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venerdì , 18 Giugno 2021

La lotta per la Palestina: decolonizzazione, diritti, democrazia

(Una precedente versione di questo articolo è comparsa in due parti sul sito http://www.laportadivetro.org/)

Dopo decine di giorni di bombardamenti, il cessate il fuoco su Gaza rischia di far calare nuovamente il silenzio sulla Palestina. Questo, almeno, è ciò che sembrano augurarsi i media e le cancellerie occidentali. Mai come in questo periodo, infatti, la questione palestinese è stata oggetto di prese di posizione tanto ipocrite e imbarazzate, oltre che imbarazzanti. Leader politici di ogni schieramento si sono esibiti in piroette retoriche dichiarando la loro “equidistanza” in una “vicenda complessa” e invitando a riprendere il “processo di pace” e la “soluzione dei due stati”. La loro difesa d’ufficio (e ad oltranza) di Israele non sembra conoscere limiti. Politici liberal sempre solerti nel denunciare ogni minima violazione dei diritti umani a Hong Kong o in Bielorussia non hanno profferito verbo sulla pulizia etnica in atto a Sheikh Jarrah o sulla strage di bambini gazawi. Israele, testa di ponte occidentale in Medio Oriente, è immune da qualsiasi critica. Non stupisce che l’odierno “ritorno alla normalità” sia per loro motivo di giubilo. Poco importa che il dramma della Palestina sia proprio uno status quo di decennale, quotidiana spoliazione. Meglio non parlarne.

Nulla di nuovo, in effetti. La cornice ideologica in cui ci troviamo da almeno due decenni ha fatto sì che derubricassimo la questione palestinese, nella migliore delle ipotesi, a semplice problema umanitario. Oggi però questo muro di ideologia inizia a mostrare qualche crepa strutturale e la realtà può emergere in tutto ciò che ha di oppressivo e inaccettabile. La sfida, adesso, è restituire alla causa palestinese il suo irriducibile valore politico. Per questo è necessario rimettere al centro del discorso temi come il diritto al ritorno e la fine dell’occupazione e della colonizzazione. Temi che da troppo tempo attendono una risposta.

La Nakba e diritto al ritorno

È la madre di tutte le questioni. Tra la fine del 1947 e l’inizio del 1949, nei mesi che precedettero e in quelli che seguirono l’istituzione dello stato di Israele e la prima guerra arabo-israeliana, la dirigenza politica e militare sionista attuò un vasto programma di pulizia etnica della popolazione palestinese residente sul territorio dello stato ebraico. Al termine delle operazioni, che condussero alla distruzione di oltre 500 villaggi, circa 750mila persone erano state espulse dalla loro terra e avevano trovato rifugio negli innumerevoli campi profughi che, da allora, costellano il Medio Oriente (in Cisgiordania e nella striscia di Gaza, in Giordania e in Siria, in Libano e in Egitto).

A seguito di questi eventi, a cui i palestinesi si riferiscono con l’espressione “al-Nakba” (la “catastrofe”), già nel dicembre del 1948 le Nazioni Unite adottarono la risoluzione 194, un documento fondamentale con cui venne sancito esplicitamente il “diritto al ritorno” dei profughi e dei loro discendenti nelle terre da cui erano stati illegalmente allontanati. Il principio, nel corso dei decenni, è stato ribadito da innumerevoli altre risoluzioni e applicato anche al caso degli oltre 300mila rifugiati della Guerra dei sei giorni. Fino a oggi, tuttavia, quelle disposizioni sono rimaste soltanto sulla carta. Israele, infatti, non le attuò né nel 1948, né in seguito. Nel corso degli anni Cinquanta, inoltre, la Knesset (il parlamento israeliano) approvò una serie di leggi per espropriare le proprietà palestinesi e riassegnarle a cittadini di “nazionalità ebraica”, con il risultato che le agenzie israeliane preposte a queste operazioni si ritrovarono quasi da un giorno all’altro a disporre di oltre il 90% della terra a fronte del 6-7% che possedevano prima del 1948. Per i rifugiati palestinesi incominciò, per contro, un dramma senza fine: la gran parte dei loro discendenti (una popolazione di 5,6 milioni di persone, secondo le stime dell’ONU) vive ancora nei campi profughi, spesso in condizione di apolidia, quasi sempre in stato di deprivazione.

