fbpx
mercoledì , 23 Settembre 2020
foto da www.blogfinanza.com

Non chiamatelo Smart!

Periodi d’emergenza, lo sappiamo, richiedono misure d’emergenza. L’epidemia in corso ha visto il nostro tessuto sociale e produttivo mutare in maniere che fino a qualche settimana fa avremmo ritenuto impossibili. Limitazioni delle libertà individuali, ospedali bloccati, attività produttive totalmente immobili, chi più ne ha, più ne metta. Per superare il blocco, le aziende hanno iniziato ad adattarsi mandando i propri dipendenti a lavorare a casa, attivando numerosissime pratiche di smart working. O almeno, facendolo a parole, perché quello a cui stiamo assistendo non è smart working. In primis, per una questione meramente formale. La maggior parte dei lavoratori che in questi giorni lavora da casa lo fa da un punto fisso (la propria abitazione, appunto) e dovendo rispettare dei ben definiti orari aziendali: questo è il telelavoro. Lo smart working si differenzia dal telelavoro soprattutto per questi due punti. Non c’è un luogo fisso in cui il lavoratore debba svolgere le proprie mansioni, e gli orari sono molto più flessibili. Ma soprattutto, non è smart working semplicemente perché, dal punto di vista dei lavoratori, di smart non c’è quasi nulla. Nei pro possiamo mettere sicuramente il tempo ed i soldi risparmiati per gli spostamenti casa/lavoro. Ma siamo sicuri che tempo e denaro risparmiato restino nelle tasche, metaforiche e non, del lavoratore? Partiamo proprio dagli orari di lavoro: la possibilità di lavorare da casa si tramuta sempre più spesso in un obbligo di lavorare anche da casa. Sembra un gioco di parole, ma non lo è. Con la storia che “tanto hai il pc sottomano, che ti costa”, diventa tutt’altro che raro ritrovarsi a rispondere alle mail alle 23, staccare un’ora o due dopo del previsto, rimettersi al PC per lavorare anche il sabato e la domenica. Grazie al lavoro da casa, i lavoratori si ritrovano, senza nemmeno accorgersene, a superare le 8h giornaliere e le 40h settimanali; ma è poi difficile dimostrare di averlo fatto. Col risultato di accumulare ore di straordinari che non verranno mai retribuiti. Da questo segue a ruota la mancanza di un confine netto tra orario di lavoro e tempo di vita. Problema di cui soffrono soprattutto coloro che ancora non hanno un contratto stabile. Non è difficile capire il perché: sei a cena fuori con la persona che ami, al parco coi tuoi figli o alla partitella tra amici, e ti arriva un messaggio che ti dice che devi fare qualcosa per il lavoro. Se in gioco c’è il rinnovo del tuo contratto, difficilmente riuscirai a dire “ma questo non è orario lavorativo, lo faccio domani”; più probabilmente, appena possibile rientrerai a casa e ti metterai a lavorare. Ovviamente, a meno che per “lo faccio domani” non si intenda “mi sveglio 2 ore prima e faccio quanto richiesto”, ma saremmo di nuovo punto e a capo. E per quanto riguarda invece il risparmio economico? Non doversi spostare al lavoro è ovviamente un costo in meno. Ma dove finiscono quei soldi? Spesso e volentieri, finiscono in spese che il lavoratore deve sostenere per riuscire a ricrearsi l’ambiente di lavoro in casa. Finiscono nelle spese per il riscaldamento, per l’elettricità, per la connessione internet ed il telefono – tutte spese che altrimenti competerebbero all’azienda, e che invece vengono scaricate sul dipendente. Non solo: spesso e volentieri al dipendente viene chiesto di rimediare quanto gli serve materialmente per lavorare, come computer, smartphone, stampanti, materiali di copisteria. Con il problema che non tutti li possiedono già, e non tutti possono permettersi i device necessari (basta guardare gli impietosi dati sul numero di computer in possesso delle famiglie italiane). Inoltre, non tutti i lavoratori sono in grado di scegliere lo strumento migliore per le proprie necessità (soprattutto a causa di un dilagante analfabetismo informatico e tecnologico). Il risultato? Lavoratori che prendono dispositivi inadatti pur di risparmiare qualcosa, o che al contrario ne prendono uno con funzionalità superflue, spendendo di più, solo per andare sul sicuro. Un problema, questo della strumentazione, parallelo ad altri due problemi: quello infrastrutturale, e quello, già citato, degli orari lavorativi. Il problema infrastrutturale è dovuto alla carenza (pluridecennale) di infrastrutture, sia elettriche che di rete, che permettano alle famiglie di accedere con comodità ad internet (e sulla gestione, al limite del criminale, delle infrastrutture telefoniche da parte dei privati servirebbe un intero discorso a parte). Il problema di orario di lavoro è aggravato, invece, per chi ha l’obbligo di comunicare con fornitori e clienti, e di doverlo fare usando il proprio numero privato in assenza di un telefono aziendale, col rischio che ci si trovi a dover rispondere a chiamate di lavoro da quest’ultimi anche al fuori del proprio orario lavorativo. E per garantire una reperibilità quasi assoluta, si sacrifica la propria vita privata. E ancora: lavorare da casa senza una stanza apposita, senza una scrivania ed una sedia da lavoro appositi, ha un impatto decisamente negativo sul benessere psicofisico del lavoratore. Certo, per chi ha la fortuna di vivere in case sufficientemente ampie, trovare una stanza in cui lavorare in tranquillità dovrebbe essere relativamente semplice; ma per chi condivide con la propria famiglia un appartamento di 40mq, diventa un’impresa concentrarsi sul lavoro. Senza contare i problemi alla schiena, al collo, alle spalle, ai polsi, e via dicendo, causati da un mobilio che è ovviamente inadeguato alle esigenze di chi deve lavorare 8h (o più) in casa. Problemi posturali che, ancora una volta, vengono ovviati solo con un investimento privato da parte del dipendente stesso. Altre spese che l’azienda scarica sul lavoratore. Per ultimo, ma non ultimo, va citato il problema dell’alienazione psicologica del dover lavorare da soli. Chiunque in questi giorni si sia trovato a non poter uscire di casa, a poter parlare coi propri colleghi (che sono, talvolta, perfino i nostri amici) solo attraverso chat o videochiamate, sa che c’è una bella differenza con la socializzazione in carne ed ossa. Sebbene solo ora stiano diventando sempre più comuni, il telelavoro e lo “smart” working sono presenti nella nostra società già da anni, e non è difficile immaginare che diventeranno parte della nuova normalità post-epidemia. Questi sono strumenti che potrebbero essere molto utili per migliorare la vita dei lavoratori. Ma per come sono concepiti in questo momento in Italia, molta della loro potenzialità si perde nell’applicazione. E sì, oggi stiamo parlando di una misura emergenziale, messa in campo proprio per fronteggiare questo specifico periodo; ma è evidente che si debba cominciare a ragionare su una regolamentazione molto più elaborata, dettagliata e stringente, che dia ai lavoratori molte più garanzie e strumenti di quanti ne abbiano oggi (ovvero, quasi zero). A partire dal diritto alla disconnessione e all’irreperibilità, al diritto di avere un ambiente lavorativo sano e sicuro anche dentro casa propria, al diritto di vedersi garantiti strumenti efficaci ed efficienti per portare avanti le proprie mansioni. Parola di telelavoratore.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Social media & sharing icons powered by UltimatelySocial
Facebook
Instagram