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martedì , 4 Agosto 2020
Se non c'è pane per il povero, non ci sarà pace per il ricco. Immagine presa da https://thesubmarine.it/2019/10/21/il-cile-in-rivolta/

“Non sono 30 pesos, sono trent’anni”: Viaggio nella rivolta del Cile

Il 1 Ottobre di quest’anno il Panel de Expertos de Transporte Publico, l’autorità incaricata di fissare i prezzi per il trasporto pubblico nell’area intorno alla capitale Santiago, decise di aumentare di 30 pesos il prezzo del biglietto del trasporto metropolitano, con un aumento del 4%. Quello che non potevano prevedere è che questa decisione avrebbe cambiato la storia del paese.  

Non appena la decisione ha iniziato a avere effetto infatti in tutta Santiago sono scesi in piazza centinaia di studenti, per praticare quella che definivano “Evasion Masiva”, ossia una campagna su scala massiccia di “salto del tornello” in tutte le stazioni della metropolitana per tutto il periodo fra il 7 e il 15 ottobre, giorno in cui la polizia cilena ha inizato a reprimere con forza gli studenti. 

A differenza di mille altre azioni studentesche in tutto il mondo però questa volta la protesta si era estesa a altri strati della società cilena e nel giro di pochi giorni decine di migliaia di persone avevano già iniziato a esprimere rumorosamente il loro dissenso per strada con cacerolazos (forma di protesta che consiste nel far rumore con padelle e simili per contestare l’operato di un governo) e manifestazioni spontanee, che a loro volta il 18 Ottobre hanno portato a scontri di piazza veri e propri e alla proclamazione da parte del Governo dello Stato d’assedio in tutto il paese, seguita dall’invio dei militari in strada. 

L’uso dell’esercito a fini repressivi non ha avuto però alcun risultato se non quello di mietere oltre 25 morti in meno di un mese sparando sulla folla, mentre quella che era una ribellione circoscritta a Santiago si estendeva a tutto il paese con numeri sempre maggiori di partecipanti, fino ad arrivare a giornate storiche come quella del 25 Ottobre e del 12 Novembre, entrambe con oltre 1 milione di persone di persone in piazza nella capitale e circa 2 in tutto il paese (su una popolazione totale di 18 milioni di abitanti). 

 A questo punto, prima di parlare degli sviluppi delle piazze, è bene però fare un passo indietro per comprenderne le origini: infatti l’aumento del prezzo del trasporto pubblico è stato solo l’ultimo atto di quella che il popolo cileno vede come una umiliazione in corso da tempo, da cui lo slogan “no son 30 pesos, son 30 anos”, con riferimento ai decenni di politiche liberiste che hanno plasmato l’economia del paese e che hanno posto le basi del malcontento. 

Sin dall’avvento della dittatura militare nel 1973 in seguito alla deposizione del governo di Allende infatti il Cile è stato il paese in cui le riforme di mercato sono state più profonde e incisive, con una tendenza che è proseguita anche negli anni della democratizzazione (parziale) del paese, portando alla creazione di un sistema in cui ogni forma di welfare è inutile se non inesistente, tutte le risorse possibili sono state privatizzate (perfino l’acqua è quasi totalmente privata!) e quasi non esistono tutele sul lavoro. 

Risultato di queste misure è stato quello di costruire un sistema immensamente diseguale, nel quale l’1% più ricco della popolazione controlla il 26,5% della ricchezza totale del paese mentre il 50% più povero ne controlla solo il 2,1% (fonte), il costo della vita sale continuamente a fronte di salari quasi immobili, creando una legione di indebitati (oltre 4,5 milioni di persone secondo alcuni studi) (fonte) , e dove il sistema pensionistico a trazione privata eroga pensioni medie al di sotto del salario minimo per centinaia di migliaia di persone. (qui e qui) . 

A questo punto, una volta descritta la genesi dell’agitazione e la sua estensione a tutto il paese, possiamo parlare delle rivendicazioni popolari: a differenza di molti movimenti infatti le piazze sin da subito si sono fatte portatrici di una serie di rivendicazioni ben precise (riforma pensionistica, acqua pubblica, adeguamento salario minimo, maggior controllo delle risorse naturali, diritti per i popoli indigeni), per attuare le quali viene richiesta la  convocazione di una nuova Assemblea Costituente eletta dal popolo che porti alla stesura di una nuova Costituzione in grado di superare quella attuale, scritta sotto la dittatura di Pinochet. 

Proprio su questa richiesta si sta focalizzando nell’ultimo mese la politica del paese, con la conclusione a metà novembre di un accordo fra la maggioranza del Presidente di destra Sebastian Piñera e i settori più “morbidi” dell’opposizione (Partito Socialista e una componente della coalizione di sx detta Frente Amplio), secondo il quale si dovrà tenere ad Aprile un referendum popolare per decidere se procedere o meno a una nuova stesura costituzionale e con quali criteri farlo, scegliendo fra una Costituente a elezione diretta o una Costituente mista composta al 50% di deputati e al 50% di eletti. Questo patto, seppure accolto come un progresso, è stato però altamente criticato sia da parte delle principali forze sindacali sia da una parte dell’opposizione parlamentare, che ne critica sia la vaghezza nei contenuti che la rigidità nei requisiti richiesti per la nuova costituzione (che prevederà infatti il consenso dei 2/3 dell’eventuale Assemblea Costituente per approvare qualsiasi norma), vista da molti come un modo dell’attuale sistema di potere di perpetuare se stesso. 

Giungiamo così alla situazione attuale, in cui abbiamo un dualismo fra la battaglia parlamentare sul carattere dell’Assemblea Costituente e la sua composizione e la vitalità delle piazze, dove gli scontri fra carabineros (la polizia militare cilena) e manifestanti non hanno mai smesso di avere luogo e gli arresti proseguono senza soluzione di continuità. 

Lo stato del paese è quindi quello di uno stallo dopo mesi di proteste che ne hanno incendiato le strade, stallo che potrebbe riflettere sia la fine del movimento di piazza sia la proverbiale quiete prima della tempesta, soprattutto considerando che ai problemi sociali sopra indicati si sta rapidamente aggiungendo una siccità devastante che ha spinto il Governo a dichiarare uno stato di emergenza agricola in varie regioni del paese (fonte). 

In conclusione si può quindi dire che il risveglio (prendendo spunto da #ChileDespertò, uno degli # più usati per tracciare la protesta) è ancora più che distante dal potersi dire concluso, e che la vita sociale e politica del paese non tornerà più a essere quella di prima, o che, per dirla con Allende, “se abriron las grandes alamedas por donde pase el hombre libre, para construir una socidedad mejor”. 

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