaggio pedagogico del lavoratore, il lavoro entra prepotentemente nella vita dei soggetti, si appropria del corpo e richiede la mente del lavoratore, la sua creatività e fantasia. Un lavoro che si fa smisurato, performativo[i], che prevede operai fuoriclasse, “skillizzati” e sempre più “autonomi e indipendenti” anche se salariati. Innovazioni che mettono in luce la rottura di quel compromesso fordista che vedeva nel rapporto tra datore di lavoro e lavoratore lo scambio reciproco di una prestazione subordinata di lavoro dedicato alle esigenze dell’azienda in cambio di una stabilità lavorativa e di reddito. Queste mutazioni hanno innescato cambiamenti di senso del lavoro operaio che è stato oggetto di una depoliticizzazione e deterritorializzazione dell’universo simbolico che lo incarnava e che, oggigiorno, necessita giocoforza il recupero di spazi di democrazia per riequilibrare i poteri in campo e ritessere i confini dell’orditura pubblica per ristabilire il primato dei beni collettivi contro le pretese del mercato.

A questo punto, correndo il rischio di cadere nella retorica e nel conforto della pietra miliare, intendo citare la nostra Costituzione ma, per essere originale e non tediare chi legge, richiamerò solo un articolo, il 46, che si può definire, insieme a pochi altri, obliato e trascurato.

Art. 46. “Ai fini della elevazione economica e sociale del lavoro e in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende.”

Appare evidente che questa disposizione sia una delle meno attuate della nostra carta costituzionale ed è stata oggetto di molteplici diffidenze sia da parte del padronato e sia da parte del mondo sindacale. Probabilmente il clima storico, i conflitti sociali del post-guerra e le diverse interpretazioni del termine “collaborare” (inserito e imposto nel testo costituente dalla componente democristiana sostituendo la parola “partecipare” che era stata scelta nella Commissione) hanno dato vita ad una lunga omissione che perdura fino ad oggi. Gli attori sociali italiani in settantadue anni non hanno inteso sviluppare le opportunità che l’articolo sopra citato offriva e, non affrontando il tema sottointeso e prefigurato dallo sforzo visionario delle madri e dei padri costituenti, hanno rifuggito l’apertura di un confronto sulla partecipazione e sulla co-gestione delle rappresentanze dei lavoratori all’interno degli organismi direttivi dell’azienda e alla sua gestione economica. In settantadue anni non si è concretizzata la volontà politica, economica e sindacale di affiancare al modello negoziale e pattizio dei processi contrattuali nuove forme e istituti che ricomponessero il conflitto tra interessi opposti e mirassero alla produttività dell’impresa e alla soddisfazione delle istanze dei lavoratori[ii].

Con lo scoppio della pandemia del Covid-19 si è palesato da più parti un ritorno di fiamma del ruolo della sfera pubblica e delle Istituzioni. Si è tornati, nel momento del bisogno, a parlare dei servizi essenziali alla persona, a riflettere sull’universalità del sistema sanitario e a constatare e contestare gli enormi attacchi compiuti dal sistema neoliberale a quell’insieme di beni comuni che rispondono ai nomi di salute pubblica,  di servizi alla cittadinanza e ai territori,  di istruzione pubblica e stato sociale.   Dire pubblico oggi non è più una bestemmia, non rappresenta più l’elemento castrante che ostacola la libertà di espressione delle individualità ma, al momento in cui sto scrivendo, sembra emergere la consapevolezza che la sfera pubblica debba tornare ad assumere un ruolo centrale per arginare l’agire tracimante, egoico e violento della sfera privata, per ristabilire piani di vivibilità comunitaria e rinsaldare reti di relazioni che si erano smagliate.

