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mercoledì , 23 Settembre 2020
fonte: inchiostroverde.it

Quando l’Ambientalismo incontra la Giustizia Sociale

Dopo 8 mesi di incendi, l’Australia ha trovato la pace. Siamo rimasti incollati davanti gli schermi che trasmettevano le immagini terrificanti di quella catastrofe. 240 giorni di fiamme senza sosta, 33 persone morte,  più di tremila abitazioni distrutte e 12,6 milioni di ettari di aree boschive disintegrati. Per non parlare dei danni alla fauna: un miliardo di animali morti e 113 specie a rischio estinzione. Danni incalcolabili, non immediatamente comprensibili ad un primo studio. Quando tutto andava male, ancora a dicembre il primo ministro Scott Morrison affermava che “nonostante la siccità, gli incendi e le inondazioni, l’Australia resta un paese meraviglioso dove far crescere i bambini”.

 

La Politica negazionista

Morrison è infatti un negazionista convinto, da sempre dalla parte dell’industria del carbone – di cui l’Australia è primo esportatore mondiale – e difensore di un modello di sviluppo neoliberista estrattivista che depreda la natura in maniera indiscriminata. Leader del liberal party, partito conservatore e liberista australiano, fin dall’elezione nel 2018 ha affermato di voler ridurre le tasse sulle emissioni. Il Governo Australiano è stato infatti accusato di aver sottovalutato l’emergenza e di averla favorita indirettamente con le politiche pro-carbone. Anche se l’incendio è dipeso dalla congiuntura drammatica di diversi fattori, le politiche australiane hanno fatto ben poco per decarbonizzare il Paese – in cui sono impiegati 40mila lavoratori – nonostante l’Australia abbia firmato l’Accordo di Parigi. 

 

Fonte: pedestrian.tv

la Politica è colpevole di favorire disastri ambientali quando non si preoccupa o nega esplicitamente i cambiamenti climatici. Un altro esempio illustre è Jair Bolsonaro, Presidente ultraconservatore del Brasile. Anche la Foresta Amazzonica è stata vittima di violenti incendi che ci hanno tenuti con il fiato sospeso. Il Polmone della Terra bruciava sotto i nostri occhi, anche se ora l’allarme sembra essere rientrato. Come nel caso dell’Australia, gli incendi sono stati provocati da congiunture sfavorevoli, e ci sono sempre stati. La loro funzione è naturale: distruggono la vegetazione per rigenerarla nuovamente. Ma quando si superano dei limiti che vanno oltre la ciclicità dei fenomeni naturali, sotto la spinta antropica, si generano disastri dalla portata irreversibile.

 

Anche Bolsonaro, come Morrison, è un negazionista convinto. Buona parte della Destra mondiale rifiuta la narrativa dei cambiamenti climatici che minacciano la sorte della Terra. Quando si combatte il climate change, normalmente lo si fa dalla parte della barricata delle multinazionali. Bolsonaro ha stretto un patto implicito con gli industriali dell’Agroalimentare per deforestare la Foresta Amazzonica. Nuovi territori da coltivare, i latifondisti colmi di gioia – e denaro – che possono così sfruttare ogni nuovo centimetro di terreno. Le vittime di queste trame lobbistiche sono gli indigeni, che, costretti a lasciare le proprie abitazioni per far spazio a nuovi terreni, sono diventati subito una minoranza schiacciata. E l’incendio ha ulteriormente peggiorato le cose.

 

Gli ultimi saranno gli ultimi

Il 75% dei focolai si è verificato in aree che fino al 2017 erano coperte dalle foreste e che successivamente sono state deforestate o degradate per lasciar spazio a pascoli o aree agricole, riporta Greenpeace. Gli ultimi – i veri ultimi – come sempre, sono le vittime delle politiche di estrema destra. L’Europa aveva pure offerto un pacchetto di 20 milioni di euro al Brasile per contenere gli incendi, rispedito al mittente da Bolsonaro, che poi ha ritrattato all’ultimo. Lo stesso Bolsonaro ha minacciato di uscire dall’Accordo di Parigi, sulla falsariga del suo alter ego americano Donald Trump. Quando l’ecosistema minaccia gli interessi economici, ecco che la Destra nazionalista si erge a paladina dell’industria nazionale

