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sabato , 6 Giugno 2020

L’emergenza coronavirus tra interesse pubblico e shock economy

New Orleans, anno 2005. La città è stata quasi interamente distrutta dall’uragano Katrina. I morti si contano a centinaia e decine di migliaia sono gli sfollati. Mentre le ambulanze della Croce Rossa tardano ad arrivare (a differenza dei fucili della Guardia Nazionale), Richard Backer, un importante membro repubblicano del Congresso, si riunisce con un gruppo di lobbisti. “Siamo finalmente riusciti a ripulire il sistema delle case popolari di New Orleans, dichiara. Noi non sapevamo come fare, ma Dio l’ha fatto per noi”. Le sue parole fanno eco a quelle di Joseph Canizaro, uno dei più ricchi costruttori della città: “Credo che abbiamo di fronte una tabula rasa da cui ripartire. E grazie a questa tabula rasa abbiamo grandi opportunità”.

Tre mesi dopo l’uragano, l’ultranovantenne Milton Freedman trova la forza per scrivere un editoriale per il “Wall Street Journal”. “La maggior parte delle scuole di New Orleans è in rovina, osserva, come lo sono le case dei bambini che le frequentavano. Quei bambini ora sono sparsi per il paese. Questa è una tragedia. Ma è anche un’opportunità per riformare radicalmente il sistema educativo”. L’idea del guru del neoliberalismo è semplice: i miliardi di dollari stanziati dal Governo federale per la ricostruzione non devono essere impiegati per il ripristino delle scuole pubbliche, ma vanno erogati alle famiglie sotto forma di buoni spesa per l’iscrizione dei figli a scuole charter private.

La storia successiva è cosa nota. Pochi anni dopo la catastrofe, le case popolari di New Orleans saranno solo un ricordo, al loro posto sorgeranno aree residenziali ben più remunerative. Il sistema scolastico sarà quasi interamente privatizzato: a un anno e mezzo da Katrina, in città sorgeranno 4 scuole pubbliche e 31 scuole charter private.

Chi ha famigliarità con i libri di Naomi Klein avrà già letto in questo resoconto nelle prime pagine di Shock economy. L’ascesa del capitalismo dei disastri. In effetti il caso di New Orleans illustra perfettamente il funzionamento della “dottrina dello shock”: una crisi su larga scala, poco importa se di origine umana o naturale, reale o solo percepita, fornisce l’occasione per operare quei radicali cambiamenti economici che, normalmente, sarebbero avversati dalla popolazione. Se le persone hanno ben altro a cui pensare (per esempio, a sopravvivere), sarà infinitamente più facile modificare lo status quo.  Klein, beninteso, non inventa nulla. L’importanza economica dello shock era stata teorizzata da Milton Freedman – ancora lui – già nel 1962, quando diede alle stampe Capitalismo e libertà, il suo testo forse più influente. E sempre Freedman fu il primo a sperimentare la traduzione pratica dei suoi assunti teorici. Il suo laboratorio fu, com’è noto, il Cile di Pinochet.

Numerosi eventi della storia recente – dalla transizione postsovietica nell’Europa dell’est alla guerra d’Iraq, dalla crisi dei bond argentini alla ricostruzione del sudest asiatico dopo lo tsunami del 2004, per non fare che qualche esempio – possono essere letti attraverso la lente della shock doctrine. Neanche l’Italia, naturalmente, è sfuggita alla sua applicazione. Pensate al terremoto in Abruzzo nel 2009. Vi ricordate gli imprenditori edili che se la ridevano subito dopo il sisma e le “new town” di Berlusconi? Dove i comuni cittadini vedevano una tragedia nazionale, l’economia vedeva lotti di terreno edificabili. Ma nel nostro paese l’esempio forse più complesso di applicazione dottrina dello shock fu l’adozione, nel 2012, del Fiscal Compact. All’epoca numerosi paesi europei stavano ancora fronteggiando gli effetti catastrofici della crisi finanziaria del 2008 (l’Italia, in particolare, era in piena crisi dello spread). Per essi l’irrigidimento dei vincoli di bilancio si tradusse in tagli sistematici del welfare e nella sostanziale impossibilità di operare investimenti. In altre parole, in perfetta consonanza con gli assunti del neoliberalismo per cui il benessere economico dipende solo e soltanto dall’iniziativa privata, il Fiscal Compact ebbe come effetto la drastica riduzione della capacità degli stati di garantire l’interesse collettivo e favorire la crescita.

In queste settimane l’epidemia di coronavirus e la clausura della quarantena ci stanno facendo riscoprire l’importanza dei servizi pubblici, a cominciare, ovviamente, dalla sanità. Ci stiamo anche rendendo conto degli enormi danni provocati ai nostri sistemi di welfare da decenni di egemonia neoliberale e intuiamo che i problemi che abbiamo di fronte non sono episodici, ma profondi, strutturali. È una consapevolezza che ci mancava da tempo. Adesso, però, non dobbiamo commettere l’errore di credere che la riscoperta dell’interesse pubblico si traduca automaticamente in programma e azione politica. L’epidemia ci sta impartendo una lezione, ma non è detto che se ne traggano le dovute conseguenze. La storia insegna, diceva Gramsci, ma non ha scolari.

