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IL MES SPIEGATO BENE.

Intervista realizzata da Francesco Di Giovanni per Non è la Radio.
Qui il podcast dell’intervista

La riforma del MES (Meccanismo Europeo di Stabilità) è una delle principali questioni nell’agenda politica italiana. Il tema è estremamente scottante perché agita le acque della maggioranza governativa ed in generale del dibattito pubblico a seguito di alcune rilevanti audizioni fatte dal Parlamento nei giorni passati in cui sono stati espressi dei grossissimi dubbi sulla utilità dello strumento per l’Italia.

Affrontiamo la questione intervistando il ricercatore del Levy Institute Domenico Viola.

Cos’è il MES?

Parliamo della riforma di una istituzione finanziaria sovranazionale, intergovernativa, che già esiste da alcuni anni. Nel prossimo Eurosummit del 13 dicembre ci potrebbe essere l’approvazione finale ai tavoli europei che poi farà partire il procedimento di ratifica nei Parlamenti nazionali. Per quanto riguarda l’Italia, la proposta è stata al centro di alcune audizioni del Parlamento dove, da parte di autorevoli esperti di diversa estrazione politica ed economica quali il professor Giampaolo Galli o Vladimiro Giacchè, si sono espressi indirizzi critici. Ulteriori dubbi sono venuti da parte di esponenti istituzionali come nel caso del Governatore della Banca d’Italia Visco. Per quanto riguarda la pubblicistica mi limito a segnalare l’articolo dell’economista Aletta su Teleborsa.

Il professor Galli ha detto che il MES è una pistola puntata alla tempia dei risparmiatori. Una frase molto forte. Cosa intendeva dire?

Le novità della riforma sono di due tipi. Da un lato il nuovo MES aumenta la garanzia finanziaria (backstop) verso il Fondo di Risoluzione Bancario Europeo. Questo FRBE si occupa di risolvere i problemi delle banche insolventi. Il MES potenzierà quindi il finanziamento di ultima istanza verso il FRBE. L’altro punto riguarda invece gli Stati. Il trattato comporta una suddivisione delle linee di credito che il MES potrebbe erogare ai Paesi che ne facessero richiesta. Questo credito si può chiedere in caso di crisi economiche non più controllabili dai governi con i normali strumenti. Ci sarà una linea di credito precauzionale ed una rafforzata (è poi prevista una terza linea). Questa distinzione tra le due linee crea una discriminazione tra i Paesi.

Praticamente Paesi di serie A e serie B. Sulla base di cosa vengono discriminati?

Alla linea di credito del primo tipo, che si chiama Precauzionale, possono accedere solo i Paesi che soddisfano alcuni parametri di finanzia pubblica. I parametri essenzialmente contenuti nel Trattato di Maastricht, Patto di Stabilità e Crescita, Fiscal Compact. I criteri sono contenuti nell’Allegato Tre. Nei due anni precedenti la richiesta di questo finanziamento lo Stato membro deve avere, un rapporto deficit PIL non oltre una certa soglia (3%) ed un rapporto debito pubblico inferiore il 60% e se eccedente, il requisito di sostenibilità diventa il seguente: lo Stato deve aver ridotto negli ultimi due anni un ventesimo all’anno la differenza con il 60%. Questa valutazione viene fatta dal MES stesso e dalla Commissione UE. In caso fosse necessario viene coinvolto anche il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Centrale Europea. I paesi che rispondessero a questi criteri, potrebbero avere accesso ai prestiti senza condizionalità. E’ bene sottolineare che si tratta dei soliti parametri deliranti ed arbitrari privi di alcun fondamento scientifico.

Per i Paesi che non soddisfano questi criteri cosa accade?

Sono appunto discriminati. Viene infatti prevista una linea di credito cosiddetta Rafforzata per i Paesi che appunto non rientrano nei parametri dell’Allegato 3 (come l’Italia). Se, infatti, come è il caso dell’Italia, il rapporto debito/PIL è superiore al 60% ed il Paese che chiede aiuto non ha rispettato la regola prevista dal Fiscal Compact di ridurre l’eccesso di debito rispetto a questo livello di 1/20 l’anno (per l’Italia a numeri attuali significherebbe tagliare del 5% l’anno la spesa, parliamo di 115 miliardi di euro), si deve procedere alla ristrutturazione del debito. Come ha detto il prof. Galli nell’audizione:”nella riforma del MES emerge in modo implicito ma abbastanza chiaro che un Paese che chiede aiuto al MES (linea rafforzata) debba ristrutturare preventivamente il proprio debito se questo non è giudicato sostenibile dallo stesso MES.” Quindi c’è una condizione ex ante per poter accedere alla linea di credito rafforzata. Ristrutturazione significa che il valore nominale di un titolo di stato verrebbe ridotto per legge di una certa cifra. I Titoli di Stato sono una passività per i bilanci dello Stato ma una attività di chi li detiene ad esempio le famiglie o le banche oppure i fondi pensione. Stiamo quindi parlando di andare a ridurre un attivo finanziario importante sui bilanci di banche ed altre istituzioni finanziarie.

