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sabato , 6 Giugno 2020
Immagine tratta da https://bora.la/2019/03/14/fridays-for-future-anche-a-trieste/

Fridays for future, i giovani in sciopero per l’ambiente.

La mobilitazione ambientale è uno dei principali attori che hanno prodotto mobilitazione nel corso degli ultimi mesi in Italia ed altrove. La sua caratteristica peculiare è la capacità di mobilitare un pubblico giovane e giovanissimo, naturalmente preoccupato  per il proprio futuro. Per capire meglio come è fatto, quali obiettivi si pone e quali mezzi ritiene necessario attivare il movimento che ha il vertice mondiale nella giovane studentessa svedese Greta Thunberg, abbiamo intervistato Lorenzo Tecleme, striker di Fridays for future in Italia e membro del livello di coordinamento nazionale come referente di Sassari di Fridays for future ( FB: https://www.facebook.com/FridaysItalia/ IG: https://www.instagram.com/fridaysforfutureitalia/?hl=it .)

Lorenzo, per prima cosa ti chiederei di presentare Fridays for future (di seguito FFF).

FFF è un movimento spontaneo, di natura internazionale, presente anche in Italia. A mobilitarsi sono sopratutto giovani e giovanissimi dalle scuole superiori e dalle università, ma FFF raccoglie consensi ed adesioni anche in altre fasce generazionali. Questa mobilitazione è cominciata anche prima del 15 marzo 2019, la data del primo grande sciopero climatico globale. I gruppi locali, estremamente eterogenei tra loro ed al loro interno, sono uniti da una sensazione di impellenza, di urgenza riguardo la questione climatica e dalla certezza che la politica non stia facendo niente per questo tema. Greta Thunberg è la figura di riferimento nota oramai a livello planetario, ed il 15 marzo c’è stato il grande successo mondiale con il primo Global Strike. Dopo quella data il movimento è cresciuto molto velocemente: abbiamo svolto due assemblee nazionali una a Milano e una a Napoli, dove abbiamo sviluppato una serie di elaborazioni sul tema del clima, questione climatica e questione sociale, giustizia climatica e politiche implementabili.

Quali sono gli  obiettivi principali di FFF?

L’obiettivo principale è la carbon neutrality. Noi abbiamo assunto questo obiettivo non da soli ma sulla base delle ricerche e dei report dell’IPCC che è il gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico. Un foro scientifico formato nel 1988 da due organismi delle Nazioni Unite allo scopo di studiare il riscaldamento globale

Cosa significa carbon neutrality ed in che tempi questo obiettivo dovrebbe essere raggiunto?

Carbon Neutrality significa arrestare totalmente l’escalation di emissioni entro il 2050, raggiungendo un punto di equilibrio tra le emissioni prodotte dall’uomo e la capacità di assorbimento della terra. La Carbon Neutrality è fondamentale per stabilizzare le temperature globali: se la concentrazione di CO2 e altri gas climalteranti nella nostra atmosfera continuerà a salire, sarà impossibile il contrasto al cambiamento climatico.

Come si può ottenere questo obiettivo?

Riguardo la produzione di energia la questione principale è l’uscita dal fossile: è necessario passare alla produzione di energia  sulla base delle fonti rinnovabili. E’ bene sottolineare che non parliamo solo di “uscita dal carbone” come talvolta erroneamente si pensa, ma dal “carbonio”: parliamo cioè della fine della produzione di energia da parte di tutte le fonti fossili. Per l’Italia questo significa ad esempio la fine della produzione di energia tramite gas, che ci viene spacciato come un combustibile di transizione ma non lo è.

Per quanto riguarda i tempi voi ritenete quindi fattibile che in circa 30 anni questo possa accadere.

Beh, non solo lo riteniamo fattibile, ma riteniamo che i Paesi sviluppati abbiano i mezzi per poter fare anche significativamente meglio. Ci sono le condizioni tecniche, economiche e sociali. Per i paesi del cosiddetto primo mondo chiediamo che l’obiettivo venga raggiunto nel 2035.

