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sabato , 8 Agosto 2020

I filosofi sono morti di Corona Virus?

Scrive Giorgio Agamben

È evidente che gli italiani sono disposti a sacrificare praticamente tutto, le condizioni normali di vita, i rapporti sociali, il lavoro, perfino le amicizie, gli affetti e le convinzioni religiose e politiche al pericolo di ammalarsi. La nuda vita – e la paura di perderla – non è qualcosa che unisce gli uomini, ma li acceca e separa. 

Questa sarà la nostra sfida nei giorni della convalescenza, la dobbiamo preparare nei giorni della malattia.

Abbiamo il compito di unire chi questa crisi la pagherà fino in fondo. Ironia della sorte, la tanto spesso decantata unità, da me sempre disprezzata perché sinonimo di appiattimento della ragione, sarà l’unica cosa che deciderà se questa crisi avrà un esito socialista o capitalista autoritario. Oggi siamo divisi nelle nostre celle, che non sono più le solamente le mura delle nostre abitazioni, ma sono diventate le nostre vite. Vite totalmente separate.

Paradosso sottolineato ancora da Agamben:

Gli altri esseri umani, come nella pestilenza descritta da Manzoni, sono ora visti soltanto come possibili untori che occorre a ogni costo evitare e da cui bisogna tenersi alla distanza almeno di un metro. I morti – i nostri morti – non hanno diritto a un funerale e non è chiaro che cosa avvenga dei cadaveri delle persone che ci sono care. 

Se la spirale economica della crisi ci porterà a dover compiere delle scelte tra le categorie che sono state colpite, avremmo fallito completamente l’appuntamento con la storia della nostra generazione..

Può la scarsità di denaro essere un discrimine tra chi salvare e chi no del dopo pandemia?

Il valore della sopravvivenza non deve, per nessuna ragione, sostituire i valori di solidarietà uguaglianza e giustizia sociale scritti nella nostra Costituzione, attualmente sospesa a tempo indeterminato. Ritornare ai principi costituzionali del diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del lavoro di ognuno che dovrà essere in ogni caso sufficiente ad assicurare a tutti un’esistenza libera e dignitosa, sarà prioritario.

Perseguire fini diversi, aggregarsi ad istituzioni non democratiche e che non tutelino i diritti costituzionali promuovendoli attivamente sarà l’obbiettivo di molti. Non dovremmo farci ingannare da promesse di glorie future a fronte di una traversata nel deserto di 40 giorni, che deve essere il punto di partenza per un nuovo ri-orientamento paradigmatico della società.

Accanto alla cantilena di Star della Televisione e di Politici, non sento però risuonare nel dibattito la voce dei filosofi. La voce di chi dovrebbe essere un moscone sul cavallo della democrazia, pungendolo e stimolandolo.

Che fine hanno fatto i filosofi?

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