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sabato , 6 Giugno 2020

La sinistra faccia pace con i singoli

di Nicola Dessi

Leggo l’articolo pubblicato dai compagni di Reds e scritto da Stefano Marengo – che ho il piacere e l’onore di conoscere personalmente, e che saluto – e colgo l’occasione per esprimere un pensiero su quello che, per me, rappresenta la maledizione della sinistra e degli eredi del socialismo, e che, a essere pessimisti, rischia di costituirne la tomba.


Premetto (lo faccio sempre) che la mia formazione è tecnica (precisamente, giuridica): non sono un politologo, né uno studioso di filosofia. Sono un militante che si è fatto una certa idea, forse sbagliata, sul rapporto tra la sinistra e la società. In questo, sono convinto, come Marengo, che nessuna lotta politica sia possibile se si limita ai programmi e non bada ai valori (del resto, quelli che chiamiamo in modo sprezzante “massimi sistemi”, sono in realtà il fattore più importante nella creazione del consenso, oltre a essere il motivo per cui facciamo politica). Ma il suo ragionamento meriterebbe qualche precisazione, non tanto sul punto principale del suo articolo (la distinzione tra liberismo e neoliberalismo), sul quale non ho gli strumenti per concordare o dissentire, quanto sulle conclusioni che ne trae: la necessità di “riaffermare il primato degli interessi collettivi su quelli individuali e della rappresentanza democratica sui mercati”.

Voglio evitare ogni equivoco. Non sono certo qui per sostenere l’argomento opposto, e cioè la prevalenza dell’individuo sulla società; se così fosse, non sarei socialista, nemmeno moderato. E naturalmente, l’idea di Marengo non è sbagliata, non può esserlo, semplicemente perché si tratta di una sua opinione, di una scelta di valori, non solo legittima (e ci mancherebbe altro), ma nemmeno discutibile. Quello che mi chiedo, semmai, è se questa visione, senz’altro coerente con la tradizione della sinistra, non vada almeno completata con alcune considerazioni.

La prima è più astratta, e non ha direttamente a che fare con i problemi posti da Marengo: la sinistra deve porsi il problema delle libertà del singolo e dei suoi desideri, anche materiali (ma non solo), anche superflui rispetto alla pura sopravvivenza? La seconda: qual è il rapporto tra questi desideri e il liberismo-neoliberalismo?

Siamo sicuri che i desideri di libertà individuale e di benessere siano frutto dell’egemonia culturale capitalista? Non sono, semmai, il risultato del miglioramento della qualità della vita che dobbiamo al movimento operaio e alle socialdemocrazie? Davvero il modello liberista-neoliberale asseconda quei desideri, o piuttosto li soffoca, riducendo gli stipendi e il tempo libero, e provocando l’ansia e la depressione che sono la conseguenza della competizione continua e del lavoro precario? La “libertà di consumare” è la finalità del capitalismo neoliberista, o è semplicemente l’unico contentino che ci è rimasto (anche perché, tra tutti i nostri bisogni, comprare beni materiali è l’unico che può fruttare redditi a chi li produce)?

Insomma, il tema è far prevalere la dimensione collettiva tipica della sinistra sulle richieste dei singoli, esponendo la sinistra al rigetto e alla sfiducia di quegli stessi singoli? È far coesistere il collettivo e il personale? Oppure è prendere atto – e dimostrare – che i bisogni e i desideri dei singoli sono una delle ragioni fondamentali della nostra azione politica, semplicemente perché solo l’esistenza di una comunità e delle sue regole può consentire di realizzarli (insieme al conflitto, che per un socialdemocratico non è “lotta armata”,contro chi ha troppo potere a scapito degli altri)? La domanda sembra banale, ma non lo è; nella nostra epoca, i lavoratori (vale la pena di ripeterlo: grazie alle socialdemocrazie, non certo al liberismo) sono molto più esigenti rispetto al tempo in cui è nato il socialismo, e non si sentono garantiti dalla sinistra, che, a parte qualche eccezione positiva, arretra in tutto l’Occidente. Inoltre, in vaste aree della società (in certi luoghi di lavoro come in alcune famiglie) non è ancora arrivata nemmeno l’illusione della libertà promessa dal liberismo, e l’oppressione si manifesta apertamente e senza maschere.

In sintesi, se affrontiamo il “neoliberismo”, dobbiamo stare attenti a non farne un’equazione immediata con la libertà e con i desideri dei singoli, perché questo può portarci a diffidare di loro, quando la nostra finalità dovrebbe essere proprio la loro difesa, che poi è la nostra difesa (siamo “singoli” anche noi che militiamo). Del resto, se la citazione di Margaret Thatcher sulla “società che non esiste” è molto nota e viene, giustamente e periodicamente, ricordata a sinistra come simbolo di un’ideologia opposta alla nostra, bisognerebbe quantomeno affiancarla a quella di Giovanni Gentile, che è pur sempre il filosofo di riferimento del fascismo: nello Stato, “l’individuo deve scomparire, come affermazione egoistica, sacrificandosi, religiosamente, all’idea che lo trascende, e che, attraverso il sacrificio e l’abnegazione individuale, si realizza”.

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