L’occupazione militare

Nel giugno 1967 Israele ottenne una formidabile vittoria militare nella Guerra dei sei giorni e conquistò la penisola del Sinai e la striscia di Gaza (dal 1948 occupata dall’Egitto), la Cisgiordania e Gerusalemme Est (dal 1948 occupate dalla Giordania) e le alture del Golan (in precedenza territorio siriano). Le Nazioni Unite, anche in questo caso, chiarirono da subito la loro posizione: la risoluzione 242 del Consiglio di Sicurezza intimava infatti a Israele di ritirarsi entro i confini del ’48, la cosiddetta “green line”. Anche questa prescrizione, tuttavia, sarebbe rimasta lettera morta. Successivamente, con gli accordi di Camp David del 1978 tra Begin e Sadat, la penisola del Sinai venne restituita all’Egitto, mentre l’occupazione delle alture del Golan è tutt’oggi fonte di perenne tensione tra Israele e Siria. Per comprendere la situazione dei cosiddetti “territori occupati”, invece, occorre distinguere i casi di Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme Est.

Per quanto riguarda la Cisgiordania (“West Bank”, in inglese), l’occupazione militare prosegue tutt’oggi, a oltre mezzo secolo dalla guerra (è la più lunga occupazione militare della storia moderna). Gli accordi di Oslo del 1993, nonostante la propaganda che se ne fece, non alterarono in alcun modo il quadro di fondo. In base a quei trattati, infatti, la Cisgiordania fu suddivisa in tre aree, in nessuna delle quali i palestinesi hanno mai potuto esercitare un’autentica sovranità. Nell’area A, corrispondente grosso modo al territorio dei più popolosi centri urbani, veniva riconosciuta una forma di autonomia amministrativa (non politica) all’Autorità nazionale palestinese, a cui erano attribuite anche funzioni di gestione della sicurezza; nell’area B, l’amministrazione veniva analogamente riservata all’ANP, ma il controllo della sicurezza rimaneva una prerogativa di Israele; infine, nell’area C, corrispondente a circa il 60% dell’intera Cisgiordania, sia l’amministrazione che la sicurezza rimanevano a esclusiva titolarità israeliana. È proprio in quest’area, come vedremo, che negli ultimi 30 anni si è concentrata l’espansione coloniale di Israele. Questi dati di fatto, uniti agli sviluppi della successiva storia politica, rendono evidente che Oslo non seppe (o non volle) garantire alcun riconoscimento dei diritti politici palestinesi. D’altra parte, è bene non dimenticare che, proprio con Oslo, al riconoscimento dello Stato di Israele da parte dell’OLP non fece mai riscontro un analogo riconoscimento in direzione opposta e rimase del tutto inevasa la decennale questione del diritto al ritorno dei rifugiati.

Nel caso della striscia di Gaza l’occupazione ebbe formalmente termine nel 2005 con il “Piano di disimpegno unilaterale” adottato dal Governo Sharon, un piano che effettivamente condusse al ritiro delle truppe e allo smantellamento delle colonie israeliane nella striscia. A partire dal 2007, tuttavia, con l’affermazione dell’ala militarista di Hamas, l’intero territorio di Gaza – l’area geografica più popolosa del pianeta – è sottoposto ad assedio militare e a un blocco terrestre, marittimo e aereo che lo isola dal resto del mondo. Le condizioni dei palestinesi che vi risiedono (quasi due milioni di persone, la metà circa delle quali minori) sono tra le più precarie che si possano immaginare: non solo non è riconosciuto loro alcun diritto, ma il più delle volte non hanno accesso nemmeno ai generi di prima necessità. Numerose organizzazioni internazionali parlano di Gaza come di una prigione a cielo aperto. L’ONU ha più volte espresso la propria condanna nei confronti di Israele. I governi israeliani, anche in questo caso, non ne hanno tenuto conto.

