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martedì , 4 Agosto 2020

La doppia crisi dei lavoratori atipici italiani.

La scrematura sociale che sta avvenendo in questi giorni è pesante e lo sarà sempre più nei prossimi giorni o settimane. L’idea che tutto possa andare per il meglio ovviamente oltre ad uno slogan pubblicitario dovrà essere un obiettivo per il Governo e per tutti i lavoratori e per la società intera. Cercare di sopravvivere a queste difficoltà che stiamo avendo tutti, ai disagi e alle batoste finanziarie. Tutti ne siamo coinvolti. La luce in fondo al tunnel sta nel prendere consapevolezza che siamo tutti parte di una società che si occupa di alcuni e che a volte tralascia degli altri. E che così non dovrebbe essere. Il blocco (quasi) totale delle attività produttive non essenziali ci ha messo di fronte alla terribile e manifesta realtà di chi in questa nazione è invisibile agli occhi non del fisco ma delle tutele assistenziali previste per alcune categorie di lavoratori.

Dal punto di vista lavorativo infatti, bisogna imparare a riconoscere che non tutti sono sempre tutelati e neanche facilmente inquadrabili in talune categorie professionali e di conseguenza in casi di emergenza come questo momento che stiamo vivendo non ci sono vie d’uscita facili che riescano a sostenere tutti e a garantire la giusta protezione.

Quale il senso di queste parole? Chi ha avuto a che fare con l’attività lavorativa autonoma sa certamente di che cosa si sta parlando, ovvero dei lavoratori che non sono a contratto ma delle Partite Iva che con le mani legate dalla situazione contingente sono tra le categorie più a rischio. Il governo sembra aver messo in conto per il mese di marzo, da quanto riportato nel decreto del 17/03, art. 27, un contributo per i titolari di partita iva e ai lavoratori autonomi con rapporto di collaborazione coordinata e continuativa di 600 euro per un limite di spesa di 203, 4 milioni per tutto l’anno 2020. Ovviamente ci sono dei requisiti minimi come aver aperto partita iva prima del 23 febbraio 2020. Per coloro che si sono iscritti nei giorni successivi e che naturalmente non si aspettavano una decisione drastica del governo sul covid beh non c’è molto da fare. In particolare poi bisognava dimostrare di essere in una condizione di ‘sofferenza economica’. In parole povere di non avere avuto le stesse entrate nel 2018 (anno di riferimento delle dichiarazioni dello scorso anno):

  1. redditi complessivi dichiarati per il 2018 fino a 35.000 euro con limitazioni dell’attività professionale a causa della sospensione delle attività per il covid;
  2. redditi complessivi dichiarati per il 2018 tra i 35.000 ed i 50.000 euro e che nel periodo tra febbraio e marzo hanno cessato l’attività oppure hanno avuto flessione del fatturato di almeno il 33%.

Oltre a questo sussidio, il governo ha provveduto con un ulteriore decreto legge, cosiddetto Decreto Liquidità, anche a introdurre una forma di prestito garantito a cui possono accedere anche le partite iva e che prevede il prestito al 100% garantito dallo Stato per le PMI e anche per le PI.

Fonte: sondaggio ACTA 27-28 febbraio 2020

Il mondo delle partite iva è sempre in bilico anche nelle situazioni di non pandemia. Molti dei soggetti iscritti sono soliti combattere con le tasse e i mancati pagamenti, specie se si ha a che fare con le cooperative che pagano a 60/90 giorni e che quindi non garantiscono una tranquillità finanziaria. Ovviamente la situazione è aggravata dal presentarsi di situazioni insolite come questa: non ci sono garanzie, non tanto sul fatto che i lavori riprendano o che vadano affidati a chi lo stava svolgendo. Molte aziende infatti non avendo ricevuto commesse in questo periodo non potranno garantire la ripresa veloce dei lavori quando l’emergenza sarà finita questo comporterà un’ulteriore perdita di lavori ritardi nel rilancio delle imprese. Un recente sondaggio svolto da ACTA ha evidenziato che la perdita di reddito non è soltanto quella dovuta al mese corrente ma soprattutto le perdite di lavori futuri. Dal grafico si evince come la mancanza di commesse non è un problema legato all’oggi quanto lo sarà al domani. Quasi la metà degli intervistati ha subito una cancellazione e il 57 % ha avuto la sospensione o il rinvio di almeno una commessa. E per sottolineare anche altri irrisolti problemi sociali, chi più ha dovuto soffrire a causa della chiusura delle scuole, sono state le lavoratrici.

