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martedì , 4 Agosto 2020

“Même si Macron ne veut pas, nous on est là!”: cronache dalle piazze francesi

Da circa quaranta giorni la Francia sta vivendo un periodo di profonda crisi sociale, con un’ondata di scioperi che non si vedeva dal 68. Quanto sta accadendo Oltralpe sembra essere una serie di eventi di importanza significativa in grado di mutare i destini di milioni di persone. Proviamo a fare un po’ di chiarezza.

Le radici delle proteste si possono far risalire alle politiche sociali alle politiche sociali intraprese dall’arrivo di Macron all’Eliseo. Sin dal suo insediamento infatti il fondatore di EnMarche ha intrapreso una serie di riforme di chiaro stampo liberista volte a smantellare uno dei sistemi di welfare più avanzati d’Europa.

 Fra la fine del 2017 e la fine del 2019 infatti sono state approvate nell’ordine:

1) Una riforma del lavoro che ha indebolito la contrattazione collettiva e abbattuto la rappresentanza sindacale all’interno delle aziende del paese

2) L’abolizione dell’imposta sui grandi patrimoni (sopra 1300000 euro) e la sua sostituzione con un’imposta con la stessa soglia ma riservata ai soli asset immobiliari

3) La liberalizzazione del settore ferroviario con apertura a una possibile privatizzazione delle Ferrovie di Stato francesi

(Per chi volesse approfondire ecco qui i link [1] [2] [3])

A questa lista si sarebbe dovuta aggiungere da fine 2018 anche l’approvazione di una Ecotassa sulla benzina (nei fatti un’imposta indiretta, quindi punitiva nei confronti della stragrande maggioranza della popolazione), se non fosse che proprio in risposta a essa esplose il movimento dei Gilet Gialli che costrinse Macron a fare marcia indietro.

Questo scenario mostra quindi come già da tempo presso vaste fasce di popolazione covasse un particolare risentimento verso il Governo e che questa situazione non si sarebbe risolta né a breve né “tranquillamente”. Del resto gli stessi Gilet Gialli per mesi e mesi hanno sfilato sabato dopo sabato in tutto il paese mantenendo una media di 60mila persone in piazza ogni volta, anche nei periodi di tregua fra le parti sociali.

E’ in questo clima di tensione che quindi si è arrivati alla proposta nell’Assemblea Nazionale dell’attuale oggetto del contendere, ossia la riforma delle pensioni, basata su tre pilastri fondamentali, che sono:

1) L’abolizione di tutti i “regimi speciali” che comportavano forme di pensionamento anticipate per parecchie categorie di lavoratori (solitamente in mestieri usuranti).

2) La creazione di un sistema “a punti” con cui calcolare le pensioni, volto nelle intenzioni a trasformare il sistema francese da un sistema a ripartizione (in cui i contributi di ogni lavoratore affluiscono in una cassa comune) a uno a capitalizzazione (nel quale ogni lavoratore può contare sui propri soli contributi, per quanto scarsi possano essere).

3) L’istituzione di un’“Età pivot” sulla quale far convergere tutte le categorie di lavoratori, fissata a 64 anni, contro i 62 anni attuali al compimento dei quali chi non usufruisce di regimi speciali ha diritto di pensionarsi.

La risposta del sindacato a questa proposta non si è fatta attendere  e dal 5 dicembre in poi 4 dei 5 sindacati più importanti del paese (Cgt, Fo, Solidaires, Fsu) hanno dichiarato lo sciopero generale, attuando una strategia di opposizione su due fronti: il primo di questi è sicuramente l’organizzazione di imponenti manifestazioni di piazza che si sono svolte il 5,il 10,il 17 dicembre nonché il 9, l’11 e il 14 gennaio, con lo sciopero del 17 dicembre che è passato alla storia come il più imponente della storia di Francia con 1,8 milioni di presenti secondo la Cgt; il secondo invece, poco appariscente ma altrettanto e forse più importante del precedente, è quello del blocco a oltranza delle principali infrastrutture del paese da parte dei sindacati.

Dall’inizio delle proteste infatti proseguono senza sosta i blocchi di porti, stazioni, depositi di autobus, licei e università, correlati ogni tanto da azioni di “sblocco” dei caselli autostradali, un tempo marchio di fabbrica dei Gilet Gialli oggi incorporati nell’ “arsenale” dei sindacati, fino ad arrivare al blocco ad oltranza delle raffinerie, che in prospettiva può causare parecchi problemi al Paese.

Questo il riassunto per arrivare a parlare di quanto successo negli ultimi giorni: in questi infatti da parte del governo c’è stata una piccola apertura sull’età pivot, su cui sembra ci sia la volontà di fare un passo indietro in cambio della cessazione degli scioperi.

Su questa linea parrebbe anche attestarsi la Cfdt unico fra i sindacati maggiori a non essersi unito agli scioperi e da sempre vicina a Macron, il cui segretario, Laurent Berger ha salutato questi sviluppi come un “segno della volontà di trattare del Governo” (con un tweet che ha raccolto reazioni non pacatissime), mentre gli altri sindacati hanno reagito con rabbia, arrivando a definire la Cfdt come un sindacato “secondario” nelle mobilitazioni e pertanto non rappresentativo e inadatto a negoziare. (qui)

Quella che si delinea mentre leggete è quindi una situazione di stallo tra due fazioni: da una parte un governo sempre più aggressivo, anche dal punto di vista della repressione (dall’inizio della protesta sono morte 3 persone per via di pestaggi da parte della polizia),dall’altra il sindacato, ultimamente rinforzato dall’ingresso improvviso quanto massiccio degli avvocati in piazza, unitisi a decine di migliaia alla protesta, nonché “radicalizzato” dall’alleanza fra la Cgt e i Gilet Gialli che dopo i timidi contatti di inizio 2019 oggi pare assodata.

Tutto ciò porta automaticamente a riflettere su quanto questi eventi possano influenzare la politica italiana e anche europea: personalmente ritengo che una possibile vittoria anche parziale del sindacato potrebbe effettivamente rivitalizzare il panorama del centrosinistra/sinistra francese, attualmente frammentato in 4 partiti rivali fra loro, ma soprattutto potrebbe dare un precedente per ripensare la politica nostrana, verso un approccio meno autoreferenziale e più orientato alle persone.

La differenza fra la nostra politica e quella d’Oltralpe è proprio questa infatti: negli ultimi tempi, in parte su richiesta della base e in parte a causa del decisionismo esasperato di Macron, i partiti al di fuori del binomio Macron/Le Pen si stanno riorientando verso un maggiore ascolto dei problemi delle persone, mentre da noi avviene esattamente il contrario, con una classe politica incapace di guardare oltre il proprio ombelico in maniera quasi patologica (perfettamente simboleggiata da questo) e che vede come ancora di salvezza momenti di piazza (vedi il movimento delle Sardine) popolati quasi interamente da quello che è già il suo elettorato (vedi qui per saperne di più).

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