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mercoledì , 23 Settembre 2020

L’unità ritrovata sul NO

“Unità, unità” gridava piazza del Popolo il 30 settembre 2018, la manifestazione era del PD, il Segretario Martina, ci si raccoglieva per raccogliere i cocci del disastro delle elezioni di marzo e della resa dei conti successiva.

Non era una novità, ben prima del PD il tema dell’unità è sempre stato centrale per la sinistra così brava a dividersi e così spesso incapace di riunirsi.

Per questo i militanti del Partito di ogni tempo hanno sempre chiesto quasi come un riflesso pavloniano “unità”: sindacale, culturale, politica, o più semplicemente ” di non litigare perché l’avversario è fuori e non dentro”.

Vista da questo punto di vista era abbastanza normale che dopo l’epoca Renzi, che in questo senso ha rappresentato una “singolarità” fatta di rottamazioni e lanciafiamme (per quanto spesso solo a parole), fosse eletto un Segretario come Zingaretti dopo un reggente pacato come Martina.
Dirigenti di lungo corso che della composizione hanno fatto un’arte al punto che lo stesso Zingaretti riesce con incontestabile talento a governare nel Lazio nonostante le ultime elezioni lo avevano lasciato senza maggioranza in Consiglio regionale.

In queste settimane però sta emergendo un problema che per molti potrebbe apparire inaspettato per quanto una sparuta minoranza all’ultimo Congresso del PD raccolta intorno alla Mozione Corallo lo avesse ripetuto talmente tante volte da costringere il “correntone” unitario a “bannarla” al punto da non dargli la parola in Assemblea Nazionale e da inserire non iscritti al Partito pur di non farla sedere in Direzione nazionale.

La questione è quella insoluta della linea politica e l’innesco tra i tanti possibili è quello del referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari che si sta avvicinando a lunghe falcate.

L’opzione “unitaria” come dicevamo ha un glorioso e nobile passato ma negli ultimi anni si è depauperata al punto da ridursi a mera tattica sia internamente al PD che nella gestione degli affari di governo nazionali e locali.

Corollari di questo concetto sono la “responsabilità”, la ” stabilità”, “l’argine contro le destre “, la “buona amministrazione” o ancora la “meritocrazia” come recentemente rilanciata da Cuperlo.

Ed è andata proprio così quando pochi mesi fa nonostante tre voti e innumerevoli dichiarazioni contro il PD votò alla quarta chiama per il taglio secco dei parlamentari, riforma costituzionale fortemente voluta dai 5 stelle.

La motivazione mai celata fu che era appena nato il governo giallorosso e che un voto contrario avrebbe messo in pericolo la “strana” alleanza (preoccupazione futile con il senno di poi visto l’attaccamento alla poltrona dimostrata dai 5 stelle). Qualcuno provò a dire sempre in quella piccola minoranza che in nessun caso si baratta la Costituzione per un accordo di governo ma appunto come per il governo anche le urne del congresso erano ancora calde e per preservare “l’unità” nessuna vera discussione fu fatta e i gruppi votarono, tra mille mal di pancia ma votarono.

La questione fu poi sepolta da molte altre tra cui purtroppo e ovviamente quella del COVID ma come spesso succede alcune questioni politiche sono come un elastico che tiri tiri e poi torna indietro con accellerazione geometrica.

In questi giorni infatti i lettori più attenti hanno potuto osservare un moltiplicarsi di dichiarazioni di dirigenti del PD di primo piano tra cui lo stesso Cuperlo, Bettini o il capogruppo in Europa Benifei (ma anche fuori dal PD vedi Fassina) dichiarare la propria propensione per il NO al referendum o in ogni caso forti dubbi sulla riforma votata solo pochi mesi fa in Parlamento dal centrosinistra.

La motivazione formale è che non si sarebbe rispettato il patto che era stato politicamente siglato dalla maggioranza di governo al momento del voto parlamentare, ovvero quello di riformare in senso proporzionale la legge elettorale prima del referendum.
Sotto accusa come sempre Renzi (che non fa comunque niente per evitarlo) che avrebbe fatto saltare l’ennesimo banco per tutelare il suo neonato partito ma a molti fa sorridere che una riforma costituzionale di questa portata possa essere subordinata alla solita discussione sulle percentuali di sbarramento o la divisione dei collegi, materia da sempre in Italia molto tattica e speculativa. Considerando l’attuale scenario in effetti viene da chiedersi cosa abbia convinto chi votò la riforma e oggi si lamenta che questa volta sarebbe stato diverso.
Tra l’altro oggettivamente se tagli i parlamentari mantenendo le due camere l’idea secondo la quale si possa preservare la rappresentatività dei territori cambiando la legge elettorale (così è stato spiegato ) è poco meno che velleitaria.

Quindi è evidente che il motivo di queste virate non è questo o certamente non il principale anche perché in molti casi si parla di dirigenti ed esponenti di lungo corso e, che voi li apprezziate o meno senz’altro non sono degli sprovveduti.

Quello che sta emergendo è un fenomeno molto più profondo e se vogliamo più grave e che rischia concretamente di far “cappottare la barca” con dentro il governo (per quanto i 5stelle potrebbero nuovamente voler rimanere a bordo a ogni costo), la segreteria del PD e l’intero sistema di potere e relazioni della sinistra italiana.

