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Campagna referendaria: il primo no è contro la rassegnazione

Tra un mese e mezzo circa i cittadini italiani saranno nuovamente chiamati ad esprimersi su una riforma costituzionale: è la quarta volta in venti anni (escludo le riforme approvate a maggioranza dei due terzi in seconda lettura per le quali non è previsto il referendum).

Ciò nonostante, la campagna referendaria stenta a decollare: l’informazione si concentra su altre questioni, in molti pensano che non sia una questione prioritaria rispetto ad altre (crescita economica, occupazione giovanile e non, emigrazione meridionale), o che non valga la pena impegnarsi visto che l’esito appare scontato. Le forze parlamentari che hanno approvato questa riforma puntano proprio sul fatto che non si svolga un confronto tra le ragioni del no e del sì, su questa disinformazione e rassegnazione.

Perché è importante fare campagna

In realtà intervenendosi sulla composizione del Parlamento, l’importanza della campagna referendaria è fuori discussione. Ho già scritto alcuni motivi per i quali è necessario votare No. Oggi mi limito ad intervenire su questo clima di rassegnazione che osservo in primo luogo tra i compagni.

Non dobbiamo avere paura di affrontare campagne minoritarie, altrimenti dovremmo smettere tutti di fare politica, dal momento che oggi non c’è nulla di più minoritario di una sinistra socialista. La nostra forza sta nelle ragioni del No e nei principi democratici che le ispirano: questa campagna può essere quindi un’occasione per riflettere e sensibilizzare su temi che hanno a che fare con il concreto svolgimento della sovranità popolare (rappresentanza, leggi elettorali, partiti), cioè su questioni che sarebbe sciocco definire distanti dalle persone, elitarie. Ci sono territori, aree interne, ad esempio, che conteranno sempre meno o non conteranno affatto; forze parlamentari che, a parità di consensi, non entrerebbero più nelle Camere o sarebbero fortemente ridimensionate (da questo punto di vista il voto a favore del gruppo LeU alla Camera è uno dei più grandi esempi di suicidio politico nella storia).

Non è un caso, del resto, se la riduzione del numero dei parlamentari fosse uno dei punti del “piano di rinascita democratica” della P2. Perché, come sosteneva Terracini, il primo passo per diminuire l’importanza di un organo collegiale è ridurne il numero.

I tristi effetti della riforma

La promessa di una legge elettorale proporzionale, come era prevedibile, non è stata mantenuta, e in ogni caso non ci avrebbe messo al sicuro da eventuali successive riforme in senso maggioritario (visto che la legge elettorale è una legge ordinaria).

Il risparmio sui costi della politica, che, per inciso, sempre ha avuto costi e sempre ne avrà, è stato dimostrato essere irrisorio.

Non è neppure vero che la nostra rappresentanza è esagerata: con una media di 0,7 deputati ogni 100.000 abitanti (oggi 1 su 100.000), l’Italia diventerebbe il Paese europeo con meno rappresentanti in proporzione agli abitanti.

Responsabilità politiche da non ignorare

Tutto ciò rivela il carattere antidemocratico della riforma, voluta da chi vede il Parlamento come un intralcio piuttosto che come luogo di mediazione e di rappresentazione della volontà popolare. Se ciò è venuto meno negli ultimi anni, e le persone si sono allontanate dalla politica, non è da addebitare al sistema parlamentare, ma alle sue deviazioni, praticate con leggi elettorali maggioritarie o semi maggioritarie (alcune delle quali censurate per incostituzionalità) che hanno stravolto la volontà popolare e formato maggioranze artificiali, inesistenti nella realtà.

Chi giustamente sostiene che le priorità sono altre deve fare i conti col fatto che il taglio dei parlamentari sicuramente non è stato voluto da chi voterà No: la responsabilità di una deviazione dalle questioni urgenti è casomai di quelle forze politiche, M5S su tutte, che hanno fatto del “taglio delle poltrone” (rectius: “della democrazia”) il loro programma di governo e che anche per questo stanno soffrendo in termini di consensi.

Credo che sia tempo di attuare la Costituzione, piuttosto che stravolgerla. Non è conservatorismo, al contrario: è il programma politico di una forza socialista o che aspiri ad essere tale. Le riforme degli ultimi vent’anni, tentate o riuscite, sono andate sempre nella direzione opposta.

Dobbiamo quindi essere in prima linea in questa campagna referendaria, come diceva “qualcuno”, con il pessimismo della ragione e l’ottimismo della volontà.

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