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lunedì , 19 Aprile 2021

In un mondo incerto

Solitudine. Insicurezza. Angoscia. Sono oggi queste le parole d’ordine che descrivono al meglio la condizione delle persone più in difficoltà in questo periodo. Molte teorie della stratificazione sociale parlano di mancanza di collettività o assenza di capacità di collettivizzare le proprie esperienze, personalmente credo che questo sia soltanto un modo più moderno, sociologico e se volessimo antropologico di disegnare gli effetti della disuguaglianza sociale nata sotto il segno di una globalizzazione progressiva che ha avuto la sua spinta propulsiva durante gli anni novanta, non in risposta al liberalismo, al conservatorismo ma come megafono ed ampliamento di una cultura profondamente insita nella società industrializzata figlia delle macerie della seconda guerra mondiale.

Una diffusa generalizzazione del discorso cerca di ridurre lo scopo della lotta a questa disuguaglianza sociale forte dando la colpa al capitalismo finanziario, senza capire che il capitalismo finanziario senza la sua struttura primaria, ovvero i lavoratori o per usare termini marxisti, la classe lavoratrice, non sarebbe mai entrata in crisi. Questo cambiamento di paradigma ci suggerisce che la prolungata crisi e la stagnazione che ci portiamo dietro dall’ormai lontano 2007 è una crisi sociale dovuta a problematiche economiche non finanziarie. La crisi dei mutui non sarebbe mai partita se i lavoratori avessero avuto la possibilità di coprire i debiti mutuali su cui si sono fondati i castelli di carta che hanno dato il via alla distruzione delle certezze economiche e terminato tutta quella ventata di positività politica riposta nel mondo globale. Dunque, il tracciato politico e sociale che ci si pone di fronte è di descrivere come nella dinamica della globalizzazione si sia gestita la protezione della diffusione incontrollata della ricchezza. Se tornassimo per una volta ad essere più internazionalisti, notiamo che molte delle civiltà diverse da quelle occidentali grazie alla globalizzazione sono cresciute sia in materia di sviluppo sociale sia in materia di aumento della ricchezza. Ma il prezzo pagato per questa ricchezza e per l’incapacità politica globale di gestire la regionalizzazione del conflitto senza dei veri paesi guida, come per necessità e volontà di potenza accadeva durante la guerra fredda, si sia ripercossa nella disuguaglianza economica e sociale anche su paesi in via di sviluppo, appiattendo la situazione della lotta per le pari opportunità e silenziando tutte le possibili richieste di emancipazione sociale in un incontrovertibile status quo. Il mondo occidentale in questo non è esente da colpe. La situazione dovuta ora alla crisi pandemica mette in evidenza queste storture e queste fratture che già sopite nella società presenti negli anni precedenti e tramandate per generazioni.

In questo scenario composta da uno sviluppo diseguale della globalizzazione, dall’economia derivata che è riuscita nel processo di autonomizzazione cercato e voluto molti anni fa (non è un azzardo dire che è dalle politiche del gold standard ad oggi) e gli effetti di questi due fattori messi insieme, abbiamo il mondo di oggi. Un mondo incerto dove domina il caos, che sia generazionale, culturale o figlio delle tradizioni più popolari. Un miscuglio di incompletezza e inconsistenza che crea società o gruppi sociali separati e isolati nelle proprie culture seppur molto aperti dal punto di vista delle frontiere, che sia dalla Cina all’Europa, lasciando agli automatismi della storia governare veramente l’evoluzione dei popoli. Ora, pensare di governare il caos è complesso nonché molto difficoltoso, ma cercare di trovare qualche via che porti alla riorganizzazione di un assetto del vivere comune, almeno dal punto di vista politico andrebbe quantomeno messo al primo posto nell’agenda di una classe dirigente della sinistra europea.

La gestione dello stato, la questione di chi è il vero nemico dei giorni nostri, la salvaguardia dei lavoratori e dei giovani in difficoltà, sono argomenti di stampo novecentesco, ma che entrano direttamente nella questione della modernità odierna. In tutto questo a fare da collante per gli argomenti presentati c’è il primato della politica; ma non la politica intesa come capacità di analisi intellettuale, la politica come organizzazione del pensiero e delle forse, gestione, chiarezza e risolutezza. Essere capaci di fare da guida vuol dire avere la possibilità di guardare al futuro con una prospettiva diversa da quella che c’è, alternativa. La volontà del cambiamento, purtroppo ha portato la sinistra a smarrirsi nelle sue derive più varie, dall’eccessivo liberalismo, alla socialdemocrazia al democratismo o moderatismo e tanto altro, staccando completamente la propria presenza dagli andamenti reali della società, quella si figlia del processo di cambiamento dovuto dalla globalizzazione.

L’auspicio più grande non è solo riposto nella comprensione e nell’analisi dei problemi reali, perché individuare il problema della disuguaglianza non vuol dire risolverlo se nel momento dell’arrivo al governo si è costretti a retrocedere lasciando il posto ad un immobilismo politico che alimenta solo le fratture sociali esistenti nella società occidentale e quindi la solitudine, l’insicurezza e l’angoscia di cui potrebbero esserci derive popolari molto preoccupanti in materia di reazione al potere o di difesa delle proprie micro culture. Per concludere, una regolamentazione della politica è necessaria, ma soprattutto una chiara volontà di riorganizzare la politica e la sinistra come mezzo e strumento di sintesi delle istanze problematiche della società odierna, contro lo sfruttamento, contro i soprusi, contro la disuguaglianza sociale, poiché il primato della politica non può essere rinchiuso soltanto nei dibattiti tra intellettuali, ma deve ritornare ad essere una pratica, azzarderei quasi una prassi rivoluzionaria.

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