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Movimenti sociali, spontaneismo e sinistre. Una prospettiva.

Nella crisi attuale, i movimenti sociali autonomi emergono dalle contraddizioni del capitalismo come i principali soggetti collettivi secernenti una potenzialità di cambiamento sociale e di trasformazione radicale. Le proteste di massa spontanee si stanno verificando in tutto il mondo e su una quantità polimorfica di temi: l’emergenza climatica, le leggi sulle estradizioni, l’aumento dei costi dei servizi, rivendicazioni economiche, il diritto all’autodeterminazione. Le grandi proteste che coinvolgono le strade delle città globali sono innescate da una molteplicità di detonatori sociali, ma il carburante resta lo stesso: la crisi stagnante, la compressione dei meccanismi democratici, una profonda sensazione di ingiustizia sociale, la convinzione che un’alternativa sia possibile. Nasce da questo quadro una spinta emotiva nuova che, congiuntamente alla riscoperta di valori identitari, di rituali e di comportamenti, danno vita a idee e pratiche politiche alternative.

Per oltre trent’anni i gruppi dirigenti nazionali hanno promesso, in tutti i Paesi, che le politiche neoliberali avrebbero portato maggiore ricchezza e benefici per tutti, a patto di accettare la compressione dei salari e il ridimensionamento della spesa pubblica e di una adeguata protezione sociale, pena la perdita di competitività. Per decenni abbiamo assistito ad una spirale inarrestabile di entusiastica adesione anche delle forze progressiste al dogma della privatizzazione e della liberalizzazione, nel tentativo costante di assicurare l’abbattimento delle frontiere del capitale e aumentare la credibilità dei Paesi di attrarre i capitali, le multinazionali e i contribuenti più ricchi. Per decenni abbiamo assistito inermi e, forse, convinti che al principio della giustizia sociale dovesse sostituirsi il principio dell’efficienza, vero motore della centralizzazione verticistica del potere decisionale. Per dirla alla Tatcher, sembrava che non dovesse esserci alcuna alternativa, stante l’accettazione del fallimento del marxismo come sistema di pensiero e del comunismo come sistema filosofico-politico.

Siamo arrivati, ciononostante, a quello che affermava Gramsci nei Quaderni: la crisi moderna è divenuta crisi di autorità, dal momento che la classe dominante ha perduto il suo consenso perché non più “dirigente” ma appunto esclusivamente esercitante il suo ruolo in maniera coercitiva. Ciò determina un distacco delle masse delle ideologie di pensiero di riferimento. Le stesse sembrano scuotersi dal torpore diffuso dalla convinzione del benessere e dalla dimensione di utente consumatore. Nasce una contrapposizione nuova: la “gente” contrapposta alle “élite”. La contrapposizione sociale tipicamente novecentesca è però ribaltata: la società è sì strutturata in due blocchi contrapposti ma, mentre quello delle élite è saldamente organizzata e risolve le sue contraddizioni imponendo uno stato di eccezione permanente per legittimare le sue scelte e confinare le ostilità nel campo del disordine sociale, il blocco a cui sentiamo di essere affini è privo di una direzione consapevole.

Al vuoto della proposta politica che si è generata nel campo progressista tenta di rispondere lo spontaneismo di massa che è però privo di una radicata coscienza di classe. In questo caotico dispiegamento di rabbia individuare la direzione di una leadership manifesta il sorgere di due attitudini opposte: bollare il movimento di massa come prodotto di forze occulte (si pensi al caso di Greta Thunberg) e quindi cospiratorie (lo desumiamo dalle affermazioni degli esponenti della destra italiana sul fenomeno delle sardine) o interpretarlo in senso rivoluzionario in quanto tale e caricarlo di aspettative di emancipazione da un equilibrismo elitario fondato sul potere sociale del capitale. È emerso un senso comune di riconcettualizzazione della comunità e di rottura dell’isolamento sociale, certo in apparenza contraddittorio se si pensa che l’esplosione degli antagonismi sociali ha avuto via d’accesso facilitata dai social network, architetture concepite per facilitare le relazioni tra le persone ma trasformatesi in comunità segregate dove la comunicazione è iper-personalizzata.

La soggettività politica è dunque radicalmente trasformata. L’emersione di questi movimenti di massa nella società neoliberale del XXI secolo è un fatto positivo perché genera quella conflittualità sociale che le sinistre di governo e movimentiste non riescono però a inquadrare. Il rischio maggiore è sottovalutare però la qualità dello spontaneismo di massa. Credere che nel momento storico attuale, ancora dominato dalla concezione che la capacità dell’individuo di dare forma alla propria vita e alla società contemporanea si esprima meglio con le forze di mercato che con gli istituti della politica, credere che, dicevamo, un movimento spontaneo possa individuare da solo le cause e le contraddizioni del sistema capitalista e arrivare a inserirsi nelle sue crepe, significa credere che la Storia si compia da sé. È necessaria e opportuna invece un’opera di educazione politica, incanalare la rabbia e tentare di fargli assumere una direzione consapevole. Se ci si pone affini alla concezione dialettica e materialistica della storia, si capisce che qualunque movimento di massa che lotti contro l’ordine costituito deve darsi una direzione consapevole per non restare fagocitato, nella lotta per l’egemonia, dalla ricerca della purezza ideologica e dalla non-contaminazione con il potere.

Se gli intellettuali organici al capitalismo lavorano per egemonizzare gli spontaneismi e renderli funzionali al potere costituito, allora questi devono lavorare sulla trasformazione della rabbia sociale in creatività sociale, non rinunciando alla filosofia della prassi per paura di sbagliare o di prendere una posizione o ancora di temere che il plusvalore politico nato della mobilitazione sociale sia egemonizzato dai partiti tradizionali. Altrimenti rischia di contribuire il gioco delle parti delle due destre: l’una con accenti populisti, l’altra con accenti liberali. L’impressione generale è che il lavoro di coscienza intellettuale in questa fase storica sia ancora tanto. L’orizzonte, comune a tutti, è la lotta affinché l’interregno di gramsciana memoria non si risolva nella restaurazione delle ideologie conservatrici e nella sempreverde equazione neoliberale individuo=consumatore.

One Comment

  1. Francesco Di Giovanni Francesco Di Giovanni 2 Dicembre 2019

    Me so perso quando i gruppi dirigenti nazionali “hanno promesso”… a me me pare che hanno solo fatto..
    allora questi (Siamo noi) devono lavorare sulla trasformazione della rabbia sociale in creatività sociale

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