Press "Enter" to skip to content

Alcune parole dimenticate

“Essere internazionalisti è saldare il nostro debito con l’umanità.”

Colpi di stato in sud America riusciti, come in Brasile e Bolivia, o tentati, come in Venezuela. Destabilizzazioni in tutto il Maghreb. Guerra in medio-oriente. La Cina che sta colonizzando pezzo dopo pezzo intere regioni africane. La Russia che punta alla destabilizzazione dell’area europea. E potremmo andare avanti ancora solo elencando gli avvenimenti più importanti che in questi anni hanno riempito le pagine dei nostri giornali.

Non intendo in questa sede analizzare nessuno di questi avvenimenti. Non intendo farlo perché non credo sia possibile affrontare situazioni tanto complesse con un semplice articolo. Ciò da cui voglio partire, però, è l’assordante silenzio davanti a questi avvenimenti delle forze socialiste e democratiche, soprattutto in Europa.

Questo silenzio non denota solo la totale inadeguatezza di una classe politica, ma dimostra plasticamente l’abbandono da parte delle sinistre mondiali di qualsiasi prospettiva internazionalista. In altre parole è passata l’idea che la politica estera sia una materia di esclusiva competenza degli Stati e che lo scontro politico si esaurisca all’interno della politica nazionale.
Questa idea rientra nella logica della presunta tecnicità delle scelte politiche: non esistono scelte di una parte parte o dell’altra, ma solo scelte tecnicamente giuste e scelte tecnicamente sbagliate.

Il risultato dell’accettazione di questa idea è abbastanza semplice: la disgregazione delle forze socialiste e il totale abbandono del campo di battaglia. Questo abbandono è stato anche accompagnato da una progressiva dimenticanza di alcune delle nostre parole d’ordine che si è declinata in tutte le questioni. L’internazionalismo delle sinistre occidentali si è tradotto in cosmopolitismo e nell’idea che per raggiungere la pace tra i popoli si dovesse negare qualsiasi identità nazionale. Questo cosmopolitismo richiedeva la necessità di far saltare gli stati nazionali in favore di una non meglio definita pace mondiale.

Quante volte abbiamo sentito dire da sinistra che la nostra casa è il mondo?

Questa idea del mondo come casa è molto evocativa. Alla mente degli occidentali richiama subito i versi di John Lennon, l’idea di poter girare il mondo con la sola carta d’identità, l’idea di potersi dire “a casa” in qualunque luogo.
Peccato sia una sciocchezza. È una sciocchezza perché ricalca un’idea di mondo applicabile solo alle classi medio-alte dei Paesi più industrializzati.
Il bambino africano, l’operaio cinese, il minatore sud americano, il bracciante italiano che cosa ottengono dalla “possibilità” esclusivamente teorica di potersi muovere liberamente o di poter acquistare prodotti da tutto il mondo se poi la loro paga è infima?
In poche parole, quello che abbiamo dimenticato è il grande insegnamento di Karl Marx, ovvero l’idea che una persona deve innanzitutto avere da mangiare, avere un riparo e degli abiti, prima di potersi interessare alla scienza, al diritto, all’arte. Abbiamo dimenticato il grande insegnamento secondo cui «Non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è, al contrario, il loro essere sociale che de termina la loro coscienza».

Le sinistre dei Paesi più ricchi si sono adagiate convinte di dover parlare di buoni sentimenti, di “contrapporre l’amore all’odio” e sciocchezze di questo genere che non hanno fatto altro che allontanare le masse popolari. Le sinistre dei Paesi più poveri non hanno più potuto contare sull’aiuto dei compagni occidentali e hanno risposto o blindandosi in se stessi o cercando di continuare la battaglia da soli. E di solito hanno perso.

L’isolamento delle sinistre.

Questo sgretolamento del fronte socialista ha comportato, ovviamente, la sconfitta. Questo è avvenuto perché l’internazionalismo non era un’idea accessoria del marxismo, ma forse la sua stessa essenza. A questo noi abbiamo sostituito i buoni sentimenti, il “volemose bene”, l’idea che il massimo che possiamo fare per un Paese povero sia di accoglierne qui la popolazione. L’idea di agire affinché queste persone possano migliorare la propria condizione nel proprio Paese l’abbiamo lasciata alle destre. “Aiutiamoli a casa loro” dicono. Un tempo questo lo chiamavamo, appunto, internazionalismo.

La “complessività” tacciata di benaltrismo.

Un tempo nelle sezioni del PCI insegnavano come tutto fosse connesso, dalle grandi questioni internazionali fino alla piccola questione locale. Oggi questo non viene più insegnato. Si affrontano i problemi come fossero a compartimenti stagni, rigidamente separati l’uno dall’altro. Si parla dell’avanzamento delle destre che cavalcano la “paura” e “lo scontento”, ma si dimentica di affrontate le cause di quella “paura” e di quello “scontento”. Si cerca di arginare e di governare l’immigrazione ma ci si dimentica di affrontare le ragioni per cui migliaia di persone decidono di partire dalle proprie case. Si cerca di discutere della questione ambientale senza però parlare di industria e di produzione. Si parla della povertà senza parlare di lavoro. È passata l’idea che la “complessività” andasse sostituita con la “complessità“: le questioni sono complesse e per risolverle servono tecnici.

Chiunque però provi a mettere in relazione due questioni, cercando di dire “guardate che quello è solo un effetto, ma il problema è altrove” viene tacciato di benaltrismo e gli viene detto “il problema non può essere sempre altrove! Bisogna affrontare le questioni nell’immediato! Dobbiamo risolvere i problemi che abbiamo davanti e, per farlo, servono esperti”.
Così abbiamo finito per vivere in un eterno presente, fatto di tanti problemi tecnici scollegati tra loro. In questo quadro i nostri strumenti, quelli del materialismo, quelli del pensarsi come storia in atto, sono risultati inutili.

Ok, bello tutto. Ma dove voglio arrivare?

Questa è la domanda che forse ti stai ponendo dall’inizio. Tanti gli spunti appena sfiorati e l’idea di fondo di aver sbagliato tutto. Bene, dunque?

Semplice: le sinistre occidentali oggi pensano poco, pensano male e agiscono peggio.

Questa inadeguatezza ci ha portato a confondere l’essere di sinistra con l’essere degli hippy di quart’ordine che parlano di amore tra i popoli e di futuro senza però voler affrontare le questioni.
Forse la caratteristica principale che abbiamo perso è proprio la voglia di generare il conflitto. Negando la necessità dello scontro, abbiamo perso il gusto della battaglia e, con questo, abbiamo perso il senso del fare politica quotidiano.

Tolto l’internazionalismo, tolta la nostra dimensione storica, tolto il conflitto contro il capitale, tolta la capacità di un pensiero complessivo, noi abbiamo finito per togliere identità alla sinistra. E così oggi restiamo immobili, agitandoci sul posto per qualche diritto in più senza che però queste richieste puntino a scardinare il sistema che fino ad oggi ha negato quei diritti.
La risposta non è nella ricerca di un radicalismo fittizio, come auspicato da tanti dirigenti della sinistra, ma in una critica politica e scientifica al presente.
Senza questa critica complessiva la sinistra non è altro che un hobby per benestanti annoiati.

Be First to Comment

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

error: Content is protected !!