Potremmo dire che si profila all’orizzonte un scontro tra l’unità formale o presupposta di cui sopra e un’unità effettiva o sostanziale fatta di prese di posizione autonome ma naturalmente allineate di molte realtà storiche della sinistra e non solo e in modo completamente indipendente da tutte le analisi di questi mesi da parte di molti di quegli stessi dirigenti che oggi manifestano dubbi o dichiarazioni per il no.

Sembra passato un secolo da quando poco dopo l’indizione del referendum (poi rinviato causa COVID) l’allora tesoriere nazionale del PD Zanda oggi rimosso dichiarò candidamente “in Parlamento abbiamo votato SI quindi il PD è per il SI” registrando ufficialmente un comitato per il SI a nome del Partito.

Oggi la situazione è cambiata e di molto.
L’ANPI, la CGIL, l’ARCI, il Comitato Rodotà e associazioni nazionali e locali di ogni tipo hanno già ufficializzato da settimane il loro impegno fattivo di per il NO. A riprova mentre il comitato per il SI registrato dal povero Zanda è rimasto sulla carta (almeno ad oggi) sono invece nati molti comitati e gruppi per il NO tra cui il notevolissimo “NOstra” dove non a caso militano tra gli altri diversi di quei ragazzi rimasti tacitati nell’ultimo Congresso del PD.

Questo sommovimento spontaneo può essere una delle possibili spiegazioni di un cambio nelle rilevazioni demoscopiche (spesso l’unico oggetto di analisi dalle parti del Nazareno e del Parlamento) che se davano a gennaio un secco 90 a 10 a favore del SI oggi parlano di un 40 a 10 con un’enorme quota di indecisi.

Intendiamoci l’approvazione della riforma rimane ancora altamente probabile dopo 30 anni di martellamento anti casta, sopratutto se si persisterà nell’accorpamento a settembre delle elezioni regionali e comunali con il referendum costituzionale (l’ennesimo grave caso su cui l’unità “formale” ha imposto il silenzio).

Ma il problema politico a sinistra va ben oltre questo e riguarda non solo i corpi “intermedi” ma la base stessa dell’elettorato e della residua militanza del centrosinistra nel PD e ben oltre il PD.

Qualsiasi dirigente locale come nel mio caso sa che chiedendo a un iscritto a caso cosa voterà al referendum di settembre nella maggior parte dei casi riceverà come risposta un secco “NO”.

Lo stesso succede agli amici e colleghi che hanno deciso di andare con Calenda o con Renzi e ancora oltre tra i compagni a sinistra del PD come tra i centristi o altre formazioni fuori dal perimetro o addirittura a destra. La posizione è sempre e comunque un sonoro NO.

Mi piacerebbe che la motivazione di tutto questo fosse un ritorno alla coscienza di massa che la rappresentanza democratica e stipendiata sia l’unica via per le classi meno abbienti per partecipare alle grandi decisioni del paese che altrimenti come sempre nella storia sarebbero a mero appannaggio di chi ha le risorse e gli interessi per farlo, ma probabilmente non è così.

Più semplicemente e probabilmente l’idiosincrasia della sinistra per i 5 stelle e ancora più profondamente la “missione” di arginare derive autoritarie della destra che sarebbero facilitate dall’indebolimento del Parlamento stanno trainando il sentimento di molti, moltissimi. Che dire poi di chi fece campagna per la riforma del 2016 (che a prescindere dal giudizio era un riforma organica per quanto perdente) e che oggi dovrebbero invece votare per un taglio secco mantenendo per il resto tutto invariato?

E allora colpisce chiunque ci voglia fare caso vedere oggi fianco a fianco per il NO molti convinti promotori della riforma del 2016 e chi invece la riforma del 2016 la combattè con ogni mezzo.

Sembra quindi affiorare un’unità sostanziale tra liberali, socialisti, comunisti, popolari, progressisti e democratici in genere contro una riforma ai loro occhi senza capo nè coda e che nessuna ragion di stato o tattica o di convenienza potrà giustificare nelle urne.

Ed eccoci al punto di impatto, al pericolo che con ottimo fiuto alcuni esponenti avvertono, ovvero che al netto del risultato finale possa emergere senza alcuna possibilità di resistergli l’evidenza che l’unità formale fatta di rinvii, silenzi, scappatoie e colloqui riservati non possa mai al fine della corsa rappresentare un intento comune, un’idea comune che possa diventare azione politica effettiva in grado di cambiare realmente le cose. E che anzi ne risulti evidente l’inutilità al pari dei suoi interpreti quando ci si ritrova nel mare aperto della politica nazionale.

Potremmo definirlo il collasso finale di un modo di fare politica che ormai non regge al vento della storia che chiama a grandi battaglie che vanno ben oltre il taglio dei parlamentari e chiedono nuove visioni per un mondo troppo vecchio per dare “corpo ai sogni” come si sarebbe detto un tempo.

Parafrasando Gobetti, la “buona amministrazione” non è politica ma mera conservazione e questo per uno schieramento che nella definizione più ampia possibile potremmo chiamare “progressista” è una fine senza inizio, una deflagrazione forse necessaria ma senza dubbio pericolosissima per il futuro della Repubblica e della sinistra in Italia.

Per tutti qualsiasi cosa succederà l’unica missione è di tenere a mente e elaborare affinché le flebili voci divengano sempre più forti fino a non poter essere più tacitate e possano tornare presto a soffiare nella stessa direzione della storia per un radicale cambio di prassi, idee e interpreti.

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