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martedì , 4 Agosto 2020

L’esperienza del dolore.

Aborto e ospedalizzazione: il caso umbro.

di Marianna Morganti, infermiera in formazione.

L’interruzione volontaria di gravidanza, garantita dalla legge italiana n 194 del 1978 può avvenire in due modalità: chirurgica e farmacologica. Mentre la prima consiste in un intervento chirurgico che può essere effettuato entro i primi 90 giorni di gravidanza, la seconda prevede la somministrazione, entro il 49° giorno, di due farmaci a distanza di 48 ore l’uno dall’altro; il primo, il mifepristone (RU486), fa cessare la vitalità dell’embrione interessando i recettori del progesterone necessari per il mantenimento della gravidanza e il secondo farmaco, della categoria delle prostaglandine, determina l’espulsione del prodotto abortivo attraverso la perdita ematica vaginale.

Sebbene alcuni effetti collaterali quali nausea, vomito, aumento della temperatura, reazioni allergiche moderate, forti dolori addominali e sanguinamenti vaginali più abbondanti di una mestruazione siano più frequenti nell’aborto farmacologico rispetto a quello chirurgico (che causa problematiche di altro genere), secondo gli ultimi studi scientifici il ricovero ospedaliero per la somministrazione dell’aborto farmacologico non ha dimostrato alcun vantaggio per la donna. Anzi si evince che in assenza di ricovero ci sia una risposta migliore alla terapia ed una ridotta insorgenza di eventi avversi.

Alla luce di queste considerazioni, la decisione della giunta regionale umbra (che pur si rifà alle linee guida ministeriali) risulta in disaccordo con le evidenze scientifiche riportate.

Ciò detto, prenderei spunto da questa vicenda per affrontare un aspetto spesso poco considerato. Non è sufficiente garantire la possibilità di abortire farmacologicamente in day hospital, una piena AUTODETERMINAZIONE della donna passa necessariamente per la CONSAPEVOLEZZA. Questa consapevolezza deriva da una completa informazione. Troppo spesso infatti gli effetti collaterali vengono minimizzati per paura di scoraggiare la procedura, quando in realtà proprio per evitare ciò andrebbero garantiti, FIN DALL’INIZIO, un sostegno psicologico ed una piena conoscenza di eventi avversi, vantaggi e svantaggi di tutti i metodi abortivi. Ciò non può essere realizzato se non da una equipe multidisciplinare che sappia quindi informare COMUNICANDO.

Per ottenere tutto questo è imprescindibile un investimento sulla sanità pubblica a favore degli ospedali e del territorio soprattutto, aumentando il numero delle strutture sanitarie abilitate e migliorando la qualità del servizio erogato, in modo da applicare pienamente la legge 194. Questo permetterebbe non solo di seguire meglio la donna nelle varie fasi ma anche di attivare un servizio di consulenza per i giovani e di svolgere una vera educazione sanitaria e sessuale nelle scuole, assicurando finalmente la prevenzione attraverso la consapevolezza.

Lettera di una paziente

di anonima

Come cominciare una lettera in cui raccontare qualcosa di te che conoscono in pochi, pochissimi, è sempre difficile. Eppure le scelte della giunta regionale umbra dell’ultimo mese mi spingono a non stare in silenzio e a provare a dire qualcosa, soprattutto oggi che ricorre il quarto anniversario dal mio aborto farmacologico. Ma per poter dire la mia devo prima raccontarvi ciò che ho vissuto.

Sono nata e cresciuta in uno di quei paesini umbri in cui ci si conosce praticamente tutti; la mia famiglia è cattolica e io sono stata cresciuta con una certa educazione. Diciamo che se crescendo ho smesso di credere nel dio barbuto di mia madre, quel senso di colpa inculcatomi non mi ha di certo mai abbandonata. Il giorno in cui ho detto ai miei genitori che ero incinta e che volevo abortire credo di avergli spezzato il cuore, ma neanche per me è stata una passeggiata: sarà che sono stata tanto male fisicamente fin dai primi tempi, però in quel lungo calvario anche le mie più ferree convinzioni da laica razionale hanno vacillato. E non perché non ne fossi convinta o non pensassi che fosse la scelta giusta, ma perché per quanto volessi razionalizzare l’accaduto una parte di me, inconsciamente, si sentiva già (emotivamente) “madre”.

Quattro anni fa ero totalmente sola quando presi questa decisione. L’ultima volta che parlai con il mio ex fu qualche settimana prima quando mi prese per il collo, mi sbatté al muro e poi a terra perché avevo “osato” lasciarlo dopo che mi aveva tradito per ripicca. Avete letto bene, per ripicca, perché per lui ero troppo indipendente, troppo emancipata, osavo studiare, lavorare, gestire un’associazione e fare tardi con i soci, maschi per giunta. Decisi che non coinvolgere una persona del genere fosse la scelta migliore, soprattutto perché mettermi incinta per lui significava “mettermi finalmente le catene” come spesso mi diceva.