Com’è la situazione in Italia riguardo la quota di energie rinnovabili prodotte?

A differenza di quanto si potrebbe pensare l’Italia è tra i Paesi messi meglio in Europa per quota di energia rinnovabile prodotta, anche se parliamo di quote ancora insufficenti.

Sempre riguardo l’Italia, secondo voi quali azioni sono necessarie per arrivare agli obiettivi che hai enunciato prima?

Serve innanzitutto un enorme piano di investimenti pubblici. Purtroppo la definizione di Green New Deal è molto inflazionata e viene usata anche da rinomati inquinatori, ma il concetto è quello. Se la metafora è quella della casa in fiamme, non puoi aspettare che arriva la pioggia del libero mercato a spegnere l’incendio: devi chiamare i pompieri. Ecco chiamare i pompieri è – fuor di metafora – il piano di investimenti pubblici di cui abbiamo disperatamente bisogno. Oltre alla costruzione delle infrastrutture tecnologiche (pannelli, pale, centrali idroelettriche) c’è anche il secondo grande capitolo, quello dell’efficientamento energetico sopratutto degli edifici. Si stima che ci siano possibilità di risparmio sul consumo attuale di energia anche del 70 / 80%. Penso poi al trasporto pubblico, che va rafforzato, elettrificato e reso estremamente economico se non addirittura gratuito. C’è poi la questione dei consumi superflui – penso sopratutto alla carne – su cui bisogna intervenire.

Sono in molti coloro i quali ritengono che ci sia un problema di fattibilità tecnica. Cioè che la produzione di energia per mezzo delle fonti rinnovabili non sia in grado di replicare gli attuali livelli di produzione energetica. Se perseguito, quindi, l’obiettivo della fuoruscita dal carbonio genererebbe decrescita ed impoverimento. Cosa dice FFF riguardo questa critica?

Noi rispondiamo che già oggi, al momento in cui parliamo, esiste un Paese al mondo, il Costa Rica, che è 100% rinnovabile – e non parliamo certo di una nazione tecnologicamente avanzata- mentre altri Paesi sono abbastanza vicini all’obiettivo. Anche l’Australia sta investendo davvero moltissimo. Diversi studi da parte della Commissione europea dimostrano che si può tranquillamente arrivare e superare i livelli di produzione delle energie fossili con le sole rinnovabili anche nel nostro paese. Esiste il problema dell’accumulo, ma ovunque nel mondo si sta andando a risolverlo con accumulatori, soluzioni in rete e – ovviamente – con l’accumulo naturale tipico dell’idroelettrico.

Vorrei però chiarire un punto che deve essere chiaro: questa questione si porrebbe davvero se noi fossimo in una situazione in cui l’80% della nostra energia venisse prodotta da rinnovabili ed il 20% da fossile, per cui la domanda sulla possibilità di rinunciare a quel 20% sarebbe sensata. Ma noi non siamo in una situazione simile. Le rinnovabili possono e devono espandersi velocemente.

Venendo invece al movimento propriamente detto, come è “fatta” la vostra organizzazione?

La base della mobilitazione e del reclutamento è cittadina. Nel nostro ultimo “censimento” abbiamo registrato la presenza di FFF in quasi 200 comuni: più di qualunque associazione ambientalista o studentesca. Esiste un livello nazionale di coordinamento  orizzontale composto da due referenti per ogni città che si dividono il lavoro: abbiamo un working group nazionale che si occupa della gestione dei social, uno per i rapporti con i sindacati, uno per l’elaborazione scientifica, uno per i rapporti con la stampa e così via. Sui territori ogni gruppo fa storia a sé: ogni assemblea è aperta senza particolari gerarchie. Teniamo molto al rapporto con le scuole e con i rappresentanti degli studenti. La finalizzazione delle nostre attività sono poi le manifestazioni. Questo modello funziona molto bene ed ha permesso di convogliare sui Global Strike moltissimi giovani anche in piccole realtà.