 

Fonte: greenme.it

L’Europa non è esente da colpe nei confronti della situazione della Foresta Amazzonica. Sempre Greenpeace riporta il fatto che, se da una parte ha offerto un pacchetto di aiuti al Brasile, dall’altra rischia di mettere ulteriormente in pericolo la Foresta per via del’Ue-Mercosur, l’accordo di libero scambio con alcuni stati del Sud America (Brasile, Argentina, Paraguay e Uruguay), che – almeno così com’è – aumenterà le importazioni di materie prime agricole in Europa (a cominciare da carne e soia), con conseguenze devastanti per il clima, le foreste e i diritti umani, sacrificati ancora una volta sull’altare del profitto.

 

Urge quindi una riflessione sui Trattati di Libero Scambio, come il celeberrimo TTIP, l’accordo tra Europa e Stati Uniti che non è mai giunto a ratifica finale. In particolare, è importante capire il legame tra cambiamenti climatici e sistema economico. Non sempre il legame tra Economia e Difesa dell’Ambiente è così immediato. Lo sanno bene le imprese.

I profitti dell’essere ambientalisti

Per chi, come me, ha studiato Economia o ha frequentato un corso affine, una delle prime lezioni di Economia e Gestione delle Imprese è: essere ambientalisti è prima di tutto un’opportunità di business. Le imprese devono soddisfare i bisogni dei consumatori – o crearli, come hanno fatto le più grandi aziende dell’high-tech – e adeguare l’offerta di conseguenza. Principio scontato, ma non troppo. A partire dagli anni ’70 la sensibilità delle persone nei confronti di questioni etiche, sociali e ambientali si è riversata anche nel carrello della spesa. Il ’68 è stato probabilmente un apripista, ma il vero motivo va rintracciato nell’opulenza acquisita dall’Occidente.

La Società del Benessere si stava dimenticando della precarietà del secondo dopoguerra, iniziava a respirare una prosperità nuova, luccicante. Dal consumo di beni durevoli come elettrodomestici e automobili, al consumo di beni accessori, sfizi. Non ci si preoccupava più del pane nelle tavole, adesso era l’ora di scegliere se trascorrere le vacanze in Spagna o in montagna, quanti giocattoli regalare ai bambini per Natale, quale modello di barbecue utilizzare per le grigliate in compagnia. Un margine maggiore per poter evadere dall’area delle scelte dei beni di prima necessità, e potersi concentrare su come soddisfare al meglio i propri desideri.

Fonte: tuttoin1.it
Fonte: tuttoin1.it

In un contesto del genere, accade che i consumatori inizino a trasferire ciò che era rimasto cristallizzato nelle discussioni e nella politica verso i consumi. Il sistema di valori abbraccia le necessità fisiologiche. Succede che non si compri più un certo orologio perché la fabbrica che li produce utilizza manodopera minorile e a basso costo in India. Lo abbiamo visto con la questione dell’olio di palma. Esce fuori uno scandalo relativo alla distruzione di un numero incalcolabile di ettari di foreste, e l’olio di palma diventa il nemico pubblico numero uno. Parte la rincorsa delle imprese a chi elabora lo spot pubblicitario più convincente, dove viene detto esplicitamente che il prodotto è senza olio di palma. Tutti, proprio tutti lo hanno detto. La Nutella si è smarcata e ha tentato una strategia inversa: il nostro olio di palma è diverso. Considerando che per loro l’olio di palma è essenziale quanto lo è il mio sangue per una zanzara, è una scelta comprensibile.

La domanda etica

Le imprese si sono dovute attrezzare e, progressivamente, si sono date una veste “etica”. Le virgolette non sono un caso, parlare di etica e imprese può risultare un ossimoro. Ma è questa la direzione che è stata scelta: il prodotto, il processo, il concept e tutta la catena del valore dovevano essere moralizzate. Entro certi limiti, non sia mai che si chiuda uno stabilimento. Ma se si può utilizzare un’altra fonte di energia, se si possono ridurre gli sprechi, se si possono evitare danni all’ambiente circostante, lo si fa. Sempre entro certi limiti, ma lo si fa. Il consumatore saprà ricompensare l’azienda.

