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martedì , 4 Agosto 2020

Mediterraneo. Uno spazio politico comune

Da tempo l’immagine del Mediterraneo che domina il discorso pubblico è quella di un confine, di un muro o una barriera che separa mondi, popoli e culture, che discrimina storie e bisogni, desideri e progetti. Sembra che, tra una sponda e l’altra del mare, sia fatalmente preclusa ogni possibilità di comprensione. La diversità – si dice – genera solo equivoci e fraintendimenti, se non conflitti aperti.

Questa visione xenofoba emerge con virulenza nella narrativa dei sovranisti e, più in generale, di coloro che si rifanno a qualche forma di identitarismo etnico o religioso. Essa tuttavia si trova spesso sottotraccia, non detta, anche altrove, anche in ambienti che si qualificano come progressisti e laici.

Questa percezione, negli ultimi tre decenni, è stata modellata e rafforzata dall’ideologia dello “scontro di civiltà” a cui la destra statunitense, seguita da quella europea, ha fatto ricorso per ridefinire le relazioni internazionali dopo la caduta del blocco sovietico. Come spesso accade nelle cose umane, si è trattato di una profezia che ha finito per autoavverarsi. Quando fu formulata, essa si reggeva su evidenze scientifiche ben poco persuasive e su una tipizzazione caricaturale delle “civiltà”. Fu solo la sua traduzione in agenda politica da parte dei governi occidentali a far sì che le sue previsioni diventassero realtà. Così, dopo un inizio secolo all’insegna di un rinnovato imperialismo e di guerre internazionali e civili che hanno distrutto il Medio Oriente, ci troviamo a fare i conti con contrapposizioni che un tempo, prima delle macerie, non c’erano o erano di gran lunga meno virulente.

La forza di questa ideologia reazionaria non può essere sottovalutata. Allo stesso tempo non dobbiamo però tralasciare il fatto che essa si è potuta affermare perché una lunga vicenda di sconfitte, debolezze ed errori politici ha preparato il terreno per il suo radicamento. E questo è vero in particolare per il contesto mediterraneo.

La parabola storica dell’Italia appare abbastanza paradigmatica. Se, per quasi cinquant’anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, il nostro paese seppe coltivare la sua “naturale” vocazione mediterranea (testimoniata, ad esempio, dal rapporto privilegiato con il mondo arabo), con il collasso della Prima Repubblica e la ridefinizione degli equilibri geopolitici post guerra fredda le prospettive sono radicalmente mutate. Sin dagli anni Novanta l’Italia ha sostanzialmente delegato all’Unione Europea la definizione di politiche mediterranee di respiro comunitario. Il problema, in questo tipo di approccio, è che il Mediterraneo stesso, per il progetto europeo, non ha mai avuto alcuna centralità geografica e strategica, circostanza che è stata resa di palmare evidenza nel 2004, con l’allargamento dell’Unione che ha ulteriormente spostato gli equilibri continentali verso est.

Tutto ciò si traduce ancora oggi in politiche di vicinato fondate sui pilastri della stretta securitaria e del vantaggio commerciale. Il primo aspetto è ormai tristemente noto per via dell’ossessione europea (dei singoli stati membri e dell’Unione nel suo complesso) per il controllo dei confini, a cui fanno riscontro l’assenza di progetti organici e credibili di accoglienza e integrazione e una politica dei visti di tenore kafkiano. Il lato economico è invece meno noto. In questo caso la tendenza dell’Europa è quella di far valere la sua evidente posizione di forza attraverso l’imposizione ai paesi extraeuropei di “riforme strutturali” di adeguamento alle normative europee, il che comporta, molto spesso, la destrutturazione dei loro sistemi giuridici, l’indebolimento del loro tessuto economico e, di conseguenza, una sensibile compromissione della coesione sociale e politica.

Il più delle volte gli europei giustificano queste ingerenze etichettandole come iniziative a favore della democrazia. Le riforme richieste, si dice, dovrebbero promuovere e consolidare nei pasi partner le istituzioni liberaldemocratiche e lo stato di diritto. Il fatto tuttavia che l’Europa faccia lauti affari anche con chi ha ben poche inclinazioni democratiche (come l’Arabia Saudita), rende evidente che tale giustificazione non è che una foglia di fico volta a mascherare ben più concreti interessi economici. In breve, le politiche europee nei confronti dei paesi in via di sviluppo sono politiche essenzialmente neocoloniali.