Quindi praticamente nel caso in cui scoppiasse una grave crisi ed uno Stato si trovi a dover accedere ad una linea di credito a cui ha contribuito esso stesso (il MES è finanziato dagli stati stessi), dovrebbe attivare politiche pro cicliche proprio quando l’economia sta flettendo? Si tratta di una istituzionalizzazione della cura greca?

Si. Oltre alla ristrutturazione del debito c’è anche poi la necessità di firmare un Memorandum of Understanding in cui vengono stabilite le politiche di bilancio e le riforme da effettuare per quel Paese. Una istituzione finanziaria gestita da tecnocrati (il cui Direttore Generale attualmente è un tedesco) a cui peraltro viene dato il beneficio di godere di immunità giuridica per gli atti compiuti. Non si capisce bene a che cosa serve a questo punto votare i rappresentanti al Parlamento. Parlamenti e Governi in questo caso sarebbero soggetti al volere di queste istituzioni non elette. Esse potrebbero dettare le politiche su occupazione istruzione, tasse, servizi essenziali. Sarebbero per forza politiche di austerità.

È una riedizione del Fiscal Compact di cui si erano perse le tracce?

Si. Si tratta di una riemersione delle disposizioni del Fiscal Compatc. Un modo per rientrare dalla porta di servizio.

Si è parlato di altre novità purtroppo preoccupanti riguardo i Titoli di Stato.

Si, si tratta delle nuove Clausole di Azione Collettiva da accompagnare all’emissione di Titoli di Stato. In poche parole prima, con il “vecchio MES” sui titoli dell’eurozona venivano annesse delle CAC che richiedevano una maggioranza doppia dei detentori dei titoli di stato per autorizzare la ristrutturazione. E’ un processo cioè non immediato. Ora si vorrebbero cambiare da double limb a single limb cioè anziché di aver bisogno di una doppia maggioranza (una generale ed una dei creditori suddivisi per tipologia di titolo) ne basta una sola. Si aggregano tutti i titoli di stato e basta il voto di una sola maggioranza dei creditori. La procedura diventa molto più facile. La ristrutturazione del debito è molto più facile.

Possiamo dire che il MES è come un salvadanaio in cui io messo dei risparmi. Ma nel momento in cui avessi dei problemi economici il salvadanaio non posso aprirlo proprio perché ho dei problemi? Una logica davvero strana.

Il punto chiave è questo: il MES è politicamente legittimato nel momento in cui la politica stessa autorizza a scrivere nero su bianco che uno Stato è soggetto a default (ad esempio quando si toglie la garanzia illimitata ed esplicita della Banca Centrale sui titoli di Stato) come fosse una famiglia o una azienda. Lo Stato dal punto di vista della capacità finanziaria (spese e passività) non è paragonabile ad un soggetto del settore privato come un individuo. Ora il punto è che sottoscrivendo il MES si definiscono degli assetti istituzionali in cui uno Stato può diventare fallibile come un soggetto privato. In questo modo lasciamo tutto nelle mani della disciplina dei mercati finanziari. I rappresentanti politici che noi eleggiamo in questa maniera devono rispondere alle direttive ed ai capricci dei board delle grandi società finanziarie private. Accettare l’idea che lo Stato è come una famiglia comporta tutto ciò. Siamo al di fuori di qualsiasi legittimazione democratica.

Altrove esiste uno strumento del genere?

La riforma del MES tende a trasformarlo in una sorta di Fondo Monetario Europeo. Questa era la proposta iniziale della Commissione Europea. La proposta è stata sostituita appunto dall’idea di modificare il MES con i nuovi i nuovi criteri.

Di fronte a questo pericoli ha senso stare a parlare di plastic tax, sugar tax, recupero evasione etc etc?

Il punto è la visione della politica economica che fa da guida alla prassi politica e legislativa. Parliamo di una visione smentita da tutta la letteratura e da evidenze empiriche costanti. In più c’è un ordine del giorno del dibattito molto scadente. Risibile. Si discute di quisquilie mentre i cambiamenti sostanziali che potrebbero cambiare la nostra vita – purtroppo in peggio – non vengono dibattuti. La riforma del MES doveva essere da mesi nel dibattito pubblico. Sugar tax, plastic tax sono il nulla perché i soli disincentivi fiscali (ma vale anche per gli incentivi) in un contesto di aspettative depresse, pessimistiche, non funzionano. Lo Stato deve intervenire anche in senso verticale.

