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domenica , 9 Maggio 2021
Tavoli vuoti nei ristoranti a Piazza Navona prima del coprifuoco, Roma, 22 ottobre 2020 ANSA/MASSIMO PERCOSSI

Dietro la chiusura dei locali c’è una parte del Paese che non possiamo ignorare

Riprendiamo qui un articolo pubblicato sul blog 6000 Sardine https://www.6000sardine.it/chiusura-locali/ che getta uno sguardo più attento e meno superificiale del consueto su quello che sta accadendo al mondo della ristorazione nei mesi del lockdown italiano.

Sono un ristoratore, anzi, un ex ristoratore.

Ho SVENDUTO il mio locale a luglio dello scorso anno perché insieme al mio socio e alla mia compagna avevamo capito che il primo lockdown sarebbe stato solo un assaggio di quello che ci aspettava dopo l’estate.

Prima che i vostri lettori vadano con il pensiero alla parola “evasore” vi voglio raccontare la mia storia.
Dopo anni di gavetta nel settore ho deciso che era giunto il momento di fare il grande salto e aprire un locale tutto mio. Insieme al mio socio e alla mia compagna abbiamo avuto la fortuna di trovare un piccolo locale in centro a Bologna a venti metri dalle torri.

Abbiamo investito tutto quello che avevamo e dove non siamo arrivati con i soldi, abbiamo messo il nostro impegno per fare tutto con le nostre mani. Era il mio sogno e lo stavo realizzando giocandomi tutto. Praticamente un all-in. O la va o la spacca.

Dopo tre anni, cioè nel 2019, la Lonely Planet ha pubblicato la guida per la nostra città e ha inserito, a nostra insaputa, il nostro locale tra quelli consigliati (pensate al numero di locali presenti nel centro di Bologna, bene, noi eravamo tra i pochissimi citati in una delle guide turistiche più famose del mondo). Il duro lavoro fatto negli anni stava dando i suoi frutti.

In quattro anni non abbiamo mai saltato un pagamento, non abbiamo mai fatto lavorare una singola persona in nero e abbiamo sempre pagato ogni singola ora di lavoro, ma soprattutto, e di questo mi vanto perché ne faccio una questione di principio, non abbiamo mai usufruito dei contratti di “inserimento e formazione” dove ci si dava la possibilità di far lavorare una persona 40 ore alla settimana per una paga che dire misera è essere buoni.

Lo ritengo sfruttamento legalizzato: è una cosa vergognosa che si permetta una cosa del genere, ma non sto giudicando i colleghi che ne hanno usufruito, come non giudico chi usufruisce degli stagisti. Giudico chi permette tutto ciò: una classe dirigente in larga parte totalmente inadeguata. Questa scelta ha portato me e il mio socio a lavorare dalle 12 alle 16 ore al giorno ma eravamo felici.

Dopo quattro lunghi anni i nostri debiti contratti per iniziare la nostra avventura imprenditoriale erano stati ripagati, potevamo finalmente iniziare a vedere e godere del ritorno economico che chiunque si aspetta quando apre un’impresa rischiando tutto. Però è arrivata la pandemia e tutto si è fermato.

Inizialmente si parlava di tre settimane, poi un mese, poi due, poi mentre guardo la televisione vedo virologi dire che una volta riaperti i locali i cuochi e i camerieri avrebbero dovuto lavorare con la mascherina, in quel preciso momento capisco che il nostro settore stava per entrare in una centrifuga che avrebbe fatto a pezzi chiunque.

Io, il mio socio e la mia compagna ci guardiamo in faccia e ci chiediamo se sarebbe stata una buona scelta quella di riaprire il locale, pensiamo alla nostra clientela decimata, ai lavoratori degli uffici limitrofi in smartworking, ai turisti che non ci sarebbero stati, alle persone di passaggio sotto i portici che sarebbero state una minima parte. Per non parlare della paura dei clienti: una variabile non calcolabile. Troppo rischioso.

Decidiamo di chiudere subito.
La probabilità di contrarre nuovi debiti era troppo alta e già immaginavamo la totale incapacità della nostra classe dirigente di gestire la pandemia in estate. Avevamo capito che a ottobre ci avrebbero chiuso di nuovo e che prima del ritorno di un clima caldo non sarebbero passati due mesi, ma molti di più. Non ce lo potevamo permettere.

Quando abbiamo deciso di chiudere ci dicevano che eravamo esagerati, che a ottobre non ci avrebbero richiuso, che ormai la stragrande maggioranza dei locali si era adeguata alle regole sanitarie.

Purtroppo o per fortuna avevamo capito che quelle regole sanitarie non sarebbero bastate perché quando si ha una classe dirigente totalmente inadeguata qualcuno deve pagarne il prezzo.

Mentre la totale insufficienza economica dei ristori era davanti agli occhi di tutto il settore, la narrazione generale ha cominciato a parlare di evasione fiscale cronica da parte di tutti i ristoratori. Mentre i ristoratori dimostravano di essere in linea con tutte le norme sanitarie, il Comitato Tecnico Scientifico rispondeva che ristoranti e bar sono i posti più a rischio (insieme alle palestre, teatri e cinema) senza presentare alcun dato scientifico.

Allora è successo che i ristoratori hanno capito di essere soli contro tutti.
È successo che le loro famiglie sono cadute nella disperazione. Alcuni, persa la fiducia verso i pochi rappresentanti di categoria, hanno cominciato a organizzarsi autonomamente. Alcuni hanno deciso di sfidare i dpcm che gli impongono la chiusura tirando su le serrande del proprio locale, rilasciando interviste dove spiegavano tutta la loro disperazione.

Ma invece che ricevere risposta, i ristoratori ribelli sono stati dipinti dai media come untori e piantagrane.

Quasi nessuno si è preso la briga di spiegare che dietro quelle serrande ci sono situazioni talmente tragiche da sfiorare la disgrazia. I suicidi di giovani imprenditori e imprenditrici raramente hanno trovato spazio nelle pagine dei giornali.

Qualche giorno fa, nel mio quartiere, ho visto 40 poliziotti chiudere un locale di un giovane imprenditore che ha sfidato i dpcm rimanendo aperto. In tutte le interviste rilasciate ha sempre spiegato che se non fosse rimasto aperto sarebbe stata la sua rovina. Un tale dispiegamento di forze dell’ordine non si era mai visto nella zona. O meglio si era visto quando un noto centro sociale è stato sgomberato insieme alle sue iniziative sociali, culturali e di solidarietà. Se non avessi fiducia nelle istituzioni verrebbe da pensare che lo Stato stia sempre dalla parte sbagliata della barricata.

Con questa lettera non sto dicendo che tutti i ristoratori siano dei santi e nemmeno che siano tutti in difficoltà (anche se dubito), ma quando penso che se io, il mio socio e la mia compagna non avessimo deciso di chiudere il nostro locale dopo la prima ondata, ora saremmo sull’orlo del baratro, non riesco a non immedesimarmi in chi dentro quel baratro ci è finito per davvero. Penso a tutti coloro che hanno aperto un locale negli ultimi quattro anni a Bologna, in Emilia-Romagna, in tutta Italia.

L’onda economica di questa crisi deve ancora arrivare, tutte le imprese che falliranno si trascineranno dietro migliaia di vite umane.
Chi ha una SNC come l’avevamo noi perderà tutto, chi ha una SRL non ripagherà i propri debiti oltre al proprio capitale sociale e questa mancanza di liquidità si rifarà lungo tutta la filiera e già mi vedo le immagini che si vedranno alla televisione.

Prima di giudicare chi griderà rabbia e disperazione ricordatevi che il fallimento di questi imprenditori non c’entra nulla con il rischio d’impresa, perché nel rischio di impresa non rientrano le imposizioni di terzi e la negligenza degli amministratori pubblici. Prima di fare i conti in tasca a persone che non conoscete ricordatevi delle responsabilità di chi quegli imprenditori avrebbe dovuto garantirli e tutelarli.

Ci aspettano tempi duri, e odiare chi sta peggio non ci porterà da nessuna parte. Non serviva quando nel mirino c’erano gli immigrati, non servirà quando il target si sposterà su imprenditori disperati e nuovi poveri.

Non mi firmo perché non serve un nome per questa storia, è la storia di tutti noi, è la storia di un Paese intero.

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