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Il vuoto sui beni comuni a Roma e la vicenda della Casa Internazionale delle Donne

In questi giorni torna alla ribalta delle cronache il caso della Casa Internazionale delle Donne di Roma sotto sgombero come centinaia di altre realtà cittadine a seguito delle decisioni della Corte dei Conti che hanno obbligato il Comune di Roma a richiedere a chiunque utilizzi un bene comunale un canone d’affitto di “mercato” a prescindere dalla natura delle attività e degli affittuari e addirittura a ritroso con cartelle di pagamento in molti casi da centinaia di migliaia di euro.

Un disastro anche conosciuto come delibera 140 (amministrazione Marino) che ha creato un vero e proprio dramma in tutta la città e l’annullamento senza possibilità di ritorno di decine di esperienze di associazionismo, assistenza e cura dei diritti e dei beni comuni.

Tre anni fa davanti all’incedere della delibera e degli sfratti il viceSindaco 5stelle Bergamo aveva promesso un regolamento che risolvesse la questione a monte riconoscendo a scomputo dell’affitto il valore sociale e/o culturale delle attività sotto sfratto.

Sostanzialmente un regolamento sui beni comuni, la loro gestione e sul baratto amministrativo.

Di tutto questo però non c’è stata traccia e anzi sono affiorate le polemiche, le mancate risposte e le mobilitazioni inascoltate della Casa al pari di decine di altre realtà per chiedere una risposta dalla Raggi che potesse salvare le attività sociali che operano in immobili del comune e mettere la parola fine alla querelle.

Le cose sono rimaste in stallo fino a ieri quando la Raggi in un post trionfante annunciava un emendamento in parlamento per devolvere 900.000 euro a favore della Casa Internazionale delle Donne per garantirne la continuità delle attività. La reazione delle altre forze di maggioranza nazionale non si sono fatte attendere con il gruppo capitolino PD che giustamente denunciava lo sciacallaggio della Raggi e addirittura Migliore (fresco di scena muta davanti a Toscani ) prontissimo a rivendicare la paternità dell’emendamento a Italia Viva. In tutto questo intervenivano anche dalla Casa delle Donne dicendo che la Raggi ancora doveva rispondere ai loro appelli , che il provvedimento era solo una toppa e sopratutto che bisognava attendere che fosse votato.

E infatti oggi è arrivata la notizia che l’emendamento è stato dichiarato inammissibile, quindi niente soldi per la Casa e punto e a capo.

Nella pochezza generale la destra non ha perso neanche questa volta l’occasione per fare peggio attaccando l’emendamento perché una “marchetta elettorale di Gualtieri”, Ministro del Tesoro in corsa per le supplettive del Collegio Roma 1 per il centro sinistra (NdR i soldi sarebbero dovuti arrivare da un fondo speciale del Ministero e la Casa si trova nel Collegio Roma 01).

La questione invece è ben più ampia e va anche oltre le giuste richieste delle donne della Casa e riguarda tutta Roma.
È possibile applicare un criterio esclusivamente contabile nella gestione del patrimonio pubblico al punto da poterlo concedere solo a fronte di affitti commerciali? Possibile che non ci sia modo di assegnare ad enti, associazioni , progetti sociali il patrimonio pubblico tenendo conto del loro contributo in termini di servizio , assistenza, costruzione di comunità ?

La risposta come spesso accade è basata su un’altra domanda: cosa succede nelle altre città d’Italia?

Ebbene partendo da Bologna che ha fatto scuola esistono in centinaia di comuni d’Italia regolamenti per la gestione dei beni comuni che rispondono a questa esigenza e non solo, chiarendo e semplificando le procedure, favorendo la libera aggregazione e proposta dei cittadini e consentendo al Comune di assegnare i beni tendendo conto della funzione sociale dell’assegnazione con affitti ricognitori (calmierati), contributi, sgravi e facilitazioni fiscali. Che dire di Napoli dove da ormai dieci anni si è sviluppato un lavoro intenso e innovativo sui beni comuni con tanto di Assessorato dedicato o ancora Torino, gemella in sorte politica a Roma , dove il regolamento è in dirittura di arrivo.

E un’altra domanda ancora: possibile che a Roma nessuno se ne sia accorto? No non è possibile e infatti pende in comune una proposta di delibera di iniziativa popolare promossa dalla Coalizione dei Beni Comuni e a cui hanno aderito quasi duecento realtà cittadine raccogliendo ben 15.000 firme. La delibera prende spunto dalle altre esperienze italiane con il supporto di Labsus (gli ispiratori della carta di Bologna) proponendo (finalmente ) un regolamento sui beni comuni anche per Roma.

A rendere chiaro quanto la questione sia concreta e urgente anche la proposta di legge Regionale promossa della Consigliera del PD Leonori per dotare tutti i comuni del Lazio di una legge quadro dentro al quale declinare i propri regolamenti.

Fatto sta che la delibera langue in Consiglio con rinvii e commissioni senza che ci sia modo di sapere la data di messa in discussione per quanto il regolamento comunale preveda un termine massimo di 6 mesi per discutere le delibere di iniziativa popolare (termine quasi mai rispettato ).

In grande sintesi il problema c’è, è grave e diffuso e c’è anche una proposta dal “basso” pronta per essere discussa e votata. Quello che manca è un’amministrazione coraggiosa che sfondi il muro di timidezze e incertezze e con solidissime basi giuridiche superi i giudizi parziali e contabili e rimetta a disposizione dei romani l’immenso patrimonio comunale che ancora resiste nonostante 30 anni di dismissioni.

È un punto cruciale nella proposta per la Roma che verrà e che ancora langue nei dibattiti ombelicali sempre e solo sui rapporti di forza della città tra chi ha più visibilità , chi ha più denari per la campagna elettorale e cosa conviene a livello nazionale.

Sarà il caso di metterlo al centro dell’agenda altrimenti chiunque diventerà Sindaco dovrà passare il tempo a sgombrare progetti sociali e culturali fino a quando a Roma non sarà rimasto più nulla.

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