Tra tutte le questioni etiche, quella ambientale emerge come la più decisiva ed influente. Non sono i giganti dell’high-tech che fanno scandalo per lo sfruttamento di minori in Congo nelle miniere di cobalto, o Facebook per la manipolazione dei dati con Cambridge Analytica. Sono le immagini strazianti dei pellicani ricoperti di petrolio a causa del disastro della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon della British Petroleum del 20 aprile 2010. I video della Calotta Polare in perenne scioglimento, con gli orsi polari galleggianti sui pochi pezzi di ghiaccio rimasti, le inondazioni e le frane in Kenya che hanno ucciso 194 persone, o la Foresta Amazzonica e l’Australia che bruciano da mesi.

L’Economia che ha distrutto il Pianeta

Tornando al discorso iniziale, non è così immediato associare tutti questi disastri a fattori economici. Il pensiero comune non collega un bosco in fiamme a scelte economiche. Si tratta del classico rapporto causa-effetto con cui schematizziamo la vita di tutti i giorni: sono affamato e quindi mangio, il sole è tramontato e quindi arriva la sera. Passaggi logici, nessi incatenati. Ma tra economia e ambiente, il passaggio non avviene.

I cambiamenti climatici sono figli di scelte economiche. Se il mercato chiede petrolio, le imprese offriranno petrolio. Al manager viene chiesto di concentrare gli sforzi sulle macchine a diesel, i fornitori e i clienti dell’impresa dovranno adeguarsi. La finanza, a questo punto, decide di iniettare denaro nelle imprese petrolifere, investe sui combustibili fossili perché risponde a logiche di Return on Investment. I broker scommettono su quelle aziende, gli Stati si finanziano con gli investimenti degli investitori -gioco di parole obbligato – che hanno le mani immerse nei combustibili fossili. Tutto collegato, dalla pompa di benzina alla piattaforma off-shore, e il discorso può essere esteso a tanti altri settori produttivi inquinanti.

Un tale circolo vizioso non sarebbe possibile senza il cospicuo intervento della Finanza. La BlackRock, la più grande società di investimento nel mondo, ha annunciato il 15 gennaio che avrebbe ridotto gli investimenti nei combustibili fossili per avviare la transizione ecologica. La BEI (Banca Europea degli Investimenti) emette più green bonds di chiunque altro nel mondo. Segnali da prendere con cautela. Le partecipazioni della BlackRock stessa, che ammontano a più di 7mila miliardi di dollari, sono per il 4,2% – 300 miliardi – costituite da fondi in imprese dei combustibili fossili. Il rischio di fare greenwashing è concreto, come nel caso della presunta svolta green di ENI che, se da una parte mentre promette di impegnarsi per difendere l’Ambiente, dall’altra continua ad investire pesantemente nei combustibili fossili.

Milton Friedman, fondatore della Scuola di Chicago


(giustizia sociale ambientalismo)


Fonte: forexwiki.it

L’assassinio dello Stato

Tante, quasi tutte le imprese si sono impegnate nella riconversione ecologica. Non si tratta, però, solo di cambiamenti strutturali delle aziende: il sistema economico stesso è la radice del problema. L’ondata di privatizzazioni e deregolamentazioni sospinta da Margaret Thatcher nel Regno Unito e da Ronald Regan negli Stati Uniti è una parente prossima dei disastri ambientali di oggi. Un bizzarro colpo di sfortuna: avere nello stesso momento due Presidenti neoliberisti, figli della scuola di Chicago di Milton Friedman. Entrambi avevano individuato nello Stato il male di tutti i mali. “The Government is the problem” avrebbe poi detto Reagan.

Questo si è tradotto in una sostanziale deresponsabilizzazione dello Stato: nessun intervento nell’Economia, niente più fondi pubblici ad istruzione, sanità, ricerca. L’assassinio di Keynes sull’Occidente Express. Il mondo avrebbe seguito a ruota. Le crisi che si sono susseguite, da quella asiatica di fine anni ’90 fino alla devastante crisi economico-finanziaria del 2008, ne sono state la conseguenza diretta.

