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Quanto sono cattivi questi islamici

Nelle ultime 24 ore i media occidentali, ivi compresi quelli italiani, hanno rilanciato in grande stile la narrazione da “scontro di civiltà” che vedrebbe contrapposti l’occidente stesso (nel ruolo di vittima, ovviamente) e il mondo islamico (nel ruolo di aggressore, ça va sans dire). In subordine, si insiste sul grande scontro che, nello stesso mondo islamico, e in particolare in Medio Oriente, vedrebbe schierati, da una parte, i sunniti e, dall’altra, gli sciiti (entrambi col coltello tra i denti, è chiaro).
La conclusione che siamo indotti a trarne è che l’islam sarebbe una cultura di pura violenza, di irrazionalità e superstizione – e questo sia che lo si consideri nel suo complesso sia che lo si prenda nelle sue due varianti maggiori (sunnismo e sciismo, per l’appunto).

Ciò che questa narrazione occulta del tutto è che, nel contesto mediorientale, il cosiddetto scontro religioso è, in realtà, uno scontro di potere molto molto mondano in cui la religione stessa viene brandita come arma ideologica per compattare gli schieramenti o per dare delle giustificazioni più o meno moralmente consistenti a obiettivi di potenza che, di per sé, non ne avrebbero.
Prendiamo il mondo sciita. ȃ verissimo che l’Iran, negli anni, ha costruito una rete politica molto estesa che coinvolge le comunità sciite, ad esempio, in Siria, Libano, Iraq e Yemen. Il problema è che dal punto di vista strettamente religioso le cose non sempre sono congruenti. Gli sciiti yemeniti sono zayditi, quelli siriani sono alauiti, quelli iraniani, iracheni e libanesi sono quasi tutti imamiti (duodecimani). Ora, mettersi ad analizzare le differenze sarebbe un lavoro improbo, ci basta sapere che, storicamente, questi tre gruppi si sono sempre considerati reciprocamente eretici dal punto di vista del credo religioso.

La cosa più interessante, però, riguarda il gruppo sciita imamita (quello maggioritario in Iran, Iraq, Libano e Azerbaigian), in cui da almeno 30 anni infuria uno scontro dottrinale durissimo proprio sui temi del rapporto politica-religione. Una parte, quella khomeinista che governa l’iran e che ha molti consensi nel contesto libanese (hizbollah), teorizza e pratica l’esercizio diretto del potere politico da parte dei religiosi. L’altra parte, invece, respinge il khomeinismo e afferma una seprarzione sostanziale tra sfera religiosa e sfera politica. Ora, la cosa che può sorprendere un occidentale è che questa seconda posizione non è affatto minoritaria, anzi. Il suo principale esponente è il grande ayatollah Ali al-Sistani di Najaf (importante città santa sciita in Iraq), che è universalmente riconosciuto come la più grande guida spirituale sciita (marja al-taqlid) vivente. Tanto per capirsi, è colui che ha affermato la necessità, per l’Iraq, di dotarsi di un governo civile (ossia non religioso) e, durante la guerra contro l’Isis, ha emanato una fatwa (un parere legale secondo la giurisprudenza tradizionale islamica) volto sostanzialmente a contrastare l’ingresso in Iraq di truppe iraniane. Il suo scontro con Teheran è davvero furibondo, tant’è vero che da decenni si rifiuta di incontrare la guida suprema Khamenei.

Se prendiamo poi il mondo sunnita, la diversificazione religiosa è ancora più fluida e complessa (per la buona ragione che i sunniti sono di più). Le posizioni, in questo caso, vanno da un estremo integralismo, com’è quello rappresentato dal wahabismo hanbalita dell’Arabia Saudita (alleata di ferro dell’occidente), fino al razionalismo (chiamiamolo così, giusto per capirci) dei neomutaziliti, una tendenza ben rappresentata da quel pensatore eccezionale che fu Nasr Abu Zayd. Tra questi due limiti c’è un intero universo con migliaia di sfumature: c’è, ad esempio, il letteralismo dei neosalafiti (che poco hanno a che fare con la salafiyya delle origini, che infatti era un movimento riformista: si pensi a Mohammad Abduh); il tradizionalismo della Fratellanza Musulmana (tradizionalismo è un termine che va preso con le pinze, ovviamente); c’è il riformismo politico religioso (mi viene in mente, per il suo valore simbolico, la figura del sudanese Mahmud Taha, che fu vittima proprio degli integralisiti letteralisti); c’è la cosiddetta teologia islamica della liberazione (penso ovviamente all’egiziano Hasan Hanafi, a cui, sul lato sciita, fa riscontro l’iraniano Ali Shariati). L’elenco potrebbe proseguire per un bel po’, ma credo che tutto questo basti per dare un’idea anche solo vaga della pluralità di posizioni e tendenze che caratterizzano il sunnismo.

Il succo di tutto ciò è che quando l’informazione o la propaganda parlano di islam in generale o di sunniti contro sciiti, dal punto di vista strettamente religioso siamo di fronte a parole che dicono poco o nulla (l’islam stesso, ad esempio per quanto riguarda le scuole giuridiche tradizionali, è intrinsecamente pluralista, e risulta quindi impossibile darne una definizione monolitica). Sono parole, tuttavia, che hanno il potere di nascondere la reale complessità di una cultura (civiltà, società, tradizione… insomma, scegliete voi la parola che più vi piace). Il problema è che questo approccio può generare delle incomprensioni drammatiche e, soprattutto, si presta ad un impiego ideologico che non ha niente a che fare con la questioni di fede.
È esattamente quello che sta accadendo in Medio Oriente da ormai tanti anni. La vera posta in gioco, lì, non è la religione, ma l’egemonia politica sull’area che vede protagonisti numerosi attori in una lotta senza esclusione di colpi. In questo quadro, proprio la religione viene utilizzata dai singoli contendenti come arma ideologica per giustificare le proprie pretese e per compattare il proprio campo politico. In questo senso, l’Arabia Saudita utilizza strumentalmente il sunnismo proprio come l’Iran utilizza strumentalmente lo sciismo. Ma sunnismo e sciismo, in questo modo, diventano parole ingannevoli, che nascondono dietro una patina religiosa ciò che religioso non è, ossia una volontà di dominio. Singolare e rivelativo è il caso della Turchia, dove Erdogan brandisce l’ecumenismo sunnita per affermare in realtà un progetto imperialista neo ottomano.
Inutile dire che l’Occidente ha cavalcato per decenni queste ambiguità e queste stesse ideologie distorsive della religione.

Non la faccio più lunga di così. Il senso è che bisogna guardarsi da facili generalizzazioni. Quando le si incontra, potete essere quasi certi che il loro senso è molto politico e molto poco religioso. E i primi a pagarne un prezzo salatissimo sono i musulmani.

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