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sabato , 24 Luglio 2021

IL DRAMMA E LA SPERANZA DEI BENI COMUNI A ROMA

La bocciatura la scorsa settimana della delibera sui beni comuni vale una riflessione politica in più oltre le giuste critiche dell’opposizione che ha votato a favore, le posizioni contrarie oltre il tempo massimo dei 5 Stelle (e non solo) e alcuni spiacevoli e insensati attacchi ai promotori dell’iniziativa popolare.

Roma è di per sé un bene comune e ne contiene infiniti altri ma non riesce a dotarsi di strumenti per gestirsi e “curarsi”.

Al contrario continua ad autolesionarsi senza soluzione di continuità distruggendo esperienze, creando vuoti e marciando inesorabilmente verso la sua svendita al miglior offerente.

La delibera bocciata dal Consiglio ostaggio per 6 mesi dei tentennamenti stellati era certamente migliorabile, anche per il solo fatto che fu presentata ormai quasi 4 anni fa e nel frattempo il mondo è andato avanti e oggi ci sarebbe di più da scrivere e proporre.

Ma sarebbe stato un passo, un passo storico che per l’ennesima volta non si è voluto fare.

Roma continua a non avere un suo regolamento sui beni comuni e neppure sul baratto amministrativo, non può applicare patti di collaborazione per riconoscere le esperienze sociali più longeve, non può concedere gratuitamente i suoi immobili per funzioni sociali, non può mettere a servizio il proprio patrimonio per l’assistenza, il mutualismo, la cooperazione.

Neppure ora che ve ne è ancora più e disperato bisogno.

Nel frattempo le carni della città continuano ad essere azzannate, a dispetto di ogni crisi e pandemia, dalla famigerata delibera 140 eredità della sindacatura Marino e di alcuni interventi giudiziari e di governo nel tempo.

Secondo questa delibera ogni immobile del comune deve essere valutato in modo commerciale quale ne sia l’uso.

Senza alcuna distinzione.
Per evitare “sprechi”.
Con conseguenti affitti stellari chiesti ad associazioni, onlus, comunità, esperienze di ogni tipo affidatarie di beni comunali, non solo per il futuro ma al ritroso per anni.

Di fatto uccidendole.

E dove questo non è bastato o in aggiunta, con lo stesso furore la Raggi e i suoi sodali hanno brandito lo strumento dei “bandi” sfrattando centinaia di affidatari perchè “bisognava fare i bandi” e nel frattempo i locali andavano liberati, ma nella realtà sono semplicemente diventati vuoti perché nessun bando è stato fatto, nessuna nuova assegnazione è stata fatta.

Per incapacità, certo, ma spesso anche solo perché, distrutta la realtà che aveva riattivato il luogo/bene comune, non ve ne erano altre pronte a sostituirle.

Parafrasando, “hanno fatto un deserto e l’hanno chiamato legalità”.

Un vero e proprio sventramento sociale della città ulteriormente degenerato sotto questa amministrazione e che è il frutto di un’egemonia (a)valoriale che devasta l’occidente ormai da trent’anni, dove il valore non è mai quello sociale ma sempre quello commerciale. Senza alcuna possibile alternativa.

E se tutto è commerciabile, tutto è monetizzabile e va messo in concorrenza come se fosse un’asta.

Non è (non può/deve essere) il Comune che decide il prezzo o la funzione ma il mercato appunto, che molto spesso con il patrimonio comunale non sa che farci, se non quando viene svenduto per il pareggio di bilancio (oltretutto sospeso durante la pandemia) o per spericolate operazioni societarie come sta succedendo con il patrimonio di ATAC messo in vendita per far tornare i conti del “Concordato“ tanto voluto dalla Raggi.

I modelli di collaborazione (patti) complessi che erano previsti nella delibera ma che in realtà sono alla base di tutti i modelli applicati in giro per l’ Italia, rompono questo schema e consentono a singoli e aggregazioni di proporre uno spazio del comune da recuperare e dedicare alla gestione collettiva per funzioni sociali (che può essere anche solo consentire la libera fruizione), senza necessariamente passare per un bando e consentendo all‘amministrazione di metterlo a disposizione per sostenere l‘attività sociale proposta, valorizzando gli effetti sociali positivi invece che quelli contabili negativi (mancato introito dell‘affitto commerciale).

Il nuovo inesperto Presidente 5 Stelle della Commissione Patrimonio comunale, preda dello stesso furore paraideologico della Raggi ha parlato per questo di “mancata trasparenza” nel giustificare il voto contrario alla delibera dopo tre astensioni, sei mesi di discussioni in Consiglio e tre anni di inutile melina sulla proposta. Tutto deve seguire le regole del mercato, nulla ha valore fuori, è inconcepibile che esistano esperienze e realtà uniche per i servizi e il ruolo che svolgono nella città. Altrimenti appunto secondo questi fenomeni dell’amministrazione “c’è qualcosa sotto“.

