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martedì , 4 Agosto 2020

Contro il neoliberalismo. Mobilitazione generale e valori collettivi.

In Italia è invalso l’uso di distinguere “neoliberalismo” e “neoliberismo”. I due termini, si dice, definiscono fenomeni diversi e irriducibili: un pensiero politico (il neoliberalismo) e una dottrina economica (il neoliberismo). L’idea di fondo, implicita ma evidente, è che politica ed economia siano sfere autonome. Ne viene che, sempre in base a questa vulgata, si può essere politicamente neoliberali senza essere dei neoliberisti in economia, e viceversa. Ma le cose stanno davvero così?

Vale la pena osservare che, al di fuori dei confini italiani, in nessun paese al mondo è mai stata proposta una simile distinzione. Se prendiamo come punto di riferimento il contesto anglosassone, vediamo che un unico termine, neoliberalism, viene impiegato per designare fenomeni che sono, contemporaneamente, politici ed economici. Non solo i due ambiti non sono affatto autonomi, ma sconfinano l’uno nell’altro, fino a coincidere.

Come spesso accade, gli usi linguistici si rivelano determinanti per comprendere la realtà (o per fraintenderla). In questo caso, la consuetudine italiana di distinguere neoliberalismo e neoliberismo tende ad occultare il tratto essenziale dell’approccio neoliberale, ossia il suo proporsi come visione totalizzante della società. Detto altrimenti, il neoliberalismo, pur nascendo nell’ambito della teoria economica, si qualifica sin dall’inizio come progetto capace di spiegare e governare ogni aspetto della complessità sociale.

Per comprendere questo punto possiamo considerare la celeberrima definizione di scienza economica formulata da Lionel Robbins e alla quale si richiamano tutti i teorici neoliberali: “L’economia è la scienza che studia la condotta umana come una relazione tra fini e scarsi mezzi che hanno usi alternativi”. In queste parole non c’è sostanzialmente nulla di ciò che siamo soliti considerare una caratteristica propria della sfera economica. Non si parla di produzione o commercio, di consumi o di ricchezza materiale. Nulla di tutto ciò. L’economia, per Robbins e i neoliberali, è un sapere che riguarda il comportamento delle persone. In questo senso, essa è anche, immediatamente, una pratica di potere: la conoscenza dell’uomo così raggiunta non è meramente contemplativa, ma appronta strumenti e strategie di intervento per regolare le condotte individuali e sociali. È in questo quadro, ad esempio, che va letto il lavoro del premio Nobel per l’economia Gary Becker, che insieme a Milton Friedman fu il principale guru del neoliberalismo statunitense. Egli dedicò la sua intera carriera ad applicare i modelli dell’analisi economica ai più disparati ambiti dell’agire sociale: alle scelte politiche, alla discriminazione razziale, all’uso di stupefacenti, al crimine, all’istruzione, addirittura ai legami affettivi.

Gli assunti alla base di tale approccio sono quelli della cosiddetta teoria della scelta razionale, secondo la quale ogni individuo, in qualsiasi situazione si trovi e qualsiasi scelta debba compiere, tenderà spontaneamente a calcolare i costi e i benefici delle diverse alternative e a optare per la massimizzazione del proprio utile. In altre parole, il comportamento umano, in ogni sua dimensione, è interamente volto alla soddisfazione di interessi individuali razionalmente definibili. Ne viene, come conseguenza naturale, che ogni prassi che non si attenga a questo modello è per definizione irrazionale.

Già da questi accenni emerge come le ipotesi antropologiche su cui si regge la dottrina neoliberale siano piuttosto rudimentali e grottesche. I suoi principali teorici, tuttavia, si spingono ancora oltre. A chi, ad esempio, obietta che esistono dei comportamenti, come quelli ispirati a sentimenti di affetto o di altruismo, che sembrano contraddire i loro assunti, essi rispondono che, alla base di ogni azione apparentemente disinteressata, è pur sempre possibile rinvenire un calcolo di più ampio respiro sui benefici che l’individuo può egoisticamente ricavarne. Insomma, magari nessuno mette in dubbio il mio affetto sincero per la persona con cui ho deciso di condividere la mia esistenza, ma il punto rimane che, a monte, ho scelto quella persona perché soddisfa meglio di altre la mia ricerca dell’utile.

