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martedì , 4 Agosto 2020

“Tutti vogliono viaggiare in prima”

In un saggio degli anni ’60, Marshall McLuhan teorizzò il cosiddetto “villaggio globale”, una forma di società aperta, senza confini, inclusiva e profondamente radicata nello sviluppo tecnologico. L’informazione, la conoscenza, il confronto con altre realtà scatenano la presa di coscienza, risvegliano una coscienza sopita o ne riscoprono la presenza in-conosciuta. Questo sarebbe dovuta essere la globalizzazione, ma, invece, questo non è stato. Problemi di livello globale sono stati scagliati addosso ai detentori del potere locale, costringendo questi a ricercare soluzioni efficaci, che al più si sono rivelate palliativi al pari di una diga fatta di segatura che deve fermare un corso d’acqua in piena. McLuhan è partito dal principio della globalizzazione culturale prodotta dalle comunicazione di massa per teorizzare una società che, grazie alle estensioni fisiche del corpo rappresentate dai mass media, avrebbe avuto il potere di rivoluzionare l’assetto sociale esistente.

L’offensiva politico-culturale del neoliberismo in atto a partire dagli anni Settanta ha posto fine al modello di società e di Stato a cui eravamo abituati a pensare. La separazione tra politica e potere ha prodotto storture e fallacie dei meccanismi delle democrazie e conseguenze disastrose sul piano della giustizia sociale. Tutte le promesse che avrebbe dovuto realizzare la rivoluzione elettronica si sono trasformate in una tendenza mistificante e decadente dell’idea modernista di progresso: un artificio costruito per consegnare le chiavi del mondo a chi detiene il potere e legittimare le sue scelte, compiute nella garanzia dei suoi interessi e non dello sviluppo globale. In Italia, tra l’altro, qualcuno che ebbe a preoccuparsi e a porre il problema della corretta conoscenza e della gestione della trasformazione in atto è rimasto inascoltato: Berlinguer, in una intervista del 1983, aveva ben inteso quale fosse la portata della “sospensione dei riflessi condizionati” di cui parlava McLuhan in relazione all’ansia che si genera nella transizione da un processo di trasformazione all’altro. Berlinguer, quando si riferiva alla rivoluzione elettronica, diceva che, sebbene questa radicale trasformazione dei modi di vivere ponesse problemi inediti sia sotto l’aspetto politico (rischi di cesarismo) che sotto quello culturale (la trasformazione della base tradizionale di riferimento degli input sociali), bisognava impadronirsi il più possibile della conoscenza di questi fenomeni, per riuscire a canalizzare, a orientare e a controllare queste innovazioni ed evitare che queste sacrificassero le esigenze fondamentali dei lavoratori e dei cittadini.

Il capitalismo, anche nella sua crisi più evidente, non smette mai di rinnovarsi e rinnovare le forme di sfruttamento. Per tornare all’essenza stretta di questo discorso, basti pensare al movimento molto semplice che ormai è diventato parte integrante degli impulsi quotidiani che diamo al nostro agire: il click sullo schermo dei telefoni per ordinare su JustEat o su Amazon. La platea dei soggetti sociali coinvolti si è allargata a dismisura e così l’invasione del capitale nei diversi campi della vita umana. Gli effetti del neoliberismo si dispiegano tutti: una volta garantita la libertà personale all’interno del mercato, si infonde una mentalità competitiva che entra a far parte della cultura del tempo, accettata come razionale e giusta. Crouch la chiamava post-democrazia, Bauman società liquida. In senso più ampio, è la condizione che garantisce solo formalmente le libertà, mentre al contempo le svilisce del loro reale contenuto.

Una società de-massificata, in altre parole: una maggioranza sempre più povera, gratificata dall’accesso all’alta tecnologia e dal possesso di una estrema facilitazione della comunicazione, tutti uguali d fronte alle grandi leggi dell’economia e del mercato, tutti liberi di pensare e di poter esprimere la propria opinione quando non di vomitarla senza adottare gli strumenti del pensiero critico, tutti amalgamati, stressati ed esteticamente affaticati, alla ricerca di nuove ritualità sociali. Tutti concordi nell’aver donato alla democrazia una nuova veste: da luogo di mediazione e rappresentanza a innesco incontrollato di rivalità. Per dirla alla Liga, tutti vogliono viaggiare in prima, tutti quanti con il drink in mano, chiedendo ipocritamente “come va?” per sentirci meglio e migliori. 

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