Infine, la questione di Gerusalemme. A seguito della guerra del 1948, la città si ritrovò divisa in una parte occidentale a controllo israeliano e in una parte palestinese orientale (occupata dalla Giordania). Quest’ultima, dopo il conflitto del 1967, fu formalmente annessa da Israele, che di nuovo andò contro le disposizioni del diritto internazionale. Le Nazioni Unite considerano a tutt’oggi Gerusalemme est un territorio illegalmente occupato e hanno ribadito in numerose risoluzioni di non riconoscere la città come capitale di stato: ancora nel dicembre 2017, ad esempio, l’Assemblea generale si espresse in netta maggioranza contro la decisone dell’amministrazione statunitense di trasferire in città la propria ambasciata. Il problema dello “status” di Gerusalemme, d’altronde, non fu nemmeno sfiorato dagli accordi di Oslo (lo si rinviò a “tempi migliori”), il che è un’ulteriore indicazione di quanto il “processo di pace” non toccasse nessuno dei nodi di fondo della questione palestinese. Per quanto concerne la situazione “sul campo”, invece, occorre ricordare che è proprio a Gerusalemme che si concentra il maggior sforzo di colonizzazione sionista, come testimoniano i recenti fatti di Sheikh Jarrah. A tal proposito, non si deve credere che le note vicende di questo quartiere abbiano qualcosa di inusuale. Esse, in realtà, sono esemplificative di una prassi comune: l’espulsione delle famiglie palestinesi dalle loro case per far posto ai coloni israeliani. È anche per questa ragione che da tempo si parla di una Nakba che continua. La pulizia etnica della Palestina non è un evento del passato, ma cronaca quotidiana.

La colonizzazione e l’apartheid

A partire dagli anni Settanta, e con una crescita esponenziale negli ultimi tre decenni, si sono moltiplicati gli insediamenti ebraici nei territori palestinesi sottoposti ad occupazione. In queste colonie, illegali per il diritto internazionale, vivono oggi circa 700mila israeliani (300mila nella sola Gerusalemme Est). Anche il tristemente celebre muro di divisione che separa Israele dalla Cisgiordania serve a questo scopo. Lungo circa il doppio della green line, il tracciato di quella barriera si insinua per chilometri e chilometri all’interno della West Bank, sottraendo ulteriore terra e risorse (specialmente risorse idriche) ai palestinesi e confinando questi ultimi in scampoli di territorio sempre più angusti e con collegamenti quasi impossibili: oggi in Cisgiordania è normale impiegare anche due o tre ore di automobile per spostarsi tra centri abitanti distanti pochi chilometri l’uno dall’altro, e questo perché, lungo il tragitto, è necessario superare uno o più checkpoint presidiati militarmente dall’esercito israeliano.