Tornando all’argomento che intendo sviluppare credo che questa consapevolezza vada inverata anche attraverso la costruzione di nuove forme di democrazia all’interno delle imprese immettendo al loro interno più Stato e più società civile.  Per avvalorare questa mia proposta ricorrerò brevemente al pensiero di Antonio Gramsci su come lo Stato deve adeguare la “così detta”[iii] società civile alla struttura economica. Gramsci nei Quaderni contesta la contrapposizione tra società civile e società politica definendola una distinzione metodica che “viene fatta diventare ed è presentata come distinzione organica. Così si afferma che l’attività economica è propria della società civile e che lo Stato non deve intervenire nella sua regolamentazione.”[iv] Gramsci non critica soltanto questa distinzione strumentale effettuata dal pensiero del “movimento del libero scambio” ma confuta anche la “volgare” visione di natura privatistica che il liberalismo ha della società civile affermando, al contrario, che tali apparati egemonici sono in realtà espressioni a pieno titolo dello Stato e che lo devono integrare nelle sue funzioni allargando il dialogo sociale attraverso “l’agire comunicativo”.  Si può affermare quindi che la società civile siamo noi quando ci associamo  per fare politica, per chiedere rappresentanza sindacale, per fare quell’azione rivoluzionaria che risponde al nome di volontariato. Siamo noi quando intendiamo costruire una “volontà collettiva” per agire un’egemonia culturale. Un noi molteplice che si fa classe e al contempo si fa Stato.

E a proposito di classe, credo sia giusto ricordare che oggi in Italia ci sono circa 8 milioni e mezzo di operai. Questo dato però sembra quasi scomparso o sottorappresentato nella coscienza collettiva. Una marginalità immanente che viene velata dalle retoriche della modernità che intendono farci “vedere” altro e che prediligono raccontarci delle “eccellenze” delle start up, delle imprese hub e lab, delle micro ICT. Nessuno intende mettere in discussione queste realtà, sono fondamentali per lo sviluppo del Paese per il loro apporto di innovazione e di crescita economica potenziale ma, al contempo, non possiamo permetterci oggi di trascurare la centralità del lavoro operaio a cui la sinistra deve dare maggiore peso nel dibattito politico e sociale e fornire nuovi strumenti e spazi per potersi esprimere. Personalmente ho sempre subito una fascinazione del modello tedesco della Mitbestimmung e della sua importate storia di democrazia industriale che trova origine nella prima metà dell’Ottocento, quando in Germania già vi erano sottoforma germinale i primi istituti di contrattazione improntati alla codeterminazione[v].  Successivamente, con la nascita della Repubblica di Weimar la cogestione fu normata sia costituzionalmente e sia per legge ordinaria. Ovviamente con il nazismo l’istituto giuridico scomparve insieme ai sindacati e soltanto dopo la Seconda Guerra Mondiale, in tre fasi temporali ( 1951, 1952 e nel 1976), i tedeschi si dotano dell’attuale sistema di cogestione che si struttura su due ambiti distinti e strettamente connessi: la cogestione a livello di singole unità produttive (betriebliche Mitbestimmung) e la cogestione a livello di impresa (unternehmerische Mitbestimmung)[vi]. Per motivi di spazio non posso analizzare oltre le origini della cogestione germanica ma è rilevante richiamare come questa sia internazionalmente riconosciuta come strumento per il raggiungimento di quattro obiettivi basilari quali la democrazia nell’economia, l’eguaglianza tra capitale e lavoro, lo sviluppo sociale e il controllo del potere economico[vii]. Tornando al nostro Paese dobbiamo rilevare un profondo ritardo a riguardo di questa tematica e, nonostante l’ampio dibattito sui temi della partecipazione e delle relazioni industriali, appare evidente che non ci sia stata la volontà politica ed economica di colmarlo. Una ritrosia figlia di reciproche paure di perdita di rendite di posizione, di diverse culture datoriali e sindacali improntate a perpetuare un conflitto insano che oggi, viste le enormi mutazioni del lavoro,  rappresenta, utilizzando il linguaggio matematico, una funzione contrattiva che riduce debolmente le distanze tra i soggetti in campo e che rischia di risultare sterile con i suoi tratti antagonistici e rivendicativi. Un recente studio etnografico[viii] svolto da uno dei più importanti antropologi del lavoro e dell’impresa italiani, Fulvia D’Aloisio dell’Università degli Studi della Campania “Luigi Vanvitelli”, ha indagato all’interno della Lamborghini Automobili di Sant’Agata Bolognese, di proprietà del Gruppo Volkswagen (VW) dal 1998, la creazione di processi partecipativi che si richiamano alla mitbestimmung tedesca. In questa ricerca antropologica si analizza l’originalità sincretica dell’istituto della cogestione germanica che si interconnette con le dinamiche gestionali, le prassi sindacali e il quadro normativo italiano. Un’indagine che andrebbe studiata accuratamente dalla politica, dall’economia e dal mondo sindacale per riflettere su questa sperimentazione e pensare ad un nuovo quadro normativo che affronti la centralità delle relazioni industriali e il dialogo sociale in quest’epoca di crisi economica e finanziaria[ix].