Ci si dovrebbe chiedere come una teoria così goffa e caricaturale abbia potuto essere presa sul serio, e questo fino al punto di determinare le sorti del mondo per oltre quattro decenni. In prima battuta possiamo dire che essa ha avuto la fortuna di individuare degli argomenti difficilmente confutabili. Come posso smentire il mio individualismo? E come faccio a dimostrare che dietro questa smentita non si cela un’ulteriore, più profonda pulsione egoistica? Va rilevato, a questo proposito, che la vera obiezione all’approccio neoliberale non è di natura morale o psicologica, ma epistemologica. La teoria della scelta razionale, infatti, si regge sul doppio postulato secondo il quale gli individui sono sempre pienamente informati sugli elementi in gioco nelle loro scelte e le informazioni sono sempre ugualmente accessibili a tutti. Ora, è del tutto evidente che, nel mondo reale, le cose non vanno così. Detto altrimenti: la realtà che i neoliberali pretendono di descrivere e governare, molto semplicemente, non esiste. (Ecco un esempio: se quindici anni fa milioni di piccoli risparmiatori avessero avuto tutte le informazioni relative ai mutui subprime, ben difficilmente gli squali di Wall Street sarebbero riusciti a truffarli vendendo loro prodotti finanziari privi di valore).

Se quindi il neoliberalismo non ha alcun valore in quanto teoria scientifica, è chiaro che la sua forza è puramente ideologica. Da una parte, esso ha avuto vita facile nel sollecitare le pulsioni più egoistiche che albergano in ciascuno di noi, dall’altro, e più significativamente, i suoi assunti sono serviti a giustificare gli interessi delle élites del potere economico e finanziario, le quali, per parte loro, non si sono certo lasciate scappare l’occasione di perseguire il proprio utile senza l’impiccio di dover rendere conto, moralmente e politicamente, delle loro azioni.

Il mondo attuale è stato in larga misura plasmato da queste fantasmagorie ideologiche. Lo scenario è quello di una realtà popolata unicamente da individui (anche le imprese sono intese come tali) in perenne concorrenza tra loro per la massimizzazione del proprio tornaconto. In questa chiave, va da sé, non è concepibile un interesse diverso da quello egoistico, anzi va scoraggiato ogni tentativo di affermarlo, dal momento che ciò comporterebbe un perturbamento indebito della “normalità” delle relazioni concorrenziali.

Se ci fermassimo a questo punto, però, potrebbe sembrare che il neoliberalismo non si discosti in maniera significativa dal liberalismo classico, e in effetti la retorica sul libero mercato e sui diritti individuali di un Freidman non è apparentemente diversa da quella a suo tempo usata, ad esempio, da John Stuart Mill. Questo dato superficiale non deve però farci perdere di vista le differenze di fondo. Infatti, mentre il vecchio liberalismo intendeva l’economia come uno specifico ambito dell’azione umana e conservava una distinzione, per quanto vaga, tra sfera economica e sfera politica, per il neoliberalismo non è più così: in questo caso, come abbiamo visto, non ha neanche senso parlare di sfera economica, ma occorrerebbe parlare, più correttamente, di razionalità economica applicabile a tutti gli ambiti della vita. “L’economia è il metodo; l’obiettivo è cambiare il cuore e l’anima della nazione”: Margaret Thatcher, con il suo istinto per le sintesi ad effetto, coglieva perfettamente il senso totalizzante dell’ideologia.

Le conseguenze politiche di tutto ciò sono state di enorme portata sia a livello di sistematizzazione di nuovi modelli di governo (politics) sia, va da sé, a livello delle singole scelte che sono state effettivamente operate (policy). Sul piano di un’istituzione politica come lo Stato, questo ha significato non una semplice riduzione del suo raggio d’azione e delle prerogative che aveva acquisito, nel secondo dopoguerra, con l’affermazione del welfare state, ma, a monte e più fondamentalmente, una ridefinizione delle modalità e dei fini dei suoi poteri di governo. In altri termini, lo Stato non è più stato concepito come un’istituzione autonoma e in rapporto dialettico con l’ambito economico, ma è stato ricodificato in base alla razionalità individualistico-concorrenziale del neoliberalismo, divenendo così, di fatto e di diritto, un’agenzia di implementazione di quella stessa razionalità.