Se poi ci spostiamo sulla sponda sud del Mediterraneo, vediamo che buona parte dei problemi possono essere analizzati sotto il profilo del ristagno della decolonizzazione. L’esperienza della lotta anticoloniale, beninteso, è stata complessa e articolata e non può certo essere giudicata in maniera affrettata e superficiale. Essa ha avuto senza dubbio numerosi successi, a partire naturalmente dalla conquista delle indipendenze nazionali. Non bisogna tuttavia nascondersi i vicoli ciechi in cui spesso hanno finito per ritrovarsi le leadership politiche che l’hanno animata.

In questo contesto, il tornante decisivo è stata la sconfitta, tra anni Sessanta e anni Settanta, di ideologie laiche come il panarabismo e il socialismo arabo. Paradigmatico è il caso dell’Egitto, dove la grande svolta nasseriana della nazionalizzazione del canale di Suez (1956) fu seguita, a partire dalla disfatta nella Guerra dei sei giorni (1967), da una progressiva erosione della piattaforma anticoloniale. Fu così che, con gli accordi di Camp David del 1978, Sadat non solo abdicò alla guida del mondo arabo e abbandonò definitivamente la causa palestinese, ma avviò quel processo di riallineamento dell’Egitto al Washington consensus neoliberale che sarebbe stato portato a termine da Mubarak negli anni Novanta.

Questa parabola storica ha proiettato nel vuoto ideologico e programmatico le istanze emancipatorie sorte nel dopoguerra – un vuoto che neppure l’islam politico, nelle sue infinite espressioni, è stato in grado di colmare, tant’è vero che oggi sembra anch’esso entrato in una fase di lento reflusso. È sintomatico che, nel 2011, i grandi movimenti di popolo delle primavere arabe fossero sufficientemente forti per rovesciare dei regimi oppressivi e privi di consenso ma, contemporaneamente, non avessero alcuna solida base su cui impostare l’avvenire. In altri termini, essi sapevano benissimo di volerla far finita con una situazione non più tollerabile, ma non avevano idea (salvo che in alcune rarissime eccezioni) di come articolare in positivo un progetto di emancipazione concreta. Da qui alla ricaduta in nuove forme di autoritarismo il passo è stato breve: la storia recente dell’Egitto è di nuovo esemplare.

A voler trarre qualche conclusione da questa analisi estremamente grossolana, si potrebbe dire che gli scenari politici sulle due sponde del Mediterraneo appaiono diversi e complementari. Alle rinnovate pulsioni coloniali europee fa riscontro l’impasse anticoloniale in Nord Africa e Medio Oriente, fenomeni che appaiono per l’essenziale mediati da un’interpretazione securitario-autoritaria della politica.

Si potrebbe aggiungere che entrambe le vicende, nella loro complessità, si inscrivono nel processo di lunga durata della crisi del paradigma moderno dello Stato nazione (una crisi il cui esito attuale è la globalizzazione), e questo impone di ridefinire le categorie di pensiero e di azione politica a cui siamo abituati. La difficoltà di questo compito è ciò che, nello spazio delle regioni mediterranee, schiaccia e rende muta la sinistra, la quale in genere sembra subire passivamente l’egemonia ideologica delle destre. A spiccare per la sua assenza, nella nostra epoca, è quindi un serio lavoro di rielaborazione e rilancio delle istanze di uguaglianza ed emancipazione.

Si tratta di un vicolo cieco per uscire dal quale appare velleitario affidarsi alle forme tradizionali di organizzazione politica. Una possibilità può invece essere offerta da un rinnovato internazionalismo capace di dare corpo a nuove soggettività politiche e di elaborare, a partire dalla pluralità dei contributi, analisi e strategie di lotta comuni. È attraverso questa forma di coinvolgimento attivo che si può pensare di restituire al Mediterraneo la sua necessaria centralità. Il nostro mare non può più essere trattato come un confine, ma va concepito come uno spazio politico che, per essere tale, va condiviso e costruito insieme.

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