Tentare la via di un’azione legislativa che apportasse una democratizzazione del contesto economico e del mondo del lavoro attraverso l’introduzione dell’istituto della cogestione e della codeterminazione alla vita dell’impresa da parte dei lavoratori, dei sindacati ed anche delle istituzioni territoriali comporterebbe un miglioramento della produttività e offrirebbe, citando un concetto espresso nel 1995 da Ezio Tarantelli, l’opportunità di mitigare gli effetti di quella lunga scia di “scambi politici masochistici” attuati negli ultimi trent’anni[x].  Esemplari sotto questo aspetto possono essere le pesanti riforme del mercato del lavoro e dei contratti che non sono state bilanciate da una contropartita in termini di crescita dei salari e di reddito per i lavoratori, determinando linearmente una riduzione del benessere dei cittadini e delle famiglie italiane. Inoltre, questa innovazione legislativa, offrirebbe l’opportunità di confrontarsi con l’attuale strapotere autocratico delle multinazionali comportando una crescita del sindacato e delle istituzioni territoriali che vedrebbero amplificati i loro ruoli di rappresentanza e di costruzione di senso di comunità[xi], innescando così, da parte di questi attori, una crescita della loro proposta politica, economica e finanziaria attraverso processi di studio e di analisi innovativi che interpretino davvero l’impresa come capitale sociale.

Cogestione e codeterminazione perché abbiamo bisogno del “rito” del sano conflitto e della giusta intermediazione e, utilizzando un linguaggio che può apparire come desueto, di tornare ad “imbastire tavoli di confronto”. Manca alla nostra contemporaneità il tavolo citato da Hannah Arendt in Vita Activa[xii], manca la fatica del mettersi seduti con soggetti che hanno obiettivi e pensieri diversi. Dobbiamo tornare ad apprezzare l’oscurità dell’alterità e della trattativa, la lentezza dello scontro e del fare sintesi. Tutti elementi che sono antitetici al mito neoliberista della linearità immediata della trasparenza[xiii]. Una trasparenza al limite del pornografico, che scompone, spacchetta e dematerializza le aziende. Imprese che diventano fantasmatiche e che, ammantandosi dei principi della responsabilità sociale e della sua narrazione, ci rendono partecipi inconsapevoli delle loro strategie mettendoci sotto il naso un’infodemia di dati, di grafici e di comunicati che intendono mistificare, fino a farli diventare un simulacro, gli obiettivi “naturali” dell’economia capitalistica: il profitto, il plusvalore e lo sfruttamento del lavoro.

Abbiamo bisogno di far partecipare a questo “rito” della codeterminazione e della cogestione le lavoratrici e i lavoratori non per farli diventare degli imprenditori ma per ribadire una presenza al mondo di questa categoria, di questa classe. Ne abbiamo bisogno perché il rito si nutre di racconto, di interpretazione e di immaginazione, e richiamando il pensiero di Ernesto De Martino, destorifica il negativo[xiv], permette di affrontare realisticamente il grande Altro del capitale, di viverlo realmente e non attraverso le narrazioni della realtà che il sistema neoliberista ci ha proposto condizionando la nostra esistenza e, purtroppo, anche la proposta politica della sinistra cosiddetta riformista.

