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mercoledì , 8 Luglio 2020
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Prendere spunto da un periodo storico.

di Simone Guerzoni

Il 1945 è un anno complesso da analizzare. Convergono in esso molte delle dinamiche politiche, economiche e sociali che hanno rappresentato la storia del mondo precedente alla Seconda Guerra Mondiale. Il crollo dell’Europa dopo cinque anni di battaglie e devastazioni ha caratterizzato tutti gli aspetti dei periodi successivi. La maggior parte della classe dirigente dell’epoca aveva partecipato allo sviluppo economico sociale di inizio novecento e molti, chi da protagonisti, oppositori o collaboratori, persino alla Prima Guerra Mondiale. Termina dunque una fase di transizione molto lunga che aveva contraddistinto l’Europa e il mondo sin dalle rivoluzioni ottocentesche. Queste divergenze susseguitesi nei cento anni che precedono il 1945, raggiunsero l’apice nel suddetto periodo, innalzando all’estremo lo scontro sociale tra diverse tipologie di visione della società, dello stato, del mercato e dell’organizzazione della vita delle persone. Considerando questo aspetto ci si inserisce in un dibattito storico ed ideologico denso di contenuti. Le sfere d’influenza politiche createsi precedentemente l’ascesa dei regimi europei  si ripresentano in chiave diversa nel lungo dopoguerra.

La storia dell’Europa nel dopoguerra è molto complessa da raccontare, diventa un forte esercizio di dialettica. Un tratto caratteristico per la storiografia contemporanea è considerare il labile confine tra la  reale ricostruzione delle fonti e la questione dell’interpretazione politica che vi si deduce dalle stesse. Ed è proprio per questo, quasi come curiosità storica e per pura passione accademica, che questo primo quinquennio del dopoguerra viene considerato come lo spaccato più importante per la comprensione dei processi di sviluppo storici che si sono succeduti per tutto il resto del Secolo Breve. Per cui, assimilato questo, è importante altresì considerare il dibattito più importante che coinvolge tutto l’arco periodico considerato, ovvero, il rapporto tra lo stato ed il mercato. Associandomi ad Eric J. Hobsbawn considero questo rapporto dialettico come fondamentale per il processo di sviluppo sociale ed economico degli stati durante la ricostruzione. L’influenza e l’intervento degli Stati Uniti e dell’Unione Sovietica ne è l’esempio più chiaro di questa lotta senza quartiere tra diverse interpretazioni dell’organizzazione politica ed economica della vita quotidiana. Il loro rapporto con la disuguaglianza sociale, l’abbandono, la povertà e la gestione della cosa pubblica, presentano i podromi della battaglia culturale ed ideologica che ha contraddistinto tutta la Guerra Fredda. La borghesia liberale era nel momento più debole della sua storia e lo svilupparsi dei movimenti comunisti in Europa e nel mondo preoccupava molto. La borghesia che aveva trionfato alla fine dell’ottocento e che si è vista crollare il mondo da lei costruito grazie alle guerre, ora si ritrovava a confrontarsi con una svolta storica. Allo stesso modo il socialismo e il comunismo, dopo la cesura politica del 1917 e l’intenso dibattito interno, ora si trovava alla prova della storia. Dunque, Vi erano tutti i presupposti per far sviluppare una società diversa da quella conosciuta prima della guerra.

In questo contesto, si inserisce nel dibattito e nella cronologia storica uno dei governi più inaspettati del periodo post bellico. Il governo laburista 1945-1950, il padre politico del welfare state, visto in chiave britannica, ma ispiratore di modelli sociali e statali che influenzarono i decenni successivi. Potremmo considerare questo connubio di socialismo e democrazia un vero e proprio ponte tra l’interpretazione dello stato come motore principale della società e la dinamica dell’eguaglianza sociale. Di certo, la Gran Bretagna, potenza imperiale e coloniale, per i laburisti era una forte eredità, vista anche la stretta collaborazione con gli Stati uniti durante la guerra e la condizione precaria dell’economia e della società britannica. Il dibattito che si svolge all’interno del socialismo europeo e mondiale non può prescindere, soprattutto se si parla di Regno Unito, da John Maynard Keynes e la storia dell’operaismo e del sindacalismo. All’interno dell’attività legislativa di quel governo troviamo molte delle considerazione politiche che tutt’ora influenzano il dibattito economico. La crisi dello stato, la critica al laissez-faire e le nazionalizzazioni sono solo alcuni elementi che formano un dibattito storico che ha segnato la nascita del nuovo Regno Unito tra convergenze e divergenze, opinioni ed isolamento, rimpianti della grande potenza quale era e speranze per il futuro.