Un paio di esempi possono chiarire il punto. Prendiamo innanzi tutto il caso dell’istruzione. Se, per buona parte della storia contemporanea, il fine che lo Stato ha perseguito attraverso la scuola è stato irriducibile alla logica economica, proponendosi, tra l’altro, di formare la cittadinanza e di disciplinare gli individui, negli ultimi decenni è andato sempre più affermandosi il principio per cui i percorsi di istruzione devono servire in primo luogo a formare forza lavoro o, per usare il concetto cardine dell’antropologia neoliberale, a sviluppare “capitale umano” spendibile sulla scena concorrenziale del mercato del lavoro. L’adozione, anche in Italia, dell’alternanza scuola-lavoro non ha fatto che assecondare e confermare questa tendenza.

Le cose non vanno diversamente nell’ambito della programmazione economica propriamente detta. In questo caso, la retorica del “buon padre di famiglia” che “stringe la cintura” quando le cose vanno male dice molto più di quanto sembra. Lo Stato non è che un individuo tra gli altri, sottoposto alle medesime logiche del profitto e della concorrenza. Se un tempo il potere pubblico poteva, all’occorrenza, esercitare il proprio primato sull’economia (ad esempio definendo ambiti preferenziali di investimento, nazionalizzando settori produttivi strategici, operando politicamente per la creazione, la rinegoziazione o l’annullamento di debiti…), oggi ne è diventato l’alfiere. L’inammissibilità, per definizione, di qualsiasi interesse collettivo e, di conseguenza, della titolarità a rappresentarlo, hanno ridimensionato lo Stato al rango di un attore tra gli altri, un attore al quale, al limite, si può assegnare il ruolo del “gendarme della concorrenza” che vigila sull’effettivo rispetto delle poche norme che garantiscono il corretto funzionamento del mercato. Non è un caso, a questo proposito, che la dottrina neoliberale teorizzi da sempre la scomparsa del diritto pubblico a vantaggio di quello privato, così come non è un caso che, seguendo questa impostazione, le classi dirigenti pubbliche abbiano sempre più smesso i panni dei decisori politici per assumere quelli dei contabili della globalizzazione. “Ce lo chiedono i mercati”, no?

Comprendere questi aspetti è di fondamentale importanza perché molti, ancora oggi, coltivano l’idea che, soprattutto in situazioni di crisi, l’intervento dello Stato sia in quanto tale risolutivo. Al netto dei nostri desideri, la realtà finora ci ha parlato di un potere pubblico che si è dimostrato consustanziale alla dottrina neoliberale e di classi dirigenti che hanno fatto di tutto per adeguarsi ai dogmi del liberomercatismo.

Tutto ciò è vero in particolare oggi, all’epoca del coronavirus. Infatti, se l’emergenza che stiamo vivendo rende evidente il fallimento del modello neoliberale, i generici appelli all’intervento dello Stato appaiono sì necessari, ma non ancora sufficienti per farci uscire dall’impasse. In questo senso, bisognerebbe almeno chiedersi quali interventi siano indispensabili, ma, soprattutto, all’interno di quale paradigma ideale, antropologico, sociale e politico si collochino. In altre parole, un rinnovato impegno dello Stato a sostegno dell’economia può certo provocare delle crepe nei muri portanti del neoliberalismo; non è detto però che queste crepe risultino sufficientemente estese e profonde per far collassare l’intero edificio. Il rischio è che, superata la congiuntura critica, la logica sistemica di fondo rimanga inalterata.

Per scongiurare questo pericolo non ci si può limitare ad esibire l’evidenza dei fatti e ad attendere un “cambiamento dall’alto”. Un simile cambiamento, per assuefazione, inerzia o inettitudine delle classi dirigenti, non accadrà mai da sé. L’unica strategia perseguibile in questa fase (soprattutto in questa fase) è quella di una mobilitazione generale capace di riaffermare il primato degli interessi collettivi su quelli individuali e della rappresentanza democratica sui mercati. Una mobilitazione che sia in grado, al contempo, di articolare rivendicazioni concrete e immediate e di ridisegnare il quadro generale dei valori della nostra società. La lotta, in breve, deve essere contemporaneamente pragmatica e ideologica. Se non la si combatte dal punto di vista culturale, le poche conquiste che si potranno ottenere nell’immediato saranno destinate a svanire rapidamente. Molto rapidamente.   

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