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venerdì , 24 Settembre 2021

Gaetano Bresci: ho ucciso un principio

I primi anni del neonato Regno d’Italia si compirono all’insegna della completa unità del paese, del risanamento delle finanze dello Stato e del consolidamento delle istituzioni. Di ciò si incaricò quella Destra storica diretta discendente di Cavour, impossibilitata tuttavia a scorgere l’impellenza delle importanti riforme sociali di cui la penisola aveva forte bisogno.
Il raggiungimento del pareggio di bilancio aprì così, quasi paradossalmente, la fine di un’epoca e il principio dell’ampio periodo delle riforme della Sinistra storica dei vari De Pretis, Crispi, Cairoli e Giolitti.

In questa Italia, nel 1869, nacque Gaetano Bresci, da una umile famiglia di contadini di Prato. Da bambino lavorò come calzolaio, a poco più di undici anni era già operaio in fabbrica, a quindici era iscritto al circolo Anarchico di Prato e operaio specializzato nella decorazione della seta. Uno degli impresari che testimoniò anni dopo al suo processo lo raccontò come un lavoratore eccellente.

Il giovane Bresci crebbe nel solco delle profonde disuguaglianze sociali che dilaniavano l’Italia di fine Ottocento, senza tuttavia mai nascondere la propria conflittualità verso i governi della Sinistra storica che in quegli anni avviavano il lento e graduale processo di riforma sociale. Nel 1877 la legge Coppino introdusse l’obbligo scolastico, che si limitava però a tre anni di elementari. L’analfabetismo passò dunque dal 78% del 1861 al 56% di fine secolo. Lo stato monarchico, seppur retto dallo Statuto e imperniato sul parlamento, riservava il diritto di voto a due italiani su cento, passati a sette con l’allargamento del 1882.

Fin dall’adolescenza Bresci maturò quindi un fervente rifiuto per il sistema politico ed economico che relegava la maggior parte della popolazione in condizioni di indigenza. Così a ventitré anni l’impegno politico prese il sopravvento sulla sua vita: aderì al suo primo sciopero di fabbrica e venne condannato a quindici giorni di reclusione per aver difeso un fornaio da un funzionario di polizia. Via via arrivarono i problemi più seri con la giustizia del Regno, soprattutto a seguito della legislazione repressiva di Crispi. Dapprima segnalato come eversivo pericoloso fu quindi tradotto al confino presso Lampedusa, dal quale uscì solo grazie all’amnistia concessa nel 1896 a seguito della disfatta militare di Adua.

Al carcere seguì l’esilio volontario negli Stati Uniti, nei quali sbarcò l’anno seguente a bordo del piroscafo Colombo. Andò a vivere nella cittadina operaia di Paterson, nel New Jersey, dove poté riabbracciare molti anarchici italiani che vi avevano trovato rifugio. Una curiosa inchiesta del New York Times stimò infatti nel 1898 che su diecimila italiani presenti nella cittadina, oltre un terzo leggesse assiduamente “La Questione Sociale”, quotidiano diretto dal celebre anarchico Errico Malatesta a cui anche Bresci iniziò subito a collaborare.

Mentre la vita per gli esuli anarchici trascorreva tra il lavoro in fabbrica, i circoli e le redazioni dei giornali, in Italia continuava la linea dura del governo sulle rivolte di piazza. A Conselice, nel ravennate, i gendarmi spararono sulla folla radunata davanti al municipio per chiedere l’abbassamento da dodici a otto delle ore giornaliere di lavoro, uccidendo due lavoratrici delle risaie, un sarto e ferendo altre decine di operai. Nel 1894 il rinato governo Crispi dispose lo stato di assedio per i moti di protesta scaturiti a causa delle precarie condizione economiche in Lunigiana e nelle campagne siciliane. Due anni dopo l’anarchico Paolo Lega attentò alla vita dello stesso Crispi, il quale reagì con una dura serie di leggi che disposero lo scioglimento di tutte le associazioni anarchiche e socialiste, arrivando perfino al temporaneo scioglimento del Partito Socialista Italiano.

Il massimo della tensione si ebbe però nel 1898 con le proteste scoppiate in tutta Italia a causa dell’aumento del prezzo del pane. La protesta esplose con maggiore violenza nel maggio a Milano, quando in seguito all’uccisione di alcuni operai in protesta, le piazze si riempirono di rivoltosi e per le strade si cominciarono ad erigere le barricate. Il governo guidato da Di Rudinì conferì pieni poteri al generale Bava Beccaris e ai militari fu dato l’ordine di far fuoco con i cannoni sulla folla. La rivolta si concluse con migliaia di feriti e centinaia di morti, per i quali re Umberto I conferì a Bava Beccaris l’onorificenza della Croce di Grande Ufficiale dell’ordine militare di Savoia e il seggio di senatore.

Con il racconto di queste immagini nella mente il diciassette maggio del 1900 Gaetano Bresci salpò dagli Stati Uniti alla volta dell’Antico Continente con un biglietto di terza classe e una rivoltella Hamilton & Richardson in tasca. Dopo alcuni viaggi per l’Europa e una visita alla famiglia, giunse a Monza verso la fine di luglio. La sera del 29 si recò quindi con il proprio revolver a cinque colpi presso il campo sportivo della società ginnica “Forti e Liberi” dove doveva avere luogo una premiazione. Bresci aveva la fama di ottimo tiratore, dovuta all’abitudine di recarsi al poligono, disporre una fila di damigiane di vino ed abbatterne i colli uno per uno. Così quando Re Umberto I si apprestava a risalire sulla propria carrozza al termine della premiazione che aveva appena officiato, tre dei quattro colpi esplosi da Bresci gli perforarono il collo, il cuore ed i polmoni. Un quarto d’ora dopo il Re d’Italia spirò nella camera da letto del vicino palazzo reale.

Gaetano Bresci fu immediatamente arrestato e non oppose resistenza. Inutile dire che nei giorni successivi l’opinione pubblica sconvolta e la stampa fecero a gara per produrre i peggiori improperi e le più crudeli descrizioni. Il processo venne istruito a tempo di record.
Bresci dapprima chiese di essere difeso da Filippo Turati, leader del Partito Socialista Italiano, il quale forse timoroso, rifiutò con la scusa che da anni non esercitava la professione forense. Consigliò però l’avvocato socialista, di anarchica gioventù, Francesco Saverio Merlino, la cui arringa difensiva fu un esempio di retorica, ancora consultabile negli atti processuali che si sono conservati. Il regicida fu processato in un solo giorno, al punto che Merlino dovette studiare le carte sul treno per Milano, e condannato all’ergastolo, di cui i primi sette anni da scontare in isolamento. Gaetano Bresci dal canto suo dichiarò che non aveva inteso di colpire la persona del Re, ma il sistema oppressivo che esso rappresentava. Disse infatti poco dopo l’arresto: “Io non ho ucciso Umberto. Io ho ucciso il Re. Ho ucciso un principio”.


Tra gli anarchici e i socialisti le reazioni furono diverse. C’era chi vedeva nell’omicidio del Re un atto di liberazione e chi ne contestava le conseguenze nefaste che ne sarebbero seguite. Turati denunciò pubblicamente le condizioni disumane cui Bresci venne sottoposto: torturato prima del processo alla ricerca di complici, venne poi tenuto sempre con la camicia di forza e le catene. Per evitare un tentativo di liberazione degli anarchici i luoghi di detenzione rimasero segreti, ma c’è chi sostiene che sotto la finestra di una cella sudicia e sotterranea del carcere di Portoferraio, Bresci incise le parole “la tomba dei vivi”.
Di certo sappiamo che giunse nel carcere dell’isola di Santo Stefano, dove fu predisposta una apposita cella di totale isolamento. In quella stessa cella la mattina del 22 maggio 1901 venne trovato impiccato con un lenzuolo. L’autopsia rivelò che il corpo era da tempo in decomposizione, dando adito all’ipotesi largamente sostenuta che si fosse trattato di un omicidio di stato.
Così a trentadue anni morì Gaetano Bresci, lasciando una moglie e due figlie a Paterson, graziato solo apparentemente dall’abolizione della pena di morte voluta da Zanardelli nel 1889 all’interno del processo di riforme della Sinistra storica.

Nove anni dopo a Monza, Vittorio Emanuele III fece innalzare un monumento nel luogo in cui fu ucciso il padre. Qualche tempo dopo Ezio Riboldi, primo sindaco socialista della città, fece visitare il monumento ad un giovane collega di partito, il quale con la visione e l’ardire che nel bene o nel male contraddistingue gli uomini destinati a scrivere la storia, incise sulla porta “Monumento a Bresci”. Costui è ricordato con il nome di Benito Mussolini.

Per anni gli anarchici di tutto il mondo cercarono il luogo di sepoltura del giovane regicida, a cui non fu fatto l’onore di una tomba. Meno famoso del suo collega britannico Oliver Cromwell, per decenni ispirò gesti disperati e coraggiosi di uomini in cieca lotta contro l’oppressione.
Quando qualche tempo dopo il venticinquesimo Presidente degli Stati Uniti William McKinley fu ucciso in un attentato a Buffalo, nella tasca dell’attentatore si ritrovò un articolo di giornale su Gaetano Bresci.




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