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Riaccendere la passione in una generazione smarrita

Ultimamente mi capita di fermarmi a riflettere su cosa mi muove.
Intendo: cos’è che ogni mattina mi fa alzare dal letto, uscire di casa, organizzare il mio tempo? Quale desiderio? Quale ambizione? Cosa sento dentro di me, nello stomaco, che mi spinge a dare un senso, un significato, a riempire il mio tempo e la mia vita?

Se vogliamo interrogarci su come poter coinvolgere le persone, come riuscire a dar loro riscontri efficaci, credo che si debba partire dal domandarsi proprio questo: cosa le muove?

La risposta temo sia articolata, non semplice; se certamente non è possibile pretendere di fornirne una universale valida per tutti, è però nostro compito interrogarci su quali fattori possano condizionare, o addirittura determinare la nostra volontà più intima.

L’aspetto di fondo da rilevare risiede nella funzione che svolgono l’educazione e la formazione nella nostra crescita individuale. Ciò che ci viene presentato, inculcato ben saldamente nel cervello, è l’idea per cui, nella vita, noi dovremo “fare affidamento sulle nostre forze per raggiungere i nostri obiettivi”.

Fare affidamento sulle nostre forze. Significa, in sostanza, attrezzarci per affrontare un mondo in cui ci si dovrà fare spazio a gomitate, in cui vincere una competizione serrata con i nostri coetanei e con i nostri simili sarà l’unico mezzo per ottenere qualcosa, per raggiungere i nostri obiettivi.

Raggiungere i nostri obiettivi. Siamo realmente sicuri che la società voglia darci lo spazio per perseguire i nostri obiettivi? La risposta è evidentemente no.
In un primo momento vengono costruiti dei modelli: l’uomo (o la donna!) emancipato/a, in carriera, fisicamente prestante, economicamente benestante, spigliato/a, estroverso/a, capace di superare razionalmente ogni difficoltà della vita, di respingere ogni emozione negativa che possa rallentarlo/a nel proprio glorioso percorso verso il successo.
In un secondo momento siamo indotti a desiderare di eguagliare quel modello, perché quello ci viene presentato come il parametro della vera felicità.
In un terzo momento ci accorgiamo che, in realtà, quel modello è l’unico realmente accettato ed incentivato dalla società, tanto che se decidessimo di aspirare a qualcosa di diverso, non saremmo compresi e, forse ancor peggio, non avremmo proprio alcuna possibilità di riuscirci.

Alla luce di queste riflessioni, possiamo provare a riscrivere il messaggio educativo che ci viene presentato: “devi dimostrare di essere migliore degli altri per avere successo”.

Ritengo che questo messaggio abbia alcune conseguenze negative su di noi.

In primo luogo si instaura un processo di rivalità tra gli ultimi, che devono combattere tra loro per “dimostrare di essere migliori”, e quindi accaparrarsi le postazioni disponibili; le persone si allontanano tra loro, e si frammentano. Per poter lavorare su un proprio progetto, bisogna fondare una strat-up, e partecipare ad un bando, che ci vedrà schierati contro altre persone come noi, per riuscire a strappare, proprio noi, quel piccolo finanziamento che ci può consentire di vivere per qualche mese e dare forma e sostanza alle nostre idee.

In secondo luogo ci si presenta la necessità di porsi degli obiettivi, e di adottare la migliore strategia per perseguirli. Banalmente, se non sei in grado di raggiungere obiettivi minimi (tutt’altro che scelti da te) come il diploma, la laurea, il posto di lavoro, e se non hai una famiglia alle spalle, non puoi neanche permetterti il minimo necessario alla sopravvivenza.
E una volta raggiunti questi obiettivi minimi, non è finita: devi far vedere quanto vali, per poter avere qualcosa da raccontare, per poter essere riconosciuto nella comunità in cui vivi.
Tutta la nostra esistenza è focalizzata sul raggiungimento di questi tasks necessari, ed ogni strategia ed ogni mezzo sono accettati. Diventa talmente importante l’obiettivo, imposto, che abbiamo smesso di dare ogni importanza al percorso che ci conduce verso questi obiettivi: le emozioni, gli incontri, le relazioni, il divertimento, lo svago, il soffermarsi, sono debolezze che ci fanno perdere tempo, e quindi da fuggire a tutti i costi.