Il ritorno di Keynes

Oggi, in piena pandemia, assistiamo ad un’inversione di tendenza rispetto ai 40 anni intrisi di neoliberismo. Il Coronavirus ha reso necessario un intervento massiccio degli Stati, che hanno adottato in massa forti politiche espansive. Il Pil (Prodotto Interno Lordo) è crollato pressoché ovunque, solo in Italia si stima una perdita mostruosa pari al 10%. E mentre le Banche Centrali di tutto il mondo si affannano ad iniettare denaro in quantità smisurate, l’Occidente crolla. La Cina, epicentro del Virus e primo Paese ad essere colpito, non è più la Nazione in estrema difficoltà che vedevamo fino a qualche mese fa.

Sono l’Europa e tutto il cordone atlantico, fino agli Stati Uniti, che soffrono maggiormente. La leadership globale di Uncle Sam è a rischio, insieme a tutto l’impianto ideologico-economico con cui ha governato il Pianeta. La pallottola è la pandemia. L’arciduca Francesco Ferdinando è il neoliberismo. “O cambia il sistema o soccombiamo tutti. A partire dall’Europa” ha scritto Fabrizio Maronta su Limes a metà marzo. Il neoliberismo ha i giorni contati.

La nascita del movimento Fridays For Future ha generato una mobilitazione globale senza precedenti. Il mondo ha iniziato a capire le conseguenze nefaste del riscaldamento globale, prodotto anche dall’indifferenza. Il cambiamento, nelle parole del movimento, passa anche dal sistema economico. Nella campagna Ritorno al Futuro si parla di riaffermare il ruolo pubblico nell’economia e di realizzare la giustizia climatica e sociale. I primi tre punti del programma investono l’Economia, e le chiedono di cambiare. Le istanze ambientaliste si accompagnano ad un ripensamento del modello economico.

Greta Thunberg, fondatrice del movimento Fridays for Future

(giustizia sociale ambientalismo)
Fonte: il sussidiario.net

Una nuova prospettiva

La sensibilità alle questioni ambientali è ormai ampiamente diffusa. In Germania, alle ultime elezioni europee di maggio 2019, i Verdi hanno preso il 20% dei consensi. In Italia, come negli Stati Uniti e in generale in tutto l’Occidente – non si respira ancora la stessa sensibilità in Oriente – è difficile trovare un Partito che non menzioni esplicitamente la Difesa dell’Ambiente nei punti del programma. La salvaguardia del Pianeta è entrata anche nel cuore dell’Unione Europea, che ha presentato il 14 gennaio di quest’anno il Green New Deal, un massiccio piano di investimenti – 1000 miliardi in 10 anni – per avviare la rivoluzione ecologica nel Continente. Il Piano prevede la decarbonizzazione del settore energetico – costituito per il 75% da combustibili fossili – e l’ambiziosissimo progetto di arrivare alla neutralità climatica entro il 2050.

Questa nuova sensibilità nei confronti della Difesa dell’Ambiente si spiega anche nella nascita di branche dell’Economia come l’Economia Ambientale. Ma anche l’Economia Comportamentale e la Finanza Etica ne sono derivazioni dirette, anche se non afferenti direttamente alle questioni climatiche. La questione del ripensamento del sistema economico, introdotta da Richard H. Thaler nello sviluppo dell’Economia Comportamentale cerca di sradicare gli stessi fondamenti: la Teoria Economica Neoclassica vede l’uomo come un animale completamente razionale, che punta solo a massimizzare la propria utilità individuale. È il dogma dell’homo economicus, l’uomo che agisce come player individuale e non si cura degli altri. Si tratta di un concetto che ha dominato e per certi versi continua a dominare la teoria economica. Gli assunti da qui partono le politiche economiche degli Stati, le previsioni economiche future, l’impianto del nostro sapere economico, sono figli di questo assioma – apparentemente – inconfutabile.

Un’Economia diversa per difendere la Terra

La realtà ci ha dimostrato che dobbiamo, ora come non mai, ripensare i cardini del sistema economico. Lo esige l’Umanità, lo esige il Pianeta. Il modello economico neoliberista ci ha deresponsabilizzato, ci ha fatto credere che la ricchezza si sarebbe diffusa a cascata su tutta la società. I disastri prodotti sono la peggiore smentita, e la nostra Terra ha pagato il prezzo di logiche estrattiviste, consumate dal bisogno di massimizzare i profitti. L’Economia non può più sopravvivere sulle stesse basi degli ultimi 40 anni, distruggendo ogni tipo di forma regolatrice e di intervento per l’istruzione, l’ambiente e la povertà.

