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martedì , 4 Agosto 2020

La mafia, un fatto umano

Di Giuseppe Lipari

Questa non è un’analisi della vicenda della strage di Capaci, ma una riflessione sugli insopportabili e falsi luoghi comuni che vorrebbero la Sicilia passiva e rassegnata nei confronti del potere corrotto e della criminalità organizzata, guardando alla Storia e alla cultura del popolo siciliano.

“La mafia non è affatto invincibile, è un fatto umano, e come tutti i fatti umani ha un inizio, e avrà anche una fine. Piuttosto bisogna rendersi conto che è un fenomeno terribilmente serio e molto grave e che si può vincere non pretendendo eroismo da inermi cittadini, ma impegnando in questa battaglia tutte le forze migliori delle istituzioni”

Questa è una delle frasi più celebri di Giovanni Falcone, detta durante un’intervista a Rai 3 nell’estate del 1991, e racchiude molte delle convinzioni che stavano dietro all’azione del magistrato palermitano.

In particolare la prima parte ha sempre attirato la mia attenzione grazie alla sua capacità di rompere con gli stereotipi e demolire la narrazione insopportabile di una Sicilia immobile e inerte dinanzi al proprio destino.

Già Verga, il più celebre scrittore verista catanese di fine Ottocento, nei suoi romanzi e nelle sue novelle ci mostra una ciclicità stagnante della vita dei suoi personaggi, per i quali non c’è speranza di cambiamento e ogni tentativo di miglioramento delle condizioni di vita si risolve con un misero fallimento. Alla tabe, al destino non si sfugge e la società siciliana è statica.

Poi Tomasi di Lampedusa, con il suo “Gattopardo”, dipinge una Sicilia dove il potere è sempre nelle mani degli stessi uomini e tutto cambia affinchè non cambi nulla, diventando lo slogan perfetto del peggior disfattismo politico siciliano.

Cito questi due autori, che a loro tempo parlarono di aristocrazia, poichè la narrazione dominante (poi abbracciata dai media di massa) nella Sicilia post-unitaria pare essere stata questa, e sembrerebbe che cosa nostra, da quando se ne è potuto pronunciare il nome, abbia assunto la stessa sacralità della nobiltà isolana, con un popolo a lei completamente riverente e asservito.

In realtà questa strana concezione della politica, del potere e della società, non ha nulla di folkloristico e non è siciliana, è semplicemente aristocratica e decadente, come lo erano i suoi autori. La cultura siciliana è per il resto varia come tutte le culture nazionali del mediterraneo, con millenni di storia (e di storie) alle spalle, che hanno anche incluso rivolte popolari, pensieri rivoluzionari, e una finissima cultura letteraria in latino, in italiano e anche in siciliano.

La semplificazione estrema, che ha poi portato con i mass media all’idea malsana che tutti i siciliani fossero mafiosi, ha ad esempio portato alla cancellazione dai programmi scolastici della maggior parte degli autori siciliani (in tutte e tre le lingue letterarie dell’isola) dimenticando ad esempio Antonio Beccadelli, Giovanni Meli, Luigi Natoli e molti altri che parlavano di tutt’altro sia in prosa che in poesia, e ad esempio mettendo alla fine, sempre a rischio di essere saltati, i grandi Quasimodo e Sciascia.

Si saltano anche grandi capitoli della storia siciliana, che cozzerebbero inevitabilmente con l’immagine che si vuole dare dei siciliani. Pensiamo ai fasci dei lavoratori, una delle più grandi rivolte operaie e contadine dell’XIX secolo, sorta in Sicilia proprio alla fine del secolo, contro l’aristocrazia terriera e i mafiosi che controllavano la terra a scapito dei contadini, e contro la nuova borghesia industriale che sfruttava gli operai nelle fabbriche e nei cantieri delle città.

Pensiamo a Corleone “la capitale della mafia” dove i contadini nel 1910 si rifiutarono di pagare le tasse al sindaco in combutta coi proprietari terrieri e con la mafia, e nel 1914, appena ebbero il suffragio universale, elessero il loro primo sindaco socialista, Bernardino Verro.

Pensiamo a Verro, ucciso nel 1914 da cosa nostra, e agli altri esponenti politici e sindacali, come Giovanni Orcel della FIOM a Palermo, assassinato nel 1920, socialisti e comunisti che raccolsero grande consenso per tutto il XX secolo per le idee socialiste e con programmi chiaramente contrari alla mafia, che soltanto loro avevano il coraggio di chiamare col suo nome.

Sono tanti, tantissimi nomi e storie, come tantissimi furono i voti al Blocco del Popolo (Comunisti, Socialisti e Partito d’Azione) primo partito con il 30,4% nelle prime elezioni democratiche del Parlamento Siciliano, il 20 aprile 1947.

Tantissimi come i proiettili dalla strage di Portella della Ginestra, il Primo Maggio dello stesso anno, sparati contro i lavoratori di Piana degli Albanesi, San Giuseppe Jato e San Cipirrello, i comuni più rossi dell’isola puniti per la loro adesione di massa a un ideale e a una lotta contro i privilegi e le mafie. Proiettili che nei decenni successivi decimarono la sinistra politica e il sindacalismo in Sicilia, uccidendo di volta in volta i segretari socialisti e comunisti, e i rappresentanti dei lavoratori.

Il bianco della DC e l’azzurro del centrodestra di cui si è colorata la cartina elettorale della Sicilia nei decenni successivi, è stato figlio del piombo della repressione, non della libera accettazione dei siciliani di ideali conservatori e, nè di un amore viscerale verso la mafia.

Giovanni Falcone non fa parte della lotta politica alle mafie, poichè altro era il suo ruolo, ma era figlio di una coscienza resistente, che esiste nel popolo siciliano da sempre, esattamente come da sempre esistitono la codardia e la sottomissione, categorie che non hanno connotazione etnica o geografica.

La sua scelta di combattere cosa nostra da magistrato non era scontata, in pochi nel suo ruolo avevano avuto lo stesso coraggio, nei decenni i cui la priorità politica dello Stato Italiano era la lotta al comunismo e al socialismo, più che alla mafia.

E questo sì, ha reso eroica e grande la sua scelta, come quella dei tanti altri magistrati, poliziotti, uomini e donne che hanno deciso di provar a far andare la macchina dello stato dalla parte giusta, e non più a semplice tutela di chi deteneva il potere.

E facendo questo, Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro e Vito Schifani, e poi la vittime della strage di Via D’Amelio pochi mesi dopo Paolo Borsellino, Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina hanno ispirato decine di migliaia di persone, in questi tre decenni.

Tre decenni in cui sono nate solo le moderne associazioni antimafia ma tantissime mobilitazioni delle più giovani generazioni che hanno riscoperto la voglia di lottare, incluse quelle che hanno dato origine al sindacato studentesco italiano e a centinaia di collettivi in tutta Italia.

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