È in base a questi fatti – espropriazione e segregazione – che oggi numerosi studiosi e militanti descrivono il sionismo come un progetto di “colonialismo di insediamento” (secondo la definizione elaborata da Patrick Wolfe) e Israele come un regime di apartheid. Per quanto concerne il primo punto, il colonialismo di insediamento non va confuso con il colonialismo classico. Mentre quest’ultimo è fondamentalmente volto allo sfruttamento economico dei territori colonizzati, le colonie di insediamento intendono radicare uno specifico gruppo etnico o nazionale in un nuovo territorio di cui viene rivendicata la proprietà esclusiva, il che comporta automaticamente l’espulsione – o, in generale, l’eliminazione – della popolazione autoctona. Esempi storici di ciò sono la colonizzazione degli Stati Uniti, del Canada, dell’Australia e del Sud Africa, e da quanto abbiamo visto è evidente che il colonialismo israeliano rientra perfettamente nella tipologia. Per quanto concerne, invece, il regime di apartheid, si tratta di uno degli esiti possibili di un’impresa coloniale di insediamento. In questo caso, come mostra il paradigma sudafricano, la popolazione nativa viene confinata in alcune piccole aree geografiche, per lo più non comunicanti con il territorio occupato dalla “etnia dominante”, e scarsi o nulli sono i diritti civili e politici che le vengono riconosciuti. Ora, ciò che qui occorre rilevare è che Israele è descritto come un regime di apartheid non solo da militanti e accademici, ma anche dalle più importanti organizzazioni internazionali per i diritti umani. Solo qualche settimana fa, Human Rights Watch ha pubblicato un report il cui titolo, tradotto in italiano, è “Una soglia superata. Le autorità israeliane e i crimini di apartheid e persecuzione”. Ancora prima di HRW, la più importante organizzazione umanitaria israeliana, B’Tselem, si era mossa nella stessa direzione con il suo resoconto “Un regime di supremazia ebraica dal fiume Giordano al mar Mediterraneo: questo è apartheid”. Si tratta di documenti che sono stati passati sotto silenzio dalla stampa occidentale, ma la cui importanza può difficilmente essere sovrastimata. Essi fanno il paio con l’inchiesta per crimini di guerra a cui Israele è sottoposto da parte della Corte Penale Internazionale.  

Questo quadro di soprusi e oppressione è perfettamente esemplificato dalla legge sullo stato nazione approvata dalla Knesset nel 2018. In questa norma di rango costituzionale, vera e propria epitome dell’apartheid, il diritto all’autodeterminazione nella Palestina storica è riservato unicamente alla “nazione ebraica”. Ai membri di tutti gli altri gruppi nazionali viene riconosciuta, nella migliore delle ipotesi, soltanto una cittadinanza di serie B. E diciamo “nella migliore delle ipotesi” a ragion veduta: nessun reale diritto civile, politico o sociale è infatti garantito ai palestinesi che da decenni vivono sotto occupazione.

Seppellire il fantasma di Oslo

A questo punto dovrebbe essere abbastanza chiaro che, in Palestina, pace e giustizia non potranno mai essere raggiunte se non verranno affrontati seriamente i nodi del ritorno dei rifugiati, dell’occupazione militare, della colonizzazione, dell’apartheid. Ma quale strategia deve essere adottata? È intanto necessario farla finita una volta per tutte con lo spirito, o meglio il fantasma, degli accordi di Oslo, con quella fantomatica la “soluzione dei due Stati” che in realtà non è mai stata tale, ma sotto i cui auspici, come abbiamo visto, sono proseguite per decenni la colonizzazione e l’occupazione.

Giova ricordare, a questo proposito, che già nei primi anni Novanta intellettuali come Edward Said avevano denunciato il pericolo fatale che l’OLP correva nell’accettare i termini del cosiddetto “processo di pace”. La leadership palestinese arrivò a siglare gli accordi con Rabin in condizioni di netto svantaggio, reduce com’era dall’insensata e catastrofica scelta di appoggiare Saddam Hussein durante la prima Guerra del Golfo, con la corruzione che iniziava a diffondersi in misura significativa tra i suoi quadri e, soprattutto, con un’organizzazione stremata dopo decenni di lotta. In questo scenario, Arafat finì per accordare fiducia a un programma che si sarebbe presto rivelato una trappola. 

Se Said fu profetico su questo punto, bisogna aggiungere che le dinamiche di potere che da Oslo si sono generate hanno posto la leadership palestinese in una sorta di relazione simbiotica con lo Stato israeliano. Per esempio, non tutti sanno che le tasse della Cisgiordania sono riscosse da Israele, che solo in un secondo tempo, a sua discrezione, le trasferisce all’ANP. Tutto ciò, con l’andar del tempo, ha inevitabilmente finito per provocare il logoramento politico della stessa Autorità Nazionale, e davvero non ci si può stupire se oggi la stragrande maggioranza dei palestinesi non solo non segue Abu Mazen, ma non lo ascolta neanche più. Proprio gli eventi di queste ultime settimane indicano che la società civile palestinese non solo è capace di auto organizzarsi, ma si sta effettivamente auto organizzando al di fuori del controllo diretto della sua leadership ufficiale. (Ecco uno dei principali motivi, detto en passant, per cui le elezioni previste per quest’anno sono state annullate, d’accordo con Israele: Abu Mazen sa bene che, andando alle urne, correrebbe il rischio di perdere il “potere”, o quello che lui intende come tale).