Il rischio concreto è che l’emergenza coronavirus sia l’ennesima occasione per una possibile applicazione della dottrina dello shock di livello europeo, non troppo dissimile, nei suoi effetti, da quanto avvenne con il Fiscal Compact. Lo scenario è quello tipico: interi paesi vivono una quotidianità quasi onirica, di fronte a noi abbiamo lo spettro del contagio e siamo giustamente terrorizzati dalla prospettiva della recessione economica. In questa situazione di disagio siamo disposti ad accordare fiducia a qualsiasi intervento capace di presentarsi come risolutivo, almeno a breve termine. Il punto, però, è capire che cosa questo intervento comporterà una volta finita l’emergenza, quando fabbriche, uffici e negozi avranno riaperto e noi saremo tornati alla nostra normalità.

Mario Draghi ha sicuramente ragione quando sostiene che il debito pubblico è l’unico strumento a cui si può ricorrere per affrontare l’emergenza sanitaria e, soprattutto, sostenere l’economia. A essere determinante, però, è il contesto di regole, istituzioni e obiettivi in cui si fa ricorso all’indebitamento. È questo che fa la differenza tra interventi di shock economy e politiche autenticamente rivolte all’interesse pubblico. Detto in termini estremamente semplici: se fare nuovo debito oggi dovesse comportare, finita la crisi, l’applicazione delle ennesime misure di austerità, ci troveremmo in pieno scenario da shock economy neoliberale; se invece il debito ottenesse le necessarie garanzie istituzionali e fosse utilizzato non solo come strumento di contenimento della crisi, ma anche e soprattutto come volano per il consolidamento e lo sviluppo dell’economia attraverso investimenti strategici, allora potremmo dire di aver fatto un passo avanti verso la tutela dell’interesse pubblico.

L’Europa, in questo momento di crisi, è a un bivio. Germania, Olanda e i paesi nordeuropei sono disposti a concedere credito solo a fronte dell’accettazione, da parte degli stati interessati, di “condizionalità” che quasi certamente prefigurano, per il futuro, nuove riduzioni di spesa pubblica con tagli draconiani dei servizi e privatizzazioni massicce. Sul fronte opposto Italia, Spagna, Francia e altri paesi dell’Unione, in particolare quelli mediterranei, chiedono l’adozione di strumenti finanziari comuni e innovativi per reperire le risorse indispensabili per fronteggiare la crisi senza che questo si traduca in nuova austerità. La contrapposizione tra i due indirizzi è radicale. Per il momento il blocco sudeuropeo, con l’Italia in testa, si è dimostrato abbastanza risoluto e ha fatto sì che venisse ritirata la proposta dei paesi nordici di una linea di credito “condizionata” da attivare secondo le procedure del Meccanismo europeo di stabilità. La partita, però, rimane aperta e non è affatto detto che, alla fine, nuove forme di austerità non vengano imposte in modi inediti e con nomi diversi da quelli a cui siamo abituati.

La proposta avanzata dall’Italia è l’unica che, in prospettiva, può salvaguardare l’interesse pubblico; è tuttavia chiaro che essa, da sola, non è sufficiente. Quello che occorre è una profonda, radicale riforma dei trattati e delle istituzioni europee. Per dare efficacia alle parole di Draghi ci servirebbe, ad esempio, una Banca Centrale Europea che, per statuto, agisse sistematicamente da garante di ultima istanza del debito pubblico mettendolo al riparo dalle ondate speculative. Per ragioni analoghe sarebbe necessaria, a livello comunitario, l’introduzione di un’autentica Tobin Tax sulle transazioni finanziarie veloci e di una legislazione per il controllo dei capitali in entrata e in uscita. Ci servirebbe, inoltre, un governo europeo capace di porsi non soltanto come direttore del traffico dei mercati privati, ma anche e soprattutto come attore economico, perché solo l’intervento pubblico diretto nell’economia è in grado di garantire le produzioni strategiche e i servizi essenziali di cui i cittadini hanno bisogno.

Bisogna però essere realisti e ammettere che tutti questi auspici sono oggi sogni ingenui e pie illusioni. L’Europa odierna ha le sue radici in una concezione puramente liberista dell’economia e del ruolo pubblico. Il fronte del rigore appare quindi naturalmente avvantaggiato, anzi, a dirla tutta, la sua posizione è l’unica coerente con l’ordinamento europeo attuale. Il problema è che proprio questa posizione, oggi più che in passato, può significare la fine dell’Europa stessa. Il dilemma è evidente: l’Europa può garantirsi un futuro solo a patto di trasformare profondamente se stessa, accantonando la logica liberomercatistica e rigorista e adottando come stella polare l’interesse pubblico e la giustizia sociale; d’altra parte l’inerzia della politica europea scoraggia ogni speranza in un simile cambiamento. Che fare allora?

Il primo passo da compiere è abbandonare ogni europeismo di maniera e riconoscere che l’Europa non ha valore in quanto tale, ma in quanto attua politiche a vantaggio dei suoi cittadini, in quanto baluardo e garante, per l’appunto, dell’interesse pubblico. In questo senso, l’Italia e i paesi che si oppongono al fronte dell’austerità dovrebbero assumersi l’onere, se necessario, di infrangere il tabù ideologico dell’unità europea e stringere un patto politico capace di porsi come modello e strumento alternativo all’Europa stessa. Il pericolo che corriamo è che l’emergenza coronavirus trasformi il continente un un’enorme New Orleans post-Katrina. Per scongiurarlo va definitivamente archiviata la lunga, devastante stagione neoliberale. Non possiamo accontentarci di aggiustamenti congiunturali, di superficie. Dobbiamo rifondare le basi sociali, economiche e politiche della nostra convivenza. Whatever it takes.

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