Quella che stiamo vivendo è una lunga transizione, una fase liminale di crisi perenne che porterà, come sempre avviene nei processi umani, ad un’apocalisse culturale[xv]. Ad oggi non abbiamo gli strumenti conoscitivi per determinare la tempistica di questo collasso, della fine di questo mondo come finora l’abbiamo conosciuto e interpretato ma di certo ne nascerà uno nuovo, con nuove scale valoriali, nuovi ordini e principi da costituire, nuove culture, nuove forme di socialità e di produzione economica. Franco Battiato in una sua canzone si domanda che cosa resterà del suo transito terrestre[xvi] e noi, donne e uomini di sinistra, dovremmo porci la stessa domanda. Continueremo a fermarci sulla sponda del flusso storico aspettando che l’ondata del capitalismo neoliberale, insostenibile nella sua linearità e con il suo essere predatorio passi? Quali saranno le coordinate di azione e il posizionamento ideale della sinistra[xvii] per arginare e sfidare dall’interno questo sistema? Sono domande che ci poniamo da decenni e a cui non possiamo più eludere delle risposte. Abbiamo l’obbligo di “inventarci un angolo”[xviii] per incidere e costruire il futuro, per rispondere alle inquietudini delle masse, per segnare una presenza, per sperimentare nuovi strumenti e promuovere una nuova storia. Per esserci.

[i] F. Chicchi, A. Simone, La società della prestazione, Ediesse, 2017.

[ii] In Italia oggi vi sono circa 880 tipologie di contratti di cui soltanto un terzo conosciuti dall’INPS https://www.repubblica.it/economia/miojob/lavoro/2019/07/31/news/contratti_di_lavoro_in_italia_sono_855_nel_registro_entrano_i_professionisti_che_fanno_le_code_al_posto_degli_altri-232252754/

[iii] Lettera a Tania del 7 settembre 1931, in A. Gramsci, T. Schucht, Lettere 1926-1935, a cura di A. Natoli e C. Daniele, Einaudi,1997.

[iv] A. Gramsci, Quaderni del carcere, edizione critica dell’Istituto Gramsci a cura di V. Gerratana, Einaudi, 1975.

[v] E. McGaughey, The Codetermination Bargains: The History of German Corporate and Labour Law, «Law Society Economy Working Papers»,  2015

[vi] A. Ianni, Il modello tedesco della cogestione nell’impresa. Cronaca comparatistica di un diritto societario conformato in senso lavoristico, Ricerche giuridiche, Vol. 4 – Num. 2 – Dicembre 2015.

[vii] R. Page, Co-determination in Germany: A Beginner’s Guide, Arbeitspapier, 33, Hans-Böckler-Stiftung, 2011.

[viii] F. D’Aloisio, Dalla mitbestimmung alla partecipazione. La traduzione culturale di un sistema di relazioni industriali in Automobili Lamborghini, in EtnoAntropologia, 6 (2) 2018

[ix] ILO, 106ª Sessione della Conferenza Internazionale del Lavoro, giugno 2017

[x] L. Tronti, Crisi e scambio politico. Impresa, territorio, comunità, in Biblioteca della Libertà, Anno XLVI, n. 202, settembre-dicembre 2011.

[xi] A. Olivetti, Società, Stato, Comunità. Per una economia e politica comunitaria, Edizioni di Comunità, 1952.

[xii] H. Arendt, Vita activa. La condizione umana, Bompiani, 2017.

[xiii] B. C. Han, La società della trasparenza, Nottetempo, 2014

[xiv] E. De Martino, Sud e Magia, Feltrinelli, 2004 (1959)

[xv] E,De Martino, La fine del mondo. Contributo all’analisi delle apocalissi culturali, Einaudi, 2019

[xvi] F. Battiato,  Mesopotamia, in Giubbe Rosse, ed. EMI, 1989.

[xvii] S. Biasco, Gli orizzonti della sinistra,  in Italianieuropei 5/2017

[xviii] D.Dolci, “Quando le raffiche della burrasca | crescono | devi inventare l’angolo, ogni tratto, | a cui la furia | sommergente infonda | forza avanzante – | col timone arrischiare di sapere | come tagliare il mare.”

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