In terzo luogo, ed è questa la realtà più drammatica, non c’è posto per tutti. Non tutti possono vincere, non tutti possono raggiungere i “propri” obiettivi. Siamo giunti al momento storico in cui la quasi totalità delle già poche posizioni residue saranno presto occupate dalla generazione dei trentacinquenni, che a 10 anni dalla laurea, a 15 dal diploma, potranno nel migliore dei casi finalmente raccogliere qualche briciola di quel sontuoso banchetto che era stato promesso loro quale ricompensa per anni e anni di studio, impegno, fatica, precariato, lavoro nero e occasionale.
Ma per chi arriverà subito dopo non ci saranno nemmeno quelle briciole.
E loro, i diciottenni del 2020, i millenials, loro che sono i nativi digitali, la generazione più prematura della storia, già lo sanno, hanno capito tutto: per loro, per la stragrande maggioranza di loro non ci sarà alcun successo, non ci sarà alcun obiettivo raggiungibile. La tanto proclamata crescita verde non darà loro nuove opportunità, nuovi spazi, nuovo lavoro: sarà solo l’ennesimo ripetersi della storia in cui i “potenti” (si, così sono percepiti), che sono sempre di meno e sono sempre gli stessi, si adoperano per conservare il proprio potere e il proprio, in un futuro in cui ce ne sarà sempre di meno.

Siamo di fronte ad una generazione, quella dei più giovani, afflitta da una fatale e apparentemente irreversibile condizione di frustrazione, ansia, solitudine, troppo spesso di depressione clinica1, che non riesce più a sfogare e che la fa restare tappata in casa davanti a uno schermo, o a guardare il soffitto.

E noi che, parafrasando Brecht, siamo gli ultimi “sopravvissuti, respinti via dalla corrente”, cosa possiamo fare?
Noi dobbiamo vivere con il nostro disagio, e trasformarlo in assillo; un assillo che deve tenerci svegli giorno e notte, farci saltare sulla sedia: l’assillo di voler dare una risposta differente, accendere una fiaccola che possa divampare dentro di noi e negli altri ragazzi che, proprio come noi, non accettano che questo mondo sia fatto solo i migliori, i migliori a soddisfare le esigenze sbagliate di profitto, che generano inevitabilmente, ineludibilmente e fatalmente, isolamento, disparità, frustrazione.

Nell’epoca dell’utilitarismo, della razionalità, della moderazione e della concretezza, dobbiamo essere noi a scatenare tutta la capacità umana di ardere di passione per un ideale di giustizia, di reale parità, che non ci veda mai più competere e lottare tra noi, ma invece cooperare, collaborare per un obiettivo, questa volta non individuale, ma comune, collettivo, per il quale ciascuno è prezioso, nella sua diversità e unicità, rispetto cui nessuno si senta inutile, né emarginato.

Dobbiamo costruire un obiettivo comune, ambizioso quanto serve a non sembrare troppo semplice; si, perché questo obiettivo deve in realtà essere solo il pretesto per intraprendere un percorso comune, che distrugga i muri che ci dividono e ci frammentano, che sappia farci apprezzare quanto di bello può nascere dal contatto umano, dalle relazioni, dal confronto, e anche da discussioni figlie di una rabbia genuina e sincera (e non da quel rantolo d’odio nervoso e stizzito con cui interagiamo sui social).
Un percorso in cui non ci sentiamo più soli, ma parte di qualcosa di più grande di noi, che ci faccia muovere, che ogni mattina ci faccia alzare dal letto, uscire di casa, organizzare il nostro tempo.
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1 https://thevision.com/attualita/ansia-depressione-studenti/

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