Cosa significa intervento verticale?

Per realizzare obiettivi quali la transizione ecologica non basta dare allo stato il ruolo di semplice regolatore del gioco competitivo del mercato con al massimo la leva fiscale in mano, ed i privati in condizione di decidere quanto, dove e come investire. Non ci sono evidenze empiriche fattuali che confortano una scelta del genere. Serve intervento diretto dello Stato non solo tramite la leva fiscale. Prendiamo ad esempio il Green New Deal (GND). Già dal nome si capisce che prende ispirazione dal New Deal del Presidente americano F.D.Roosevelt. Il New Deal non è stato solo l’organizzazione delle spintarelle “orizzontali” verso i player privati. No. Il New Deal è stato un piano pubblico di investimenti pubblici e di programmi di lavoro. Programmi di creazione diretta di posti di lavoro volti ad indirizzare l’investimento strategico di quei tempi. Ad esempio lo sviluppo della rete elettrica, la costruzione di scuole, ospedali, ponti. Tutto fu per la maggior parte realizzato così. Questo ha prodotto tutta una serie di attività reali di cui gli americani godono ancora oggi. Il GND non si può fare con i vincoli europei e con ‘idea di Stato regolatore del gioco competitivo del mercato privato. Serve l’inverso. L’eliminazione dei vincoli finanziari ed un intervento statale attraverso investimenti pubblici e programmi di lavoro che trasformino la struttura produttiva ed anche il pattern dei consumi verso alcuni obiettivi (green in questo caso). Questo genera crescita e sviluppo socialmente inclusivi. Lo Stato dovrebbe anche istituire, creare, istituzioni finanziarie pubbliche o ampliare le potenzialità di banche pubbliche d’investimento come la Cassa Depositi e Prestiti che assieme ad imprese pubbliche, come fu l’IRI per l’Italia, al fine di realizzare il coordinamento della società verso l’orizzonte green. Questo è necessario per garantire la coerenza intra-settoriale della transizione ecologica. Bisogna decidere su quali settori puntare e su quali no. Il tutto senza creare effetti imprevisti su redditi e posti di lavoro. In più bisogna considerare che questi investimenti (specie su energia e trasporti i settori a più alta emissione) che sono relativamente più rischiosi non possono essere presi in carico da soggetti privati per la depressione/stagnazione economica e perché si tratta di investimenti che richiedono una capacità di programmazione e coordinazione che sono al di fuori della portata di un privato. Servono interventi ora. Non fra dieci anni. Questo soggetto, può essere solo lo Stato. Ovviamente in simbiosi col privato ma senza strutture quali i partenariati pubblico privato che abbiamo visto nell’esperienza mondiale essere inefficienti.

In cosa si sono rivelati inefficienti?

Gli asset rimangono di proprietà pubblica ma diventano a gestione privata. Spesso sono monopoli naturali in cui non ci può essere più di una azienda. Il privato finisce per aumentare i costi per gli utenti, a desertificare l’indotto, ridurre l’occupazione e peggiorare la qualità del servizio e poi quando arrivano i danni lo Stato, cioè la collettività, stesso deve ripianare.

Ultima domanda sul MES: se questo meccanismo dovesse essere approvato sarebbe complesso modificarlo?

Si. C’è la stessa difficoltà che c’è nel cambiare i Trattati europei. Servirebbe l’unanimità. Di cui le condizioni politiche ad oggi non esistono.

Cosa vuoi dire in conclusione di questa intervista?

Si è detto l’Italia non ha bisogno di chiedere i prestiti e per questo non ci sarebbero rischi per il nostro Paese. Ma questo non è un elemento. Per come è strutturata la doppia linea di credito creando i Paesi di seria A e quelli di serie B la sola esistenza della possibilità verrà scontata dai mercati finanziari. Gli operatori dovranno tenere in considerazione che, in caso di crisi il Paese di tipo B, quello che deve chiedere per forza la linea rafforzata è sottoposto alle condizionalità di cui sopra. La ristrutturazione del debito prima di tutto. Peraltro anche la discussione sulle proposte di riforma dell’unione bancaria sono davvero preoccupanti per i nostri titoli di Stato. Classicamente i Titoli di Stato non sono paragonabili ai titoli delle società private. Sono titolo a zero rischio. Safe asset. In questa maniera, con il MES si rendono i titoli di stato nei fatti paragonabili a quelli di un qualsiasi privato. Come si vede non parliamo di una condizione di natura. Parliamo di scelte politiche.

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