Ciononostante in questo alveo di posizioni differenti esisteva un comune denominatore che muoveva tutta la classe dirigente europea, ovvero, come risollevare un continente dalla povertà e la miseria? La popolazione europea usciva devastata e affamata. Le strade, le case e le scuole erano da ricostruire cosi come la convivenza civile e il recupero della quotidianità, le abitudini, gli usi e i costumi. Bisognava rimettere in piedi la società europea che fino a quel momento era considerata la società più avanzata, in un mondo considerato fortemente eurocentrico, nonostante il grande sviluppo economico di paesi emergenti come l’Unione Sovietica, il Giappone e gli Stati Uniti, che presentavano economie solide e un forte carattere patriottico.

Costruire le fondamenta dello stato sociale passava da tutti gli aspetti della vita delle nazioni. Compresa la vita politica. Le istituzioni in tutti quei paesi, che nei decenni precedenti erano stati i protagonisti della storia, erano da costruire o, quantomeno da riformare, consolidare. La democrazia non era cosi scontata e il processo di consolidamento dell’ideale di libertà veniva o da un retaggio di lotta per la liberazione da un regime o da un’incessante battaglia contro un nemico che minacciava le libertà individuali. Per questo considerare le elezioni democratiche e il suo valore simbolico in questa fase è importante. Soprattutto, per capire anche quale tipologia di cesura è presente nel 1945 europeo. Ed è per questo che le considerazioni sulla ricostruzione, in chiave storica, non può non passare dal primo governo eletto da una democrazia parlamentare (in una monarchia costituzionale) che simbolicamente, nel paese patria del capitalismo, presenta un governo laburista o per usare un termine che poteva incutere timore alle democrazie di stampo anglo-sassone in epocale liberale, socialista.

Dato questo spaccato di storia si può evincere che le crisi fanno emergere tutte le contraddizioni della logica del mercato, e che una differenziazione di carattere politico non solo è necessaria ma è utile ai fini dell’emancipazione delle classi sociali più deboli. La media e alta imprenditoria lottò molto contro i privilegi della classe medio bassa, per ottenere quella posizione che ha sempre rivendicato nella storia del capitalismo. La logica del rapporto tra lo stato e il mercato agisce nei momenti di crisi e le riforme delle strutture degli stati servono per potere dare fondamento alle lotte sociali e politiche. L’importanza del ruolo dello stato nella società non si misure sulle manovre assistenziali che esso propone, quelle sono un strumento utile per raggiungere uno scopo più ampio, ovvero l’uguaglianza sociale. Le condizioni attuali versano ormai in un sistema dove lo stato è un fedele servitore delle aziende e della logica del mercato, ma quando si tratta dei lavoratori deve agire in prima persona. In pratica le aziende non agiscono in prima persona in tempi di crisi sulla situazione dei lavoratori e questo spiega molto sulla cultura del rapporto tra lo stato e il mercato alla quale siamo giunti oggi. Figlia di una remissione il ruolo dello stato è marginale nel complesso economico e fondamentale nel rapporto con i cittadini, rendendo anche marginale qualsiasi elemento della cultura della sinistra legata alle tradizioni popolari.

Non si tratta di ribaltamento delle strutture o di rivoluzione armata, per quanto ne concerne la sinistra e il socialismo (liberale o socialdemocratico che sia), si tratta di un cambiamento di logica, dove lo stato non è più a servizio del mercato ma si propone come elemento di organizzazione della società, non solo per il privilegio dei profitti o il mantenimento delle rendite, ma dando una pianificazione, una linea guida, un obiettivo politico ed economico anche ai lavoratori, integrandoli. Nei periodi di crisi dove saltano gli schemi ma si mantengono vecchie abitudini ripresentandosi sotto nuove forme, come le logiche dello sfruttamento legate alle leggi del mercato, c’è la necessità di mettere in discussione i paradigmi di un sistema. La risposta socialista nella storia è sempre stata la congregazione, l’unione. Non una unione informale legata alle vecchie logiche sindacali, ma un’unione formale e sistemica che faccia da contraltare alle grandi congregazioni legati alle logiche imprenditoriali. La cultura popolare è fragile in questo periodo e spesso si piega alle logiche dettate dalla cultura liberale e conservatrice, che non sono mai morte, sono mutate pur mantenendo gli stessi obiettivi, addestrando generazioni ad accettare che ad oggi un sistema diverso non è solo impossibile è proprio impensabile. La presenza fisica della sinistra nella cultura popolare non è la chiave della questione, la presenza culturale e la messa a sistema di certe battaglie che sono figlie di una cultura che ha radici nella Seconda Internazionale fondata a Parigi nel 1889, sono il primo passo per ribaltare questa logica. Il sistema di Welfare britannico non nasce nel 1945 è figlio di un cultura politica dettata dalle necessità dei lavoratori e delle lavoratrici e costruito nel periodo più difficile della storia inglese. Potremmo noi oggi, da persone di sinistra, socialista e in linea con la tradizione del comunismo italiano, nel rapporto tra lo stato, la politica e le logiche del mercato prendere spunto da questo campo del socialismo per potere proseguire determinate lotte che da tempo hanno perso, prima l’ispirazione ideologica e poi la presenza fisica?

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