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In lotta per i beni comuni

Last updated on 11 Novembre 2019

Beni Comuni, una nuova categoria che va oltre il pubblico e il privato e che impone a chiunque, che sia lo stato o un singolo di rendere alcuni beni fondamentali non solo fruibili ma a disposizione per le future generazioni . Troppo spesso in questi anni abbiamo visto governi ed amministrazioni svendere scuole, ospedali, interi comparti in ossequio al rigore dei conti. Eppure ormai 20 anni fa il Prof. Rodotà guidò una commissione governativa che propose una regola semplice: se vendi un bene con alta utilità sociale il profitto che ne ricavi deve essere speso per nuovi servizi, nuove scuole, nuovo ospedali. Quella legge che prevede di inserire il concetto di beni comuni nel codice civile è stata oggetto di una raccolta firme che ha consentito nelle scorse settimane di presentarla in parlamento come iniziativa popolare. Un bene comune è qualcosa che deve essere disposizione di tutti e deve essere preservato. Se possiedi una foresta o un’ opera d’arte non puoi distruggerla e devi consentire a tutti di fruirne. Chiunque tu sia. Un concetto rivoluzionario che ridicolizza le politiche anche di sinistra degli ultimi trent’anni e ci costringe a guardare avanti.

Il DDL Rodotà vecchio di 10 anni nella sua redazione, non sarà il miglior punto di arrivo possibile e forse non riflette al meglio neppure l’attuale sensibilità dei più sofisticati fra i cultori dei beni comuni e delle lotte sociali per il loro riconoscimento. Esso è tuttavia il miglior punto di partenza possibile perchè lo è storicamente: quel testo ha fondato la prima (e per certi versi unica) sconfitta che il neoliberismo ha subito in Italia con i referendum del 2011, che non erano solo sull’acqua ma anche su altri temi, dall’ecologia alle grandi opere, ai servizi pubblici al principio di eguaglianza di fronte alla Legge. Lì si era compattato un blocco sociale di milioni di persone che ha dimostrato capacità di stoppare una tantum il saccheggio neoliberista (evitando nuove privatizzazioni per circa 200 miliardi) ma non di poter fungere da autentico potere politico diffuso in difesa dei valori di solidarietà costituzionale.

Le nostre radici sono nella feconda esperienza della Commissione Rodotà che in questi dieci anni ha generato con la sua definizione dei beni comuni, pur senza mai esser discussa dal Parlamento e divenire Legge dello Stato, giurisprudenza tanto inferiore quanto della Corte Suprema, Statuti Regionali e Comunali e moltissimi regolamenti, statuti di Fondazioni bene comune, di Aziende Speciali di Diritto pubblico e nuovi interventi sugli usi civici tanto normativi quanto di sperimentazione comunale, oltre a produrre un dibattito dottrinario interdisciplinare di notevole impatto internazionale.

Tutto ciò prova oltre ogni ragionevole dubbio la capacità generativa di questo testo di dieci anni or sono: aria, acqua, territorio, fauna e flora seIvatica, ghiacciai e nevi perenni, beni culturali e molte altre cose ancora devono trovare al cuore del Codice Civile la garanzia di essere curati, fuori dalla logica estrattiva del mercato, nell’interesse delle generazioni future.

Anche il lavoro va tutelato come bene comune di una collettività (nel cui ambito opera un’impresa). Il bene comune lavoro richiede che le persone siano occupate in modo qualitativamente accettabile e coerente con il pieno rispetto dei diritti costituzionali. In altri termini, vedere il lavoro come bene comune significa porre al centro le esigenze della collettività in cui avviene la produzione, adoperandosi in uno sforzo collettivo di soluzione dei problemi ad esso sottesi. Il fine precipuo della difesa del lavoro come bene comune è quello di consentire ai lavoratori l’accesso ad un’esistenza libera e dignitosa nell’ambito di una produzione ecologicamente sostenibile, che rispetti perciò pienamente anche i diritti di chi non lavora (ancora o più) e in quelle comunità vive.

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