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mercoledì , 23 Settembre 2020

“La Nostra Strada” – tra scuola e quartiere, un film che apre gli occhi

Dopo aver vinto il premio come miglior film italiano al Biografilm festival di Bologna, “La Nostra Strada” di Pierfrancesco Li Donni è stato per la prima volta proiettato al pubblico al Sole Luna Doc Film Festival di Palermo.

La prima proiezione al pubblico, Santa Maria dello Spasimo, Palermo

Ambientato nella scuola media Bonfiglio di Palermo, il film segue l’ultimo anno di scuola, e il primo fuori, di Daniel, Desirée e Simone e dei loro compagni, in una zona popolare a cavallo tra i quartieri Zisa e Danisinni a due passi dal centro. Il regista si immerge nella quotidianità dei ragazzi, mostrandoci le difficoltà e i dubbi degli adolescenti calati in uno scenario assai diverso da quello delle scuole “bene” delle nostre città. Il racconto risulta molto coinvolgente e interessante anche grazie alla forza espressiva e all’umorismo sincero dei protagonisti, che negano ogni forma di paternalismo e di inutile retorica, mostrando il reale per ciò che è.

La narrazione non giudica, ma mostra in modo completo le vite di questi ragazzi, dalle difficoltà in aula alla vita di quartiere, dai doveri e dalle paure per il futuro alle passioni e al divertimento tra amici. Le contraddizioni emergono naturalmente, mostrando le ipocrisie e l’inadeguatezza delle nostre istituzioni nel raggiungere questi luoghi e nel mettersi a servizio delle persone, a partire dai più piccoli.

Prima contraddizione è quella di una scuola obbligatoria ma che non sa più promettere nulla ai ragazzi e alle famiglie di queste zone. Studenti che a tredici, quattordici anni hanno difficoltà a leggere e a scrivere in italiano, e non trovano un sistema inclusivo che li stimoli a continuare e a raggiungere il massimo, ma al contrario, con la sua stupida e “meritocratica” selettività porta chi si trova indietro a non vedere speranze nel futuro che non siano l’abbandono negli studi e la ricerca immediata di un lavoro, a un’età in cui ancora ci sarebbe ancora tanto da imparare.

Desirée, studentessa le cui due sorelle maggiori hanno abbandonato la scuola, vuole essere indipendente e libera di scegliere senza pesare sulla famiglia che pure, dice: “non mi ha mai fatto mancare niente”. Forse non è legittimo pensarlo? Forse il nostro sistema non è adeguato nel garantire stimoli anche materiali ai ragazzi che potrebbero continuare a studiare e scoprirsi, magari alle superiori, appassionati di qualcosa che sui libri delle medie non si trova. Non si tratta solo di avere i libri (cosa di cui il film non parla, ma che sappiamo essere molto rari tra i banchi in certi quartieri) ma di garantire ai ragazzi anche una certa libertà di divertirsi, vivere e conoscere, in una parola: crescere.

Ciò che semplicemente già hanno i ragazzi delle famiglie più agiate, sembra scontato, ma in realtà per molti è semplicemente irraggiungibile, dando un colpo allo sterno alla speranza e alla creatività già da piccoli. Potremmo imparare dai sistemi del nord Europa, penso alla Danimarca dove gli studenti percepiscono un reddito dallo Stato, in modo tale da essere indipendenti, e di non dover pesare sulle finanze dei parenti.

Il documentario mostra anche la contraddizione linguistica e culturale, la frattura tra istituzioni e cittadini che inizia a scuola. La scena in cui il volenterosissimo Professore Mannara fa studiare gli articoli al singolare e al plurale è per me un emblema dell’incapacità sistemica di un sistema d’istruzione che ignora il plurilinguismo che di fatto esiste nei quartieri popolari e nelle province della Sicilia. Il sistema tratta i madrelingua italiani e siciliani come se avessero gli stessi bisogni, creando una discriminazione evidente. Da una parte, i bambini che parlano in italiano a casa, trovano insegnanti, libri di testo nella propria lingua, che possono capire già a 5 anni, dall’altra i bambini che parlano in siciliano si trovano davanti a un muro già da piccolissimi, con conseguenze che durano per tutto il percorso scolastico, in un gap difficile da recuperare. Io da madrelingua italiano non so se sarei stato capace di interfacciarmi bene con un sistema scolastico in francese o in spagnolo a 5 anni, non credo che sarei stato in una situazione molto diversa del protagonista alle medie. Questa discriminazione linguistica, è inaccettabile.

Il sistema scolastico monolingue non è in grado di servire propriamente una popolazione che è di fatto bilingue. Serve che gli insegnanti siano preparati a insegnare in due lingue, senza segregazioni, come già si fa in molte altre parti d’Europa, penso alla Comunità Valenciana in Spagna. Peraltro mi ha fatto anche riflettere il fatto che l’obiettivo del lavoro del professore fosse far imparare a memoria gli articoli plurali in italiano, quando sono estremamente simili a quelli siciliani per iscritto, e praticamente identici a quelli nella pronuncia del dialetto palermitano. I professori sono costretti a fare un lavoro sovrumano, cercando innanzitutto di farsi capire, senza avere gli strumenti adeguati a operare in un contesto bilingue, dove le comparazioni continue sono essenziali per far apprendere velocemente l’altra lingua agli studenti.

La frattura culturale emerge anche nell’episodio delle “Vampe di San Giuseppe”, tipici falò di cataste di legna che si accendono in onore del Santo, la cui festa apre simbolicamente la primavera. La risposta istituzionale a una tradizione secolare è di mandare le forze dell’ordine a spegnere immediatamente i fuochi. Che reazione ci si aspetterebbe da parte dei cittadini? Lungi da me giustificare la violenza, specie verso i vigili del fuoco e i carabinieri che fanno come è giusto ciò che gli viene ordinato, ma vedere una tradizione ingiustificatamente e arbitrariamente negata da parte dello stato, non può che alimentare l’ostilità popolare nei confronti degli “sbirri”. Forse sarebbe saggio valorizzare le tradizioni, organizzare questo grande evento culturale in modo da renderlo sicuro per tutti, piuttosto che reprimerlo. L’invio delle forze dell’ordine rappresenta l’incapacità classista della politica di rispettare appieno la nostra cultura locale, e uno scarica barile inaccettabile le cui vittime, dalla parte dello stato, sono proprio gli agenti e i vigili del fuoco. Anche qui, come politica virtuosa, segnalo quelle valenciane sulle “Falles”, analoga festa organizzata dalle congregazioni di quartiere insieme al comune e alle forze dell’ordine, grande occasione di aggregazione e senso di comunità, non di scontro sociale e repressione.

“La Nostra Strada” mostra tanto e fa pensare tanto, apre gli occhi su una realtà ignorata normalmente dai media, o peggio resa da questi negativa con toni moralistici. Una breccia contro il classismo che sa essere allo stesso tempo bella, forte ed efficace.

Il trailer del film

Il Sole Luna Doc Film Festival

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