E’ molto  rilevante l’impatto dei social network rispetto al movimento?

Si. Noi nasciamo sulla Rete per certi versi: la prima cosa che hanno voluto fare quasi tutti i gruppi cittadini di FFF è stata fare la pagina Instagram. Penso che questo sia indicativo, Instagram è un po’ il mezzo specifico della cosiddetta generazione Z (la generazione che segue dei nati nella seconda metà degli anni ’90 e la fine degli anni 2000) e questa è la prima mobilitazione di massa di questa generazione, che poi è la mia.

Voi ritenete che ci sia la necessità di darsi un orizzonte propriamente politico? Questo movimento può e/o deve impegnarsi di più nelle elezioni in futuro?

La risposta secca è no. Non è nelle prospettive di FFF. Va considerato in questo senso che la nostra età media è davvero bassa.

Però posso dirti questo: vorremmo disperatamente qualcuno da votare. Questo si.

Ti chiedo una valutazione generale. Secondo te nel panorama italiano c’è sufficiente attenzione da parte degli attori politici. Parliamo di attenzione in senso sostanziale, non le dichiarazioni generiche.

No. Assolutamente no.

Quando si parla di movimenti, mobilitazioni popolari, ultimamente si tende a verificare una certa difformità nella capacità di radicamento tra le aree urbane più grandi ed i piccoli centri e le province in generale. Tu vedi una differenza nella capacità del movimento di raggiungere aderenti tra le grandi città e le piccole in Italia?

Direi di no. Essendo un movimento che si “riproduce” molto usando la Rete è davvero difficile pensare che ci siano significative zone del Paese oggi dove un quindicenne ad non abbia accesso ad internet. Detto ciò, sicuramente bisognerebbe indagare a fondo sulla questione che mi poni. Io personalmente però posso riportarti la mia esperienza riguardo Sassari e la Sardegna di cui conosco molte realtà. Paradossalmente la piccola dimensione ci ha dato un grande vantaggio: abbiamo potuto costruire dal nulla. In alcune grandi città FFF ha dovuto raccogliere realtà preesistenti e questo crea necessariamente delle problematiche: slogan, visioni, potenzialmente anche conflitti che vengono dal passato. Nelle piccole realtà, invece, FFF ha avuto una libertà d’azione e di crescita molto maggiore.

Per quanto riguarda il livello internazionale  c’è coscienza di questo tema anche nei Paesi in via di sviluppo ed in quelli più poveri? 

Sicuramente ogni Paese ha una sua storia. In generale i Paesi sviluppati hanno una maggiore confidenza col tema, in senso cronologico: se ne parla davvero da molto tempo, quindi è più facile fare mobilitazione. Questo peraltro è potenzialmente un problema perché a pagare i costi anche tragici di questo modello di sviluppo saranno probabilmente proprio questi paesi in via di sviluppo ed i più poveri. In quei Paesi non ci sono state le mobilitazioni che ci sono state in Italia ed in Germania. Ma il bicchiere è anche mezzo pieno. E’ da moltissimo tempo che non si vedeva un movimento capace di mobilitare dall’Afghanistan all’Uruguay alla Norvegia quindi sono estremamente ottimista per il futuro.

Per finire questa intervista ti chiedo quali saranno le prossime mobilitazioni dopo il presidio a Torino dove ha partecipato Greta Thumberg?

Si a Torino abbiamo parlato di inquinamento urbano ed è stato molto importante la presenza diretta di Greta. Ad Aprile avremo il 5° Global Strike, ma già per il peridio natalizio stiamo pensando ad azioni coordinate tra le varie città sul tema del green washing.

Di cosa si tratta?

Vogliamo informare il più alto numero possibile di persone riguardo le azioni di “ripulitura” della coscienza da parte di soggetti, tipicamente aziende, che sono grandi inquinatori. Ad esempio l’ENI. Di solito questi messaggi si concentrano sulle azioni individuali, che sono importanti, ma in questo senso servono solo a spostare il focus.

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