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Punk’s not dead

In questi giorni ricorrono i 40 anni dall’uscita di uno degli album più importanti della storia della musica e, forse, anche della mia formazione personale: London Calling dei Clash.
Joe Strummer in quell’album (ma direi in tutti i dischi dei Clash) racconta una generazione e prevede da una parte la chiusura di una classe dirigente che si fa sempre più “casta” e dall’altra un popolo sempre più frustrato e allo stesso tempo rassegnato per la propria condizione.
Questa rassegnazione è raccontata benissimo proprio in un verso di London Calling che recita “io non ho paura perché Londra sta annegando ed io vivo vicino al fiume”.

I Clash intravidero quella società che oggi vediamo pienamente compiuta: milioni di giovani che vengono drogati di speranza e illusi con finte “opportunità” che però non si realizzano mai. Queste opportunità sono riservate a pochissimi e per tutti gli altri restano solo sulla carta: “Ogni lavoro che ti offrono è di tenerti fuori dal porto” cantano in Career opportunities.

Il movimento punk nasce proprio da questo: rendersi conto di essere esclusi dal mondo e, convinti di non riuscire a combatterlo, rifiutarne almeno le convenzioni e il perbenismo insopportabile.
Nell’incapacità di sfuggire a quella rassegnazione c’era però una presa di coscienza collettiva di una generazione che quantomeno riconosceva la propria condizione come ingiusta. Le ragnatele tatuate sui gomiti mutuate dal movimento skinhead sono emblematiche: “voi non ci fate lavorare? bene, ci sono cresciute le ragnatele sui gomiti e ve le facciamo vedere.”

Oggi la situazione è, se vogliamo, ancora più grave: le fasce più povere della società corrispondo a quelle più giovani, a quelle due generazioni che hanno dai 40 anni in giù. Tuttavia non c’è nessun movimento culturale, nessuna disobbedienza, nessuna coscienza. Quella rassegnazione si è innestata a tal punto nelle nostre teste da farci sembrare questa condizione come normale, come a dire “Non è che stiamo male, è che le cose devono andare così. Qualcuno male deve starci per forza ed è toccato a me.”
Ci muoviamo gli uni contro gli altri senza neanche avere la speranza di essere ascoltati o notati. Chi appare, chi emerge sono quei pochi che comunque appartengono a quella classe dominante e che non hanno alcuna voglia di ribaltare davvero il mondo. E il racconto pubblico su giornali e tv che viene fatto dei giovani è mediato da questo alone di perbenismo e buonismo che dovrebbe spingerci a prendere a testate il mondo. E invece nulla.
London Calling si chiude proprio con la presa di coscienza di potersi considerare una vera e propria classe sociale: “non mi sono mai sentito così simile”.

Questo oggi non avviene e quei pochi che prendono coscienza dell’ingiustizia della propria condizione si ritrovano circondati da una tale rassegnazione che finiscono per pensare di essere soli. Una solitudine terribile, distruttiva, che oltre alle ragnatele sui gomiti fa venire il latte alle ginocchia.
Solo che questo è molto più difficile da tatuare.

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