Il rapporto tra Climate Change e migrazioni

Il ruolo degli Stati e delle loro politiche economiche saranno ancora più rilevanti considerando anche i massicci movimenti migratori che ci attendono. Secondo la Banca Mondiale, entro il 2050, fino a 143 milioni di persone che attualmente vivono nei paesi dell’Africa Subsahariana, dell’Asia meridionale e dell’America Latina, potrebbero muoversi forzatamente per cause climatiche. La ragione risiede nel fatto che i cambiamenti climatici possono essere correlati con l’aumento della frequenza e dell’intensità degli eventi meteorologici estremi, come ondate di calore, siccità, inondazioni, cicloni e incendi boschivi, alterazioni dei sistemi idrici e il crescente tasso di estinzioni di specie animali e vegetali. Quest’ultimo accelerato spaventosamente dagli incendi in Australia e nella Foresta Amazzonica – gli indigeni che fuggono dalle loro abitazioni sono un esempio.

La Dichiarazione di New York su rifugiati e migranti, adottata il 19 settembre 2016 durante la 71° sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, ha formalmente riconosciuto l’impatto dei cambiamenti climatici e ambientali quali fattori significativi nelle migrazioni forzate o volontarie. Sempre la Banca Mondiale nel suo rapporto “Groundswell. Preparing for internal climate migration” identifica dei punti focali dai quali le persone fuggiranno per concentrarsi in altre città, un movimento che spesso sarà verso aree urbane e peri-urbane che avranno il problema di gestire flussi, a volte ingenti, di persone in entrata con ricadute su questioni fondamentali quali alloggi e infrastrutture di trasporto, servizi sociali e opportunità di lavoro.

I dati dell’Internal Displacement Monitoring Center (IDMC) che, dal 2008, ovvero da quando vengono monitorati i dati dei migranti ambientali, ha calcolato che a causa di disastri ambientali, in media oltre 25 milioni di persone l’anno sono costrette a lasciare le proprie case. Emblematico il caso della Somalia, dove una sequenza inarrestabile di conflitti armati ha costretto più di 400mila persona a dover abbandonare le proprie abitazioni. Emblematico perché, nonostante l’immaginario comune faccia pensare che gli spostamenti delle persone siano dovuti principalmente alla guerra, sono oltre 900mila i somali che hanno lasciato la propria casa per via di motivazioni climatiche, più del doppio di quelli che se ne sono andati per i conflitti.

giustizia sociale ambientalismo
Fonte: iconaclima.it

Giustizia sociale e ambientalismo

Anche qui il rapporto con l’Economia è forte. I disastri ambientali non fanno altro che aggravare condizioni socio-economiche gravi preesistenti, aumentando l’ingiustizia sociale. Sono i più deboli e i più poveri quelli che vengono travolti maggiormente, ed in mancanza di un welfare forte e di politiche statali adeguate, sono destinati a soffrire. Il Coronavirus di questi mesi ci ha messo davanti alla stessa dinamica: lavoratori esposti alla mancanza di sicurezza nelle fabbriche e a rischi di povertà molto alti, senzatetto che non possono stare a casa -perché una casa non ce l’hanno -persone che non hanno potuto procurarsi mascherine o cure adeguate.

I disastri colpiscono più duramente chi non ha le giuste difese. Il cambiamento climatico va combattuto con la Politica e l’Economia, non solo con misure prettamente tecniche. Il ruolo dello Stato deve tornare centrale, uno Stato che investa pesantemente nel welfare e nelle politiche di occupazione. Per questo il ruolo dell’agenda progressista è sempre più cruciale nel difendere la Terra e le persone. Chi governa non può lasciare che il profitto di una multinazionale conti più della protezione di un ecosistema. Non si può permettere che migliaia di persone siano costrette a fuggire da casa per colpa dei cambiamenti climatici, ed essere per questo ridotte in povertà e miseria. La giustizia sociale e l’ambientalismo possono vincere solo se combattono insieme.

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