Molti, abituati alla situazione di incertezza, non gettano la spugna e sono fiduciosi che i lavori riprenderanno appena tutto si sarà sbloccato come un titolare di partita iva è abituato a fare. Molti altri invece si trovano nella triste condizione di essere in un limbo, come chi ha appena aperto la partita iva e non rientra tra coloro che hanno i criteri di accettabilità per ricevere il sussidio del governo. In altri casi invece gli orientamenti sono davvero pessimistici in quanto molti non vengono pagati già da tempo e quindi si trovano senza lavoro e senza soldi. E per non parlare di tutti coloro che devono pagare anche un affitto e sono costretti a farlo tutt’oggi perché della sospensione di questi il governo non ha parlato a differenza dei mutui.

Certo 600 euro sono soltanto un palliativo per tamponare la situazione. Pare che per i prossimi mesi invece il governo stia attuano delle regole più ristrette per l’accesso a questi fondi ma che l’importo del bonus sarà aumentato a 800 euro.

In altri casi invece, secondo il Dpcm 22 marzo 2020 pubblicato in gazzetta ufficiale, ci sono talune categorie di lavoratori che non hanno mai dovuto smettere di lavorare. Dunque si parla di molteplici attività e anche se all’apparenza tutto è fermo, l’elenco di persone che sono continuano a lavorare è lungo. Ovviamente sono principalmente le filiere legate alle produzioni alimentari, quelle chimiche ma non dobbiamo dimenticare le Grandi Opere e le opere pubbliche. E per costoro chissà se si avranno delle misure di supporto. O almeno delle mascherine.

Quello che invece è totalmente fuori controllo è la percentuale di persone che non lavoravano prima dell’emergenza e che dunque sono stati impediti nel trovare un lavoro in questo momento. Potrebbe sembrare assurdo e ancora peggiore la situazione di chi invece ha un contratto precario, a chiamata e che non è minimamente rientrato nelle manovre del governo. A rigor di logica avrebbe senso in quanto il governo ha preso provvedimenti per coloro che tecnicamente sono stati danneggiati dal virus avendo un contratto che gli garantisse un introito mensile o similare. Se per caso qualcuno invece non ha avuto la fortuna di avere un contratto stabile ma ad esempio lavora con ritenuta d’acconto legalmente non rientra né tra le partite iva né tra coloro che hanno accesso alla cassa integrazione. Oltre al danno la beffa. Più che mai ci si chiede quale sia il limite dei lavori saltuari con contratti flessibili che pur essendo uno strumento utile in tempi normali certamente mostrano le loro fragilità più che mai in questi tempi.

La mole di lavoratori escluse dalle forme di sostegno in questo terribile periodo economico solcherà un fosso ancor più profondo tra chi delle garanzie le aveva e chi probabilmente non le avrà mai. Questo virus mostrerà la fragile ombra di un’economia basata sui lavoratori esposti a molto rischi e perenni incertezze, nessuna garanzia per il presente né per il futuro e la lieve speranza che qualcosa debba cambiare necessariamente per poter permettere a chiunque un’esistenza dignitosa. Che possa essere l’introduzione di un reddito minimo per tutti? Anche questa potrebbe essere una soluzione auspicabile. Sembra proprio che il virus dalla lontana Cina ci faccia riflettere sul momento più che opportuno di porre ora le basi per un futuro più saldo e con salde fondamenta sulla vita umana e non sulla variabile dell’economia.

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