A capitalizzare lo scontento generato da questa situazione, negli ultimi vent’anni, è stata evidentemente Hamas, la quale, tuttavia, stando alle rilevazioni sul suo “gradimento”, appare oggi a sua volta altrettanto discreditata. In effetti, se nel 2006-2007 la sua ala militarista poté trarre vantaggio ideologico dal colpo di stato a suo danno ordito da Abu Mazen con il concorso di Israele e Stati Uniti, è altrettanto vero che essa non è mai stata capace di indicare delle alternative praticabili. Nel suo estremismo, anzi, ha finito per essere, con una buona dose di paradosso, la migliore alleata di Israele nel mantenimento dei rapporti di forza esistenti.

La decolonizzazione e la lotta per uno stato unico, democratico e binazionale

Che fare, quindi? È chiaro che oggi in Israele e Palestina nessuno crede più in Oslo e nella soluzione dei due Stati. È una proposta vecchia e politicamente inservibile, e d’altra parte la massiccia espansione coloniale israeliana rende ormai impossibile tracciare i confini di uno Stato palestinese che sia ancora dotato di un minimo di continuità territoriale. Chi ancora finge di crederci (come Abu Mazen e lo stesso Netanyahu) lo fa per mero calcolo politico e per conservare lo status quo, ossia il proprio potere (nel caso di Abu Mazen), e per proseguire impunemente nella colonizzazione delle terre palestinesi (nel caso di Netanyahu).

Senso di responsabilità e intelligenza politica impongono di seppellire definitivamente il fantasma di Oslo, prendendo atto che chi, anche in Occidente, continua a parlare di “due popoli e due stati” sta soltanto facendo esercizio di retorica. L’unica soluzione credibile, oggi, passa per la costruzione uno Stato unico, democratico e laico per israeliani e palestinesi a pari diritto. Uno Stato fondato sulla cittadinanza e non sull’appartenenza etnica.

Si tratta di una prospettiva su cui già adesso è possibile costruire una convergenza tra i settori più illuminati della società israeliana (valga per tutti la posizione assunta da una figura importante come Avraham Burg) e ampi strati di quella palestinese, specie tra le giovani generazioni, che ormai da oltre un decennio stanno maturando in proposito una nuova, avanzata coscienza politica.

Per arrivare a tanto, però, è preliminarmente indispensabile sciogliere i nodi storici della questione palestinese dando agibilità al diritto al ritorno dei rifugiati, ponendo fine all’occupazione militare e fermando la colonizzazione. “Decolonizzazione”, nel senso più ampio e pregnante del termine, deve infatti essere la parola d’ordine per la Palestina, perché oggi, in un contesto che ancora si definisce in base alla polarità colonizzatori-colonizzati, non è immaginabile alcuna pacificazione se non passando per una trasformazione radicale dei rapporti politici esistenti e delle loro basi ideologiche e materiali.

Per quanto riguarda l’Occidente e le sue narrazioni di comodo, è necessario smetterla con la finta neutralità e riconoscere finalmente che, nella lunga vicenda di Israele e Palestina, c’è un oppresso, il popolo palestinese, e un’oppressore, il potere colonialista israeliano. Tra i due non è possibile alcuna equidistanza. O meglio, porsi come equidistanti significa di fatto schierarsi con l’oppressore e impedire qualsiasi progresso verso la pace e la giustizia per tutti.

Materiali

Il report di Human Rights Watch: https://www.hrw.org/report/2021/04/27/threshold-crossed/israeli-authorities-and-crimes-apartheid-and-persecution

Il report di B’Tselem: https://www.btselem.org/publications/fulltext/202101_this_is_apartheid

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