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martedì , 26 Ottobre 2021

Coronavirus, il sistema scolastico è in crisi

di Giuseppe LIPARI, OBESSU – Organising Bureau of European School Student Unions 

La digitalizzazione della didattica, cui siamo costretti per l’impossibilità delle lezioni in presenza, ci sta mostrando tutte le ingiustizie, le disuguaglianze e le opportunità mancate del nostro sistema educativo nazionale. 

Da quando ho iniziato il mio attivismo studentesco al liceo, nonostante mi trovassi in una scuola nota per tutto fuorché per le difficoltà economiche degli studenti, il caro libri è sempre stato il primo problema, con decine di compagni che “si arrangiavano” con le fotocopie, o che proprio non riuscivano ad accedere ai materiali.

Quando ho avuto l’occasione di lavorare con i compagni e le compagne del resto di Palermo, della Sicilia e del resto d’Italia, ho avuto modo di riscontrare quanto il problema fosse radicato, affliggendo ovviamente per primi i ragazzi dei quartieri operai e popolari. Iniziative autorganizzate come i mercatini del libro usato sono risposte all’inadeguatezza evidente delle misure sul diritto allo studio in Italia. 

Detto ciò non serve una statistica per capire l’effetto del chiedere a tutti di lavorare da remoto, con migliaia di ragazzi senza computer. Sono costretti (se fortunati) a seguire le lezioni dal cellulare che, ad esempio, non permette di visualizzare bene le diapositive dei professori. Ecco che si mostra, chiara, la discriminazione: c’è chi può seguire, e chi no.

L’Italia non ha garantito il diritto allo studio per decenni negando il materiale didattico tradizionale – ovviamente con grandi disuguaglianze tra le varie parti della Repubblica – e adesso non è in grado neanche di immaginare come garantire altri strumenti, visto che ha sempre pensato che mettere tutti i minori di sedici anni in delle aule fosse sufficiente a portare a termine il suo compito.

Questo articolo potrebbe essere molto più lungo se mi mettessi a parlare ad uno ad uno dei mezzi con cui il classismo ammorba il nostro sistema d’istruzione, con una selezione assolutamente discriminatoria e a tratti segregazionista che è mascherata da meritocrazia ma parla unicamente di denaro e di mantenimento dello status quo.

Non credo sia possibile spiegare in breve l’imbarazzo, per chi come me lavora nella rappresentanza studentesca internazionale, nel vedere come una delle potenze più ricche e sviluppate del mondo non sia in grado di garantire mezzi di trasporto pubblico gratuiti ai ragazzi delle scuole di provincia, né di permettere l’accesso ai primi anni di università a tutte a tutti, o la sicurezza delle aule, o stipendi degni a una delle classi docenti più preparate al mondo.

È inoltre estremamente complesso spiegare all’estero come le riforme dell’istruzione siano spesso state fatte tenendo alla porta i sindacati studenteschi, costretti a scendere in piazza praticamente ogni anno per far notare al dibattito pubblico italiano che a scuola ci vanno anche gli studenti. Una piccola speranza sta nel fatto che la Rete degli Studenti Medi e l’Unione degli Studenti siano state consultate almeno questa volta dal Ministero, ma una democrazia studentesca in Italia è ancora molto lontana dal compiersi.

La frontalità dell’istruzione parte proprio da dove le decisioni vengono prese, a ogni livello. L’idea per la quale gli studenti dovrebbero accettare passivamente ciò che avviene nei loro luoghi di studio e lavoro (non dimentichiamo i tirocini e l’alternanza scuola-lavoro) è pericolosa per la democrazia. Proprio nelle elezioni dei rappresentanti e nella possibilità di militare in un sindacato studentesco si trova quella che per molti è la prima esperienza di partecipazione politica e di rivendicazione dei propri diritti.

Ciò che le socialdemocrazie del Nord Europa ci insegnano è che fin dalla scuola è necessario capire che si è cittadini, dando un senso alla democrazia e anche alla responsabilità di influire sulle scelte di ogni giorno, ma anche sulle grandi riforme nazionali. Questo è possibile se la politica accetta gli studenti come propri interlocutori e dà luogo a una fase espansiva con nuove opportunità e risorse, che permettano ad alunni e docenti di pensare insieme a come innovare la didattica e la vita degli istituti.

Proprio il contrario di quel che si è visto e subito in Italia, dove le riduzioni dei finanziamenti alle scuole hanno costretto, istituto per istituto, a chiudere laboratori, a ridurre il personale e quindi a limitare le opportunità curricolari ed extracurricolari, con la chiara percezione di un graduale ma inesauribile peggioramento.

L’istruzione è stata maltrattata e in molti l’hanno ignorato. I governi hanno tagliato di continuo, causando all’Italia livelli di abbandono e dispersione scolastica folli e pericolosi per la tenuta della nostra società. Nonostante la lunghezza e la difficoltà dei percorsi formativi imposti ai docenti, non vi è stata una sola politica seria volta all’innovazione della didattica, e oggi mancano nelle classi i metodi di educazione non formale che sarebbero necessari, ad esempio, a fare lezione al computer in questa situazione di emergenza.

Per fortuna i docenti italiani hanno spesso grande creatività e capacità di improvvisazione, ma è ridicolo che la Repubblica Italiana si stia basando unicamente su questo, e anche che sia stata necessaria una pandemia globale per porsi la questione di come si potesse insegnare senza una cattedra e dei banchi davanti.

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