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sabato , 6 Giugno 2020

Non è la nostra guerra

Di Fabio Cosmai

Questa mattina, mentre guardavo e, soprattutto, ascoltavo il vicino di casa ripassare per la decima volta in tre giorni il tagliaerba su un prato ormai annientato dal tedio della reclusione, mi è venuta in mente una storia di tanti anni fa. Una storia di prima che nascessi e che credo valga la pena raccontare.

Sul finire del secondo conflitto mondiale, agli abitanti di un paesino incastonato in qualche anfratto dei colli Albani, nel Lazio, fu ordinato di lasciare le proprie case, assicurandosi di portare con sé soltanto lo stretto indispensabile a sopravvivere al riparo del soffitto affrescato di una basilica di dimensioni ragguardevoli, se rapportate a quelle del paesino.

Tra loro c’erano anche una bambina, i suoi tre fratelli più piccoli e i loro genitori. Fortunati, loro, che la guerra non se li fosse già presi. Quando, spostandosi a piedi, si trovarono in vista dell’ampia facciata bianca della Basilica, la madre fu pervasa da un forte senso di inquietudine: forse un sinistro presagio, forse il terrore che la guerra ed i suoi repentini mutamenti avevano instillato in una regione dell’animo da cui non sarebbe più stato possibile rimuoverlo. Sia come sia, la signora cominciò ad agitarsi e a annunciò che non sarebbe a nessun costo entrata nella chiesa. Soccorso dai vicini, il marito tentò di placare per quanto fosse possibile l’improvvisa irrequietezza della moglie. Uno sforzo che valse a poco: di lì a pochi minuti, la donna si arrestò nuovamente e prese ad accampare ogni sorta di pretesto pur di fare ritorno alla propria abitazione (“abbiamo dimenticato questo”, “non abbiamo preso quello”, “senza il nostro… come facciamo?”). A questo punto, vista l’impossibilità di tranquillizzarla, suo marito acconsentì a tornare a casa con tutta la famiglia al seguito, ciascuno col suo carico di rischio, e raccogliere ciò che in un primo momento era stato giudicato dispensabile e che di colpo s’era fatto necessario. Poi avrebbero fatto insindacabilmente ritorno alla Basilica. La donna, fattasi ora più quieta, ricevette quella piccola concessione come fosse la più grande di tutte e ringraziò suo marito per aver saputo capire, pur senza comprenderla. I bambini li seguirono, ancora a piedi, fino a casa. L’intera abitazione fu perlustrata in lungo e in largo in cerca di quanto potesse rivelarsi utile a passare chissà quanto tempo assiepati in una chiesa, come galline stipate nel pollaio mentre la volpe si aggira per l’aia. Quando ebbero finito, il bagaglio risultò aumentato di una quantità irrisoria di ninnoli. D’altra parte, cosa avrebbe potuto effettivamente tornare utile in quella situazione?

Finalmente, tutta la famiglia s’incamminò nuovamente verso la basilica. All’incirca là dove la donna s’era sentita improvvisamente turbata ed era rimasta bloccata, vale a dire alla fine di un bianco sentiero alberato, non videro, come si sarebbero aspettati, la candida facciata della chiesa e la sua scintillante cupola, bensì una densa colonna di fumo nero salire da un disordinato cumulo di macerie e uomini e donne straziati dal dolore che si tenevano il volto tra le mani.; qualcuno gridava la propria disperazione al cielo sordo. Era accaduto l’impensabile: dallo stesso cielo a cui rivolgevano le loro preghiere per la fine della guerra erano piovute bombe. Il potente alleato del Paese nella sua marcia verso la liberazione aveva commesso, pare, un errore nel riferire ai propri piloti le coordinate di alcuni obiettivi sensibili del regime: la basilica era inspiegabilmente venuta a trovarsi tra questi. Un rifugio, una tomba. O, meglio, un cimitero.

Mentre si avvicinava, senza sapere cos’altro fare, dove altro andare, la famiglia vide venirgli incontro un’immagine che restò per sempre impressa nella memoria della bambina: uno dei vicini che prima si erano dati da fare intorno a sua madre, tentando di fugarne le comprensibili paure, portava ora in braccio il corpicino insanguinato del figlioletto, compagno di giochi di una vita della piccola e dei suoi fratelli. Adesso, dicevano gli occhi increduli e svuotati di suo padre, il loro amico non c’era più.

Oggi, la bambina è una nonna di più di ottant’anni la quale, per via del suo essere smemorata, continua a raccontare questa storia che non ha mai dimenticato.

Cosa a che fare questo con la comprensibile frustrazione del mio vicino? Bene, il volo apparentemente pindarico dei pensieri è stato dettato dal fatto che spesso, troppo spesso, abbiamo sentito dire da ogni parte che quella che stiamo vivendo oggi è una guerra. Ormai è cosa talmente risaputa che il lessico utilizzato non si limiti ad influenzare le opinioni, ma, influenzandole, plasmi e modifichi le stesse situazioni in cui viene utilizzato, che c’è da stupirsi della superficialità con cui si fa ricorso a certe parole piuttosto che ad altre.

Non siamo in guerra. In guerra ci sono le bombe e i fucili. In guerra nessuno taglia i prati, nessuno canta dai balconi, molti non hanno una casa in cui stare. In guerra si annoiano, forse, solo i bambini: i grandi crepano di paura, di fame o di piombo.

E non dico questo per sminuire la drammaticità della situazione che questa pandemia ha provocato. Tutt’altro: vorrei rendere giustizia al momento che stiamo vivendo e chiamare le cose col loro nome senza doverlo prendere in prestito da un passato che è passato, soltanto perché il bisogno di comprendere, letteralmente di assimilare, è troppo forte. Questa non è una guerra.

Oggi non ci sono fumo, macerie, fischi di pallottole, motori tonanti che sferzano improvvisamente il cielo seguiti dal grido lacerante delle sirene.

Oggi, nella nostra inedita tragedia, la morte è silenziosa e nascosta, non s’incontra per strada e, quando arriva, prende chi è solo e senz’armi. Non sono ammessi diserzione, ritirata o rifiuto.

Oggi non ci sono soldati che affrontano il gelo con le scarpe consunte e bucate, né i carri armati che coi loro lunghi cannoni crivellano i campi o intasano gli angoli delle strade.

Oggi ci sono i volontari, gli infermieri, i medici, il personale sanitario e tutti coloro che affrontano quotidianamente per lunghissime ore gli occhi impauriti di chi non sa se domani sarà vivo o morto e vede intorno a sé che, nel solo luogo dove potrebbe sperare di salvarsi, altri esseri umani continuano a morire.

Oggi alla popolazione non si chiede di abbandonare la propria casa per mettersi al riparo dai bombardamenti, ma di rimanere a casa, a lungo, sopportando la noia, il sacrificio del proprio tempo.

Oggi abbiamo i nostri esseri umani, il loro sacrificio e la loro forza dirompente e fragile a un tempo, e non abbisogniamo di un confronto col passato per dare la giusta dignità e il giusto peso a queste pagine del nostro dolore.

Forse, anzi, presumibilmente, gli effetti di questa crisi avranno una portata maggiore di quelli del dopoguerra. Ma saranno effetti nuovi, di fronte ai quali non abbiamo altro da opporre se non le nostre forze, la forza della nostra comunità vivente, che non può sperare di trovare soluzioni nel suo bagaglio di esperienze passate, per quanto doveroso sia cercarvi degli spunti per risposte nuove. Le analogie possono confortarci, rendendo famigliare una situazione incomprensibile; ma solo comprendendo le caratteristiche specifiche di questo tempo inedito, avremo una misura reale dello sforzo a cui tutti, insieme, siamo chiamati.

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