Con la stessa carica ideologica per quanto di tipo diverso altri e in particolare il Consigliere Fassina hanno giustificato il voto contro (anche se qui è riuscito a fare peggio dei 5 Stelle votando prima a favore, poi non presentandosi e alla fine contro) paventando invece un rischio di privatizzazione dei beni comuni. La critica tardiva si muoveva sui passi di ben altre e serie osservazioni sui problemi applicativi dei patti di collaborazione riguardanti la partecipazione ai modelli di gestione collettiva di imprese o soggetti a scopo di lucro, banalizzandole però ad arte e creando non so quanto involontariamente un clima ostile alla proposta. Al punto che alcuni si sono spinti a insultare i promotori della delibera definendoli “palazzinari” e altre amenità perché la delibera avrebbe “svenduto” i beni ai privati.

Ora la questione banale quanto le critiche di Fassina è che i grandi soggetti economici non hanno certo bisogno dei patti di collaborazione per appropriarsi dei beni pubblici visto che sono appunto 30 anni che il patrimonio pubblico comunale, regionale e statale viene svenduto nonostante o forse anche a causa del ghettizzarsi di una parte della sinistra in posizioni radicali senza alcuna attinenza alla realtà. E Roma non fa eccezione, anzi.

Più pragmaticamente nei modelli cittadini più affermati a livello nazionale in questi anni si fa fatica a trovare un esempio di patto di collaborazione che coinvolga attori economici privati di una qualche rilevanza, e questo semplicemente perché lo strumento dei patti di collaborazione che prevede un percorso impegnativo di partecipazione, patti specifici e usi determinati, è troppo “impegnativo” rispetto non solo all’acquisto tout court del bene ma anche a tanti strumenti alternativi a disposizione dei privati come le sponsorizzazioni o i project financing che parimenti hanno in diversi casi devastato Roma.

Dietro tutto questo anche la realtà delle cose dove è difficile immaginare, anche nelle nuove forme di collaborazione e governance diffusa come le cooperative di comunità e altre innovazioni del terzo settore, di escludere ad esempio gli esercizi commerciali di prossimità o altre realtà imprenditoriali difficilmente paragonabili a una multinazionale e o alle grandi società immobiliari come pure è stato detto. A meno che non si voglia sostenere la cancellazione del mercato e del capitale dall‘attuale società, proposito interessante ma francamente non ho visto nessuno assaltare il parlamento ultimamente.

Se proprio una critica in questo senso va fatta alla Delibera bocciata (che vale in generale per tutti i modelli classici di gestione dei beni comuni locali) è invece che a dispetto  della teoria originaria sui beni comuni e delle sue evoluzioni questo regolamento come tutti i modelli da cui origina riguardano solo o comunque principalmente il patrimonio pubblico mentre l’ambizione dovrebbe essere quella di regolare tutti i beni che abbiano le caratteristiche di bene comune, inclusi quindi quelli privati. Quindi il capolavoro da un punto di vista più prettamente socialista (visto che siamo nel campo di quelli di “sinistra”) è che mentre si critica la possibile partecipazione di privati alla gestione dei beni comuni (questione appunto per lo più teorica) e si lascia lo scenario invariato a favore delle devastazioni della delibera 140 e del quinquennio della Raggi, nella ben più concreta pratica ci si dimentica completamente degli innumerevoli beni privati che risiedono a Roma e che per funzione, storia, valore artistico, sociale o politico dovrebbero essere messi sotto tutela e regolamentati nel loro uso e la loro fruizione quale che ne sia il proprietario o detentore.

Fatto sta che, giuste o meno che fossero le critiche, la Delibera popolare nonostante le 15mila firma raccolte e tanto impegno dei promotori è stata bocciata e quindi si apre un nuovo scenario che volenti o nolenti riguarda anche le prossime elezioni comunali.

Da un punto di vista squisitamente politico è da registrare come, mentre a livello nazionale per vari motivi si caldeggiano alleanze tra il PD e 5stelle, quello della delibera popolare sui beni comuni è l’ennesimo esempio pratico di posizioni tra le due formazioni nettamente contrapposte con il PD al completo a favore e i 5stelle spaccati ma in maggioranza contrari. Questa come altre questioni andrebbero affrontate da quegli esponenti che un giorni sì e l’altro pure dicono la loro su come dovrebbe presentarsi il centrosinistra a Roma. È anche interessante notare come la destra abbia votato a favore, per quanto non c’è da sperare che questo dato vada molto oltre la mera opposizione alla Raggi.

Per il centrosinistra invece, anche in vista del programma da presentare per la ormai vicinissima prova elettorale, si aprono spazi molto interessanti che non possono che partire dalla delibera bocciata, aprendo ad una nuova discussione ed evoluzione da aggiornare ai modelli più recenti e recependo molte osservazioni che nel tempo si sono accumulate, visto il dilungarsi per anni della discussione sulla proposta.

Il percorso da seguire può essere quello tracciato da due veri luminari del diritto e della teoria dei beni comuni come il Prof. Ugo Mattei e il Prof. Paolo Maddalena che dopo molte discussioni anche dure tra loro hanno indicato come elementi fondamentali dei beni comuni la loro proprietà collettiva e la gestione diffusa e democratica. Dove per proprietà collettiva non si intende la mera proprietà pubblica (che d’altronde è una qualità formale che può essere modificata con un semplice decreto o delibera) ma quella del popolo come richiamo all’art.1 della Costituzione.

È il popolo attraverso il processo democratico inteso nel senso più ampio a “riconoscere” quali siano i beni comuni e dunque a collocarli anche culturalmente “fuori mercato” (“res extra commercium”), informandone il governo a una logica della cura e del bisogno.”

In questo senso è possibile non solo finalmente dotare l’amministrazione di strumenti per concessione gratuita dei beni per finalità sociali sulla base di patti e convenzioni dettagliate e percorsi di partecipazione, ma immaginare regolamenti che stabiliscano alcune caratteristiche dei beni che li rendano comuni a prescindere dal fatto che siano pubblici o privati, e pertanto oggetto di particolari vincoli e destinazioni e regole specifiche di utilizzo, e altre regole che ne rendano comuni sia l’individuazione che la gestione.

In questo non vi è nulla di inaudito o impossibile, il Comune già stabilisce a livello urbanistico e non solo le destinazioni d’uso, i vincoli e molte altre regole riguardante i patrimoni privati. Si tratta solo, ovviamente in casi particolarmente significativi, di evolverle anche nel senso della funzione sociale dei beni stessi.

Così che, ad esempio, opere d’arte o beni archeologici siano accessibili anche se si trovino in proprietà private, grandi complessi in settori strategici della città siano vincolati a dedicare porzioni ad usi sociali e pubblici, gli stessi terreni e fabbricati possano essere sottoposti a regole ulteriori che ad esempio ne vietino l’abbandono, il deperimento, che vietino la conversione commerciale di luoghi della cultura come i cinema o i teatri o ancora garantiscano l’accesso e la fruizione di aree verdi o agricole. Sono regole che in parte ci sono, in parte vanno potenziate, ma tutte possono essere riscritte nell’ottica di un nuovo risorgimento di Roma che parta dall’idea che la città stessa è un bene comune da tutelare e promuovere.

Allo stesso modo già esistono regolamenti sulla partecipazione dei cittadini ai processi decisionali (ad esempio in materia urbanistica), si tratta di riformarli e potenziarli rendendoli più pervasivi e vincolanti e soprattutto operativi e non solo consultivi.

È un versante inesplorato che a Roma a causa dei suoi gravissimi ritardi può trovare un insperato proscenio approfittando del fatto che la regolamentazione su questi temi deve essere, per una volta ancora dopo la bocciatura della delibera popolare, scritta completamente e daccapo.

Certo come tutte le questioni concrete è fatta di urgenze quindi non potrà esserci nessun progetto “alto” se non ci si impegnerà come primo atto della nuova amministrazione ad abrogare la delibera 140 (anche a costo di sfidare la Corte dei Conti e aprire un caso nazionale) e a sostituirla con regolamenti che appunto consentano gli affidamenti temporanei, quelli gratuiti, i patti di collaborazione e in generale la valorizzazione della funzione sociale dei beni pubblici.

I modelli come quello di Torino in parte, la discussione in atto a Bologna (dove si è arrivati a parlare di immaginazione civica), gli esempi di Napoli e molto ancora possono essere di grande ispirazione, come di grande aiuto è la legge quadro sui beni comuni approvata dalla Regione Lazio ormai due anni fa e che ovviamente a Roma rimane ad oggi inapplicata.

Fermato lo scempio e ridato ossigeno ai tessuti vitali della città, si potrà aprire la sfida più grande tracciata dai maestri che citavo, sempre nel ricordo del Prof. Rodotà e dei suoi insegnamenti, non perdendo però da subito l’occasione di parlare anche dei modelli di gestione democratica dei beni sempre evocati da Mattei e Maddalena che possono essere alla base dei primi regolamenti e che tutto sommato sono il vero argine a qualsiasi tentativo di speculazione o privatizzazione.

Quanto tutti valgono uno il capitale non si trova mai comodo, per farla ovviamente troppo facile ma per rendere l‘idea.

Staremo a vedere, l’11 febbraio la Coalizione dei Beni Comuni sarà sotto il Campidoglio per protestare contro la bocciatura, sarà una prima occasione per re-incontrarsi, per l’ennesima volta alla ricerca di nuova forza per far quello che ancora oggi non siamo riusciti a fare. Il 20 ci sarà un bellissimo convegno organizzato dall’ABC Roma, costola cittadina del Comitato Rodotà, in cui proveremo con molti esponenti e studiosi a mettere in fila molti di questi elementi per una nuova proposta unitaria sui beni comuni.

Come dire, ciò che è fine è anche inizio, resta sempre a noi ogni volta deciderlo.

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