Perché sono stata insieme ad un tipo così? Perché per quanto tu possa ripeterti che sei forte, che tu non sei una di quelle donne che si lasciano prevaricare dal proprio uomo tanto da non accorgersi che si tratta di un rapporto malato, tu sei un essere umano con le sue fragilità e i suoi demoni esattamente come chiunque altro. E un ragazzo sbagliato molto spesso è quel demone di cui non riusciamo a liberarci.

Tornando a quattro anni fa, a fine giugno mi recai in un consultorio; in fila con me c’era una prostituta con una bambina che avrà avuto 5 o 6 anni. Cercavo nel suo sguardo non so, quasi un conforto, ma la fecero entrare e rimasi sola nella stanza. Quando arrivò il mio turno, la dottoressa mi scrutò e mi chiede se fosse la prima volta. Dissi di sì e che ero terrorizzata e che non sapevo cosa fare ma ci interruppe la ragazza di prima; la dottoressa uscì e rientrando mi

disse “tocca a noi stargli dietro il più possibile, seguirle, perché altrimenti vanno a casa e la roba per abortire se la procurano su internet e dio solo sa quello che può succedere. Torniamo a noi: di quante settimane sei?”

Bella domanda considerando che prendevo la pillola anticoncezionale da una decina di anni fino a quel momento e che dunque rientravo in uno di quei “simpatici” rari casi eccezionali in cui può non funzionare. “Ti spiego: la RU486 nella nostra regione viene somministrata in via sperimentale solo nell’ospedale di Narni e di Orvieto e deve essere presa entro la 7° settimana di gravidanza. Qui siamo borderline perché tu sei di cinque settimane e, per legge, deve passarne una in cui la paziente, informata della procedura, deve riflettere sulla sua scelta. Entro la settimana corrente dunque si deve procedere altrimenti dobbiamo ricorrere all’IVG chirurgica e le liste d’attesa in Umbria sono molto lunghe. Sei fortunata, domani è il giorno di visita all’ospedale di Orvieto, riesci ad andare?” E come non farlo, visitano solo il mercoledì. La mattina dopo mi fiondai da sola a Orvieto, distante 80 km di strade tortuose da casa mia (un toccasana per le nausee) e feci la visita. Il dottore durante l’ecografia mi fece ascoltare il battito del feto e mi disse che in ogni caso quella gravidanza non sarebbe andata a buon fine perché c’era sofferenza cardiaca; mi consigliò allora il ricovero vista la situazione e mi fece tornare a casa per la “pausa di riflessione” dandoci comunque appuntamento alla settimana successiva. Quella fu la settimana più lunga della mia vita alla quale seguirono i tre giorni del ricovero passati totalmente da sola in una camera vuota adiacente al reparto maternità, dove ogni giorno nasceva un bambino e le infermiere erano tutte prese a festeggiare la vita piuttosto che assistere chi decideva di fare tutt’altro. In quei tre giorni si affacciò solo un’infermiera molto giovane, si vedeva che era fresca di laurea, per chiedermi come stavo e se avessi bisogno di qualcosa. Quella premura in un certo senso mi aiutava e mi tornavano in mente le parole della ginecologa del consultorio che mi raccontò come da giovane avesse combattuto contro l’obiezione di coscienza perché “il personale è politico” e ora che andava in pensione la sua più grande preoccupazione era rappresentata da quell’enorme mole di obiettori che riempiono gli ospedali italiani ai danni delle libertà e delle conquiste delle donne. Ogni tanto ci penso al fatto che è vero, aver avuto la possibilità di trovarmi lì in quell’ospedale, per quanto sola e da sola, è stata una grande conquista; per questo le parole di chi oggi si arroga il diritto di dire cosa può o non può fare una donna mi sembrano ancora più ridicole.

Il ricovero per me è stato dunque necessario sia per la condizione di cui sopra sia perché dopo la prima pillola (che a detta dell’infermiera anziana “fa morire di fame il feto”), l’assunzione delle altre due mi ha provocato enormi dolori e vomito tanto da ricorrere a una sorta di epidurale. Non so se è stato solo un caso o se non c’è stata una corretta preparazione del personale sanitario – voglio pensare che sia stata la prima delle due opzioni – ma è andata così: prima mi hanno dato le pillole “che servono per espellere il feto” ma provocano nausea e vomito e poi l’antiemetico. Ricapitolando, prima un farmaco che solitamente causa il vomito e poi uno che lo impedisce. E infatti dopo 15 minuti è iniziato l’inferno. Quello che è successo in seguito tra pianti e dolori sinceramente non me lo ricordo, forse proprio a causa di quanto stavo male, però ricordo il momento in cui mi hanno dimesso: ero entrata sapendo chi fossi, riconoscendomi nelle mie scelte, e ora uscivo da quell’ospedale e da quella esperienza completamente diversa, una persona che non riconoscevo più. E avendo percorso il viaggio che vi ho raccontato completamente da sola, senza nessun sostegno psicologico e in una stanza vuota in balia dei miei pensieri, allora mi chiedo: oggi che in Umbria il ricovero per l’assunzione dell’IVG farmacologica è diventato obbligatorio e non più opzionale, tutte le altre donne, le altre ragazze saranno lasciate da sole in questo percorso ad ostacoli com’è successo a me? Io scelsi di ricoverarmi perché sono stata male fin da subito ed ero lontana da casa, ma se non lo avessi fatto cosa sarebbe successo? Se fossi tornata subito a casa e mi fossi poi sentita male l’ospedale della mia città sarebbe stato in grado di aiutarmi (mantenendo poi l’anonimato)? Ricordo che nel 2016 gli unici due ospedali che sperimentavano la RU486 erano Orvieto e Narni; oggi che il ricovero è obbligatorio gli ospedali rimangono solo questi o la pillola verrà sperimentata in tutti gli ospedali dell’Umbria per aiutare le ragazze che vivono in ogni angolo della regione? (E chi vive in Umbria conosce la situazione delle strade e dei collegamenti, non serve pensare ai soli cantieri disseminati nella regione al momento attivi; parlo della “normale amministrazione” delle nostre strade).

Una Giunta regionale che decide su e recide la libertà di scelta delle donne in un modo così netto non può esimersi dal prendere in considerazione ogni aspetto sociale, psicologico, economico, logistico che riguarda le sue cittadine. Non si può pensare di contrarre un diritto acquisito senza considerare che l’obbligatorietà del ricovero finirà per cancellare la possibilità di ricorrere all’IVG farmacologica in tutti quegli ospedali che sono pieni di obiettori di coscienza o che non hanno le giuste strutture. Non si può pensare di fare un passo così importante senza risolvere i problemi che ne sono alla base o che ne impediscono la piena realizzazione. E un Governo Centrale, un Ministro della Salute e un Sistema Sanitario Nazionale che permette tutto ciò è complice quanto la stessa maggioranza regionale. Per evitare di cancellare il nostro diritto all’aborto farmacologico (ma più in generale all’aborto) non solo in Umbria ma in tutta Italia, la RU486 deve essere somministrata in ogni ospedale combattendo l’obiezione di coscienza – da stato laico quale dovremmo essere – e i pregiudizi che colpiscono chi fa questa scelta. Io credo che percorsi psicologici guidati, personale sanitario specializzato e preparato e reparti specialistici separati dal reparto maternità debbano essere la regola e credo inoltre che non sia giusto scaricare sui soli consultori il compito di assistere le donne che ricorrono ad una tale scelta per poi demolirli tagliandogli sempre più fondi.

Mi fa ridere l’atteggiamento di certi politici che ho visto girare alla manifestazione di Perugia con cartelli tipo “+pillole -Pillon”: cosa significa questa frase se poi non si pretende la somministrazione di queste pillole in tutti gli ospedali? Volete davvero combattere un sistema sanitario regionale e nazionale profondamente sbagliato visto che consente cose del genere, o vi limitate a fare la solita propaganda strumentale? Se la risposta non è la prima, allora cosa differenzia il vostro modo di fare politica con quello del senatore Pillon? Queste battaglie si fanno ascoltando le donne, soprattutto quelle che ci sono passate, portandole in piazza e facendo di tutto affinché non debbano continuare a nascondersi dietro lettere anonime come sto facendo io ora. Vorrei spaccare il mondo ma non posso perché so che poco è cambiato da quando si scendeva in piazza urlando “il personale è politico”, anzi. Eppure quelle lotte si facevano accanto alle donne così come si lottava accanto alle lavoratrici e ai lavoratori e per questo si vinceva, così si cambiava il Paese incominciando dal cambiare le sue teste. Oggi invece si fanno solo battaglie utilitaristiche, per meri calcoli personali: è sempre la propria opinione contro quella degli altri, si è incapaci di ascoltare e di comprendere il momento storico che stiamo vivendo in cui la cassa integrazione non è stata pagata, si è perso il lavoro, i buoni pasto non bastano più per mangiare e la gente si è incattivita e non pensa che la lotta per le rose è la stessa lotta per il pane perché non ha quella visione d’insieme che voi, politici, dovreste dargli.

A Perugia siamo scesi in piazza. Bellissimo e sacrosanto. Ma chi non c’era non può essere additato come “nemico”: deve essere portato dalla nostra parte, deve lottare insieme a noi. Perché l’alternativa è la sconfitta e badate bene che non perde il partito x o il partito y: perde quella donna che vedrà cancellato un suo diritto acquisito, perde quella madre che vedrà piangere la figlia precaria perché non sa come crescere un figlio indesiderato, perde quel padre che ha perso il lavoro e non sa come sfamare un’altra bocca. Perdo io che sono stata tradita e picchiata, perdi tu che stai leggendo e che forse un giorno sarai madre o padre e perde anche chi siede a Palazzo Donini a Perugia o in Parlamento e che ora pensa di essere nel giusto. Insomma ci perdiamo tutti.

Ho scritto a Il Partigiano perché ho scelto di non rimanere indifferente a quanto sta accadendo e di raccontare la mia storia perché vorrei che chiunque faccia politica smettesse di giocare a farla calpestando le persone, le loro storie e i loro diritti. Perché “il personale” continuerà sempre ad essere “politico” ed è vero, ma è anche vero che noi donne – tutte – continueremo ogni giorno